giovedì 9 novembre 2023

Antisemitismo, una proposta omeopatica

Il termine antisemita, riflettevo, è composto dal prefisso anti e dal sostantivo semita. Ora, per essere antisemiti si deve come minimo credere che esistano degli uomini diversi dagli altri uomini – i semiti appunto, o ebrei –, e che questi uomini diversi abbiano (o dicano di avere) un rapporto privilegiato con Dio, un patto di alleanza proprio, e poi buffi cappellini, candelabri etc.

A tutto ciò evidentemente Hitler credeva, come ci crede Amichai Eliyahu, l'ex ministro della cultura israeliano dalla fervida immaginazione forgiata nel war gaming; di recente ha dichiarato che una bomba atomica sopra Gaza sarebbe una soluzione come un'altra, perché no? Con la PlayStation 5 è un attimo.

L'unica differenza tra i due è che Eliyahu non mette il prefisso anti, anzi lo mette ma ai palestinesi, è antipalestinese come Hitler era antisemita.

Se un semplice prefisso è stato in grado di mutare così profondamente la storia, tocca andare più a fondo, scavare, cercare di capire da dove proviene e cosa intende comunicarci.

Per fortuna è relativamente semplice: significato e forma sono rimasti quasi immutati nei secoli, muovendo dal sanscrito al latino passando per il greco, fino a giungere alle moderne lingue europee. Ma mentre per il sanscrito possiamo fare solo delle ipotesi, nel greco, con anti, ci si riferisce perlopiù a un elemento di contrasto (essere contro), che nella sua evoluzione latina in ante prende a significare anteriorità, sia temporale sia spaziale – in fondo, nell'attesa di muovere all'assalto gli eserciti stanno uno di fronte all'altro. Ed è così che prima davanti e contro si passano il testimone.

Ricapitolando. Se io fossi antisemita dovrei, come minimo, credere che esistano i semiti, quindi essergli contrario, giusto?

No, sbagliato. Nell'oscillazione semantica del termine starei, in tal caso, propendendo per la sua interpretazione prevalente, che però non è l'unica possibile. Ad esempio, potrei essere antisemita alla latina, e pensare che prima, ante, di Abramo, Isacco e Giacobbe, prima del tempio di Gerusalemme distrutto nel 587 a.C. da Nabucodonosor e poi nel 70 d.C. da Tito, prima dei prepuzi circoncisi e delle freddure di Woody Allen, prima anche di un dio inflessibile che iscrive le sue leggi sulla pietra e guai a trasgredirle, prima di ogni cosa visibile e invisibile esista un altro dio, da cui un'altra possibile storia.

L'altro dio si chiama Elohim ed è un tizio molto più simpatico di Jahvè, anzi si tratta forse di una moltitudine diffusa (il termine ebraico che lo designa è un plurale), la quale non ha mai imposto all'uomo alcun divieto, ma invitato a guardare alla vita come a un incessante processo tra il prima e il poi, in cui non solo il divino ma anche l'umano è parte attiva, cominciando dai nomi da assegnare alle cose. Cambiando nome o anche solo interpretazione, cambiano le cose.

Se ne ricava che esiste un approccio, per così dire, omeopatico all'antisemitismo, e consiste nell'essere a propria volta antisemiti, ma nell'accezione latina. Naturalmente non mi sfugge che perdurano tradizioni secolari  – le religioni ma pure, laicamente, le culture, i cui ministri a volte parlano a vanvera... – e io rispetto quelle tradizioni e chi vi aderisce, dove l'elemento oppositivo e identitario prevale sul fluire spaziale e temporale, a costituire un elemento di discontinuità tra diversi. Sono le cosiddette radici.

Sotto le radici, sotto la pianta, non c'è però il nulla, ma la terra, l'acqua, il fuoco. I soliti greci lo chiamavano archè. Ma nell'incertezza sulla sua natura possiamo accontentarci dell'umano, a cui accostarci quale pienezza generativa. Ecce homo!

Ogni volta che si è cercato di frazionare la totalità degli uomini e perfino degli animali, il mondo, il cosmo e il suo pulsare, si sono create le premesse dell'antitesi (insanabile contrasto tra opposte tesi), di cui il presente sembra fare da riflesso e mostrarci solo l'aspetto disgregato, privo di soluzioni in quanto insoluto. E per quanto le distinzioni sono importanti non sono tutto, o per meglio dire non sono il Tutto.

La soluzione sta così nel risvolto percepibile della totalità, the shining side of the moon. Ma se il re è nudo, al solito, solo un fanciullo se ne accorge. Basterebbe essere antisemiti non meno che antipalestinesi, antitaliani, antipugliesi, antimilanisti, antiqualsiasicosa. Ma non perché si intenda sbarazzarsi dell'oggetto anti-tetico, e piuttosto guardando a esso come a ciò che viene prima e sta davanti, o se si preferisce il prossimo tuo.

Solamente cogliendo l'ambivalenza semantica celata nel termine, l'altro smette gli abiti da oplita pronto a scagliarci in petto la sua lancia – magari, ci ha suonato alla porta perché ha finito lo zucchero, o perché si sentiva solo e aveva voglia di farsi una partitella a briscola.

Non arriverò a dire che siamo fratelli, abbracciamoci, porgiamo l'altra guancia e volemose bene; qualcuno l'ha già detto in un prima che si è trasformato in poi ugualmente divisivo, un anti alla greca. Ma almeno si potrebbe provare a essere cugini: ognuno a casa propria, va bene, ammesso e non concesso che tutti abbiano una casa, una terra. Ma anche se così fosse, la propria casa è nella migliore delle ipotesi una roulotte. E siamo solo all'inizio del viaggio. 

martedì 7 novembre 2023

Occidentali's Market

Essere in coda alla cassa di un supermercato e vederla chiudere all'improvviso. La lucina in alto, da verde, diventa rossa. Se hai posato le merci sul nastro trasportatore prima della conversione di stato, puoi rimanere. Altrimenti devi cambiare di cassa. Quando capita, e a me chissà come mai capita spesso, un po' scoccia. Ma in compenso gioisco quando all'altoparlante comunicano apriamo cassa tre, e da ultimo della fila, muovendo di lato con uno scatto felino, divento primo.

Un'esperienza comune, ma andiamo ancora più a fondo, estendiamone i margini con la fantasia. Supponiamo che io ora abbia il carrello strapieno (gorgonzola con mascarpone e noci, spinacine di pollo, gnocchetti tirolesi, zuppa toscana con cavolo nero, dentifricio ai microgranuli etc.), il mio turno è quasi arrivato quando arrossa il semaforo. Cacchio!

Va be', mi dirigo distrattamente verso la cassa accanto (intanto leggo un WhatsApp da mia madre, "vieni, dalla parrucchiera cinese si è liberato un posto", voleva inviarlo alla sua amica Luisa ma ha sbagliato) e però dopo pochi secondi avviene lo stesso. E così via fino ad accorgermi che ovunque vengo respinto: anche se non è ancora l'orario di chiusura – e infatti gli altri clienti continuano a riempire i loro carrelli, tastano le prugne per sentire se sono mature – non c'è verso di completare gli acquisti. Tutte le casse per me sono inibite: rossa, rossa, rossa; quella forse è aperta... No, rossa!

Immagino che un migrante ormai prossimo alla riva, il mare si fa più tiepido e calmo nello sciabordio notturno a poppavia del barcone, mentre la prua è rischiarata dai neon del supermarket occidentale, sperimenti una simile sensazione.

sabato 4 novembre 2023

Piccole gioie quotidiane

Bello quando lo smartphone ti invia notifiche di cui non intendi il senso, meno che mai i personaggi, a mala pena il contesto da integrare con i trasferelli dell’immaginazione, consegnandoti alla speranza che ancora esistano isole sperdute in cui accamparsi, e come il soldato giapponese Hiro Onoda perseverare in una guerra già perduta. 

Una guerra alla pervasività del presente, un presente semplificato, per slogan e figure, da incollare sull'albo delle figurine in cui gli spazi vuoti hanno smesso di suscitare il pungolo della ricerca. A differenza di Battiato, io mi accontento di queste piccole gioie quotidiane. L’ultima è la seguente:

"Grande Fratello, Beatrice Luzzi chiede aiuto a Giuseppe Garibaldi e smaschera Varrese."

Chi è Beatrice Luzzi? Chi è Giuseppe Garibaldi? Chi è Varrese e quali malefatte ha compiuto, prima di essere smascherato dagli altri due?

Non importa. Parole. Risaltano ai miei occhi come cacche di cane ai giardinetti dopo che ha appena nevicato. Suoni. Riecheggiano nelle orecchie come frasi smozzicate pronunciate dal chirurgo, mentre l'anestesia totale comincia a fare effetto. La semantica è solo un dettaglio, un quasi niente, il boccolo biondo che scivola sulla schiena alata del putto.

Ero al bar a giocare a bigliardo il giorno in cui l'insegnante di lettere ha spiegato il verso pape Satàn, pape Satàn aleppe. Una lacuna scolastica mai più colmata – cosa voleva dire Dante? Aleppe... pape... a Satàn forse ci arrivo. Sarà che un vuoto di sapere somiglia a un vuoto d'aria durante il volo, e non meno divino è l'atterraggio nella Commedia.

A maggior ragione, diventa irrilevante chi sia e cosa faccia tale Beatrice Luzzi; a parte chiedere aiuto a Varrese, un altro perfetto Carneade. Quanto a Giuseppe Garibaldi, sospetto non sia quel Garibaldi lì, la cui bronzea figura troneggia nella piazza principale della mia città.

A confortarmi è il fatto che la comunicazione venga inviata a me, proprio a me, il famigerato algoritmo l'ha stabilito con inequivocabile certezza, è la X che a battaglia navale dovrebbe colpire e affondare l'incrociatore; ad altri il siluro contenente la foto di Chiara Ferragni mentre dona il suo sangue, di certo più rosso del mio. L'algoritmo sa, ti dicono.

Ciò significa che, oltre a due Giuseppe Garibaldi, devono esistere anche due Grande Fratello (uno infatti è vip), entrambi un po' grulli. O perlomeno, quello che dovrebbe spiarci e ricavare cosa interessa e piace e quindi siamo disposti ad acquistare – versione 2.0 della Stasi, di Tom Ponzi – spara ancora nel mucchio; nel torneo di freccette in un pub inglese centrerebbe la svastica tatuata sul sedere di Paolo Di Canio.

Del sottoscritto, bene che vada, l'intelligenza artificiale ha compreso quanto i Testimoni di Geova; di tanto in tanto (ma sempre meno spesso) suonano al citofono per mettere in salvo la mia anima. Sì, lo so, la fine è vicina, li anticipo ogni volta io. E poi gli lancio il gavettone.

Limonate, o sul pudore come estrema trasgressione

Sulla tratta rossa del metrò o appoggiati al parafango sinuoso di un Maggiolino giallo elettrico, perfino camminando sveltamente, ovunque, di tanto in tanto, negli anni Settanta due giovani cominciavano a limonare.

Si trattava rigorosamente di un uomo e una donna, è importante sottolinearlo, io ancora bambino ne studiavo i gesti e pensavo che tra un niente di giorni – ma allora l'infanzia appariva un ergastolo, con fine pena mai  avrei cominciato a farlo anch'io e tutti mi avrebbero guardato, invidiato.

Poi però non è accaduto. Nel decennio successivo si limonava stravaccati sui divanetti di una discoteca (Tempio, Brick, Moia, quelle in cui limonavo io), o meglio ancora a casa propria o della lei turno, ascoltando l'audiocassetta registrata dalla radio di Un sabato italiano di Sergio Caputo; più spesso non si limonava affatto, in assenza di una controparte attiva da ricercare negli stessi luoghi (Tempio, Moia, Brick).

E adesso?

Al netto della retorica, in parte falsa e in parte vera come ogni retorica, per la quale i giovani coinciderebbero col display dello smartphone sui cui scorrono le notifiche, l'esibizione dell'intimità fisica di un bacio sembra essersi trasferita a coppie dello stesso sesso, che, vicendevolmente perlustrando i recessi orali con la lingua, ancora riescono a strappare un moto di disappunto ai benpensanti, come già avveniva alle coppie etero. Ciò a conferma del fatto che un piccolo elemento di infrazione è funzionale al piacere  se fosse troppo grande, non si potrebbe trasgredire.

Ma allora viene il dubbio che l'oblio della limonata, più che effetto della distrazione indotta dai numerosi device tecnologici, sia da mettere in conto alla sua imposizione: ama, godi, porta a casa la fidanzata e fate sesso nel lettone dei genitori, che tanto non gli dà mica fastidio e poi ci fanno pure uno status su Facebook: "il mio bambino è finalmente diventato grande!"

Licitazionimo lo chiama con un bel neologismo il filosofo e psicoanalista Romano Madera, da lecito, liceità. Quella che Dante rimprovera a Semiramide, per la quale già tutto, non solo, era possibile, ma il possibile decretato: "A vizio di lussuria fu sì rotta / che libito fé licito in sua legge / per tòrre il biasimo in cui era condotta".

Una licenza che i giovani sembrano restituire al mittente. Col cavolo che mettiamo in scena questo ennesimo show, il limite al godimento che non ci date – padri, madri, educatori – lo tracciamo da soli nel cielo, come facevano gli àuguri latini con il lituo. Pensiero ipotetico contenuto nella nuvoletta fumettistica di chi, non ancora ventenne, mi sta di fronte in metropolitana, senza sconfinare di un millimetro nella porzione frazionata della panca su cui siede composta l'amica, compagna, chi lo sa... prima di alzarsi entrambi e scendere a Pasteur.

Eppure un elemento di trasgressione ancora lo si può ipotizzare, ed è il pudore da opporre a un tempo spudorato.

venerdì 3 novembre 2023

Alternative

 

Le alternative sono due: o Aboubakar Soumahoro sapeva che la moglie e la suocera erano delle truffatrici, o non lo sapeva. Nel primo caso era complice, nel secondo, a sua volta, truffato.

Alternative che valevano al momento in cui sono emerse le accuse a carico delle due donne, quasi un anno fa, per la precisione undici mesi. Lasso di tempo in cui un uomo, un marito, un parlamentare della Repubblica italiana ha avuto tutto il tempo per fare alla moglie delle domande, e ottenere risposte precise e documentate. Chiarirsi, insomma, e quindi chiarire la sua posizione nella vicenda.

Se questo confronto è avvenuto è rimasto tra le mura della villetta di Casal Palocco, mentre l'uomo continuava a prendere posto sugli scranni di Montecitorio. E così le alternative iniziali ora sono sempre due, ma mutano di forma: o era complice già da subito, dunque doppiamente responsabile per essersi candidato, o lo è diventato con l'aggravante di non dimettersi. Anche nel caso si tratti di quella particolare forma di complicità chiamata scemenza, propria di chi viene ipnotizzato dalla lingerie griffata di una bella donna.

In entrambi i casi la considerazione nei suoi confronti non potrà che essere minima, e per esprimerla non abbiamo bisogno di attendere il giudizio della magistratura.

giovedì 2 novembre 2023

Riassunto di riassunti

Le immagini di Chiara Ferragni sono inevitabili, lo sono in senso letterale, dove guardi guardi appare sul web come la Madonna ai tre pastorelli di Lourdes, Lucia, Giacinta e Francesco. Questa volta replica la celebre sequenza di Basic Instinct in cui Sharon Stone scavalla e accavalla di nuovo le gambe dal lato opposto, sostando per un infinito secondo con le cosce divaricate. A poche ore dalla pubblicazione su Instagram già dilaga, si mostra anche a chi compia una ricerca sui conventi della Confraternita camaldolese dell'Ordine di San Benedetto, o sulla ricetta della bagna cauda.

Essendo una bella ragazza poco male, possiamo adeguarci alle regole che prova a imporci (riuscendoci) e dare una sbirciatina là sotto. Oppure potremmo fare come la piccola vedetta indiana, e innalzarci sulla collina dell'esperienza sensibile nel tentativo di guardare più lontano, trattando poi l'immagine alla maniera di un testo. In tal caso ciò che vi leggiamo non riguarda più solamente lei, ma anche noi.

È vero, l'abbiamo premesso, quella sequenza di Basic Instinct è celebre, ma ancora più celebre è la bionda influencer di Cremona, la copia sopravanza in numero l'originale. Un ribaltamento di prospettiva a cui la modernità ci aveva già introdotto; ad esempio attraverso la Monna Lisa con i baffetti disegnati da Duchamp, le cui riproduzioni hanno finito coll'attrarre più sguardi della versione di Leonardo.

Una circostanza però sempre interna al mondo dell'arte: Duchamp era un artista, scaltro fin che si vuole, ma comunque artista, e cioè persona che esercita un ars, un fare. Azione per la quale aveva dovuto acquisire delle specifiche competenze, abilità espressive frutto di studio, lavoro, paziente e dedito apprendistato. Lo stesso vale per Sharon Stone – scuole di recitazione, casting, copioni da imparare a memoria – prima di ottenere da Paul Verhoeven la parte di Catherine Tramell, la scrittrice e psicologa sospettata di avere ucciso l'amante con un punteruolo.

Chiara Ferragni invece no. Le è bastato indossare il corpetto bianco e dischiudere leggermente le gambe, ciak si gira, buona la prima, via subito con la pubblicazione sui social, passaparola, milioni di visualizzazioni, like, cuoricini.

Nessun moralismo, intendiamoci. Perché devo farmi il mazzo per imparare un contenuto o un modo per esprimerlo – dipingere, recitare, la tabellina del sette, il nome dei sette nani etc. – che nel giro di pochi anni verrà realizzato molto meglio dall'intelligenza artificiale?

Ferragni tutto ciò l'ha compreso con largo anticipo, a ricordarci Cristoforo Colombo nel suo navigare ormai scoraggiato, prima di intravedere un gabbiano con un rametto verde nel becco: noi siamo Colombo, Ferragni è il candido pennuto che ci porta primizie dal Nuovo Mondo.

Un tempo e un luogo dove saremo esonerati da ogni sforzo compreso quello creativo, il doppelgänger avrà sfrattato di casa il legittimo proprietario, i cosplayer dilagheranno come minuscoli virus al mercato del pesce di Wuhan, e finalmente potremmo reclamare con orgoglio di essere solo il riassunto di mille riassunti, ribaltando, anche qui, il senso di una bella canzone Samuele Bersani. Basterà aprire le gambe e il gioco è fatto.

sabato 28 ottobre 2023

La morte e le parole, cronistoria di un pensiero infame

 

Quando, nel giugno del 2018, l'allora Ministro degli Interni Matteo Salvini negò alla nave Aquarius il permesso di sbarcare il suo affollato carico di migranti – orribile formula mercantile per indicare donne, uomini e bambini in condizioni di salute spesso precarie – allo scrittore Edoardo Albinati sfuggì un commento poco felice:

"Sapete" disse, "sono arrivato a desiderare che morisse qualcuno, su quella nave. Ho desiderato che morisse un bambino sull’Aquarius."

Ho una considerazione e un rispetto assoluti per Albinati, e mi turbò molto la frase. Qualche mese dopo ci ritornò con un pamphlet; non credo lo fece per giustificarsi e piuttosto per indagare il luogo psichico da cui erano scaturite le sue parole, in uno scavo genealogico che egli definì con l'aggettivo infame: Cronistoria di un pensiero infame, Baldini + Castoldi, 2018.

Ripensavo all'episodio leggendo uno di quei fatti di cronaca riportati di sfuggita dai giornali, ma che per la loro natura quasi di splatter – potrebbe trovarsi in una pellicola di Guy Ritchie o di Tarantino – ottengono un qualche risalto dal web. Roma. Via Frattina. Intorno a mezzogiorno, dal terzo piano di un bel palazzo signorile, precipita un cucciolo di Rottweiler, colpendo una donna incinta che stava passeggiando con il marito. La foto a corredo ritrae il cadavere dell'animale ricoperto da un velo di carta dorata, simile all'involucro delle uova di Pasqua. La donna, di ventotto anni, si trova ora in ospedale a rischio di vita.

Il pensiero infame sarebbe dunque questo: quattrocento bambini morti al giorno nella sola Striscia di Gaza, una guerra in Ucraina di cui nessuno parla quasi più; senza mettere in conto il variegato carico di dolore ordinario, il triage al Pronto soccorso, la donna in coma e con lei il feto pulsante di vita potenziale. Ebbene, in tutto ciò la mia commozione a chi è andata? Domanda retorica: al cane, naturalmente.

Roland Barthes direbbe che si tratta del punctum, da intendersi come il dettaglio in cui un'immagine ci rivela il suo significato più autentico; per un altro osservatore sarebbe probabilmente diverso. Ma potremmo anche vederlo (non sto cercando nemmeno io di giustificarmi) come un tratto narrativo nel funzionamento della mia mente che prende il nome di sineddoche, dove la parte è in luogo del tutto.

La narrazione, focalizzata su quella parte, consisterà allora nella vitalità evocata dal giovane animale; pare stesse inseguendo un gatto, l'antico gioco oppositivo tra cani e gatti; il felino arruffa il pelo, poi sfugge riparando sui tetti per il tramite della finestra aperta, e il cane ne replica il balzo finendo però di sotto. Un tonfo, come quello di chi ha deciso di farsi angelo con un ultimo volo verso terra, un flebile guaito quasi di sorpresa, mentre il marito della donna chiama AIUTO! Siamo in grado di visualizzare la scena, sembra animarsi grazie alla penna di un bravo scrittore.

Non sono certo che la stessa emozione valga anche per le altre persone, ma è verosimile: siamo una specie che per risuonare con la vita – sia nella gioia sia nel dolore, secondo la formula pronunciata dal parroco durante i matrimoni – ha bisogno di una qualche forma di drammaturgia. Quattrocento bambini sono un dato statistico, un cucciolo di animale è invece un personaggio all'interno di una storia. E ciò mi tocca dove sono più vulnerabile.

martedì 24 ottobre 2023

Mario e Giocasta, o sulla virtualizzazione del conflitto di classe

Mi piacciono gli interventi sui social dove le persone assegnano un nome ai figli che non hanno, sceneggiando il film delle loro vite potenziali. Capita di farlo anche a me, per quanto, di norma, non ne condivida la rêverie.

Ho appena letto un post su Facebook dove il nome prescelto era Giocasta, o in alternativa Genevieve, Geraldine, Giuditta... Chi l'ha scritto, una giovane donna che pubblica spesso dei selfie intenta in esercizi ginnici in palestra (sono premiati da una salva di like maschili), era ancora un po' indecisa. Comunque iniziava con la G.

La immaginava prendere un aereo per Berlino, un giorno qui e l'altro là; in fondo a cosa servono i figli se non a portare a compimento i propri sogni, limitati dal suo lavoro di assistente alla poltrona. Due ore di volo scarse, si possono impiegare per leggere Ovidio, darsi lo smalto alle unghie, scrivere un post sulle figlie immaginarie; nel caso diventerebbe la nipote dell'autrice del primo post. La famiglia si allarga.

Ma per mostrare il fiocco rosa bisogna attendere l'atterraggio al Flughafen Brandenburg Willy Brandt; già al check-out si respira quell'aria internazionale che in Italia solo Milano finge di avere. E infatti è un surrogato, un succedaneo, come le uova di lompo per il caviale. Via via, si deve volare via!

Pochi giorni dopo si riparte allora per Londra, Barcellona, Istanbul, New York. Ecco la piccola Giocasta, ormai cresciuta e naturalmente bellissima, spiccare tra gli imbucati di un vernissage al Greenwich Village. In mano tiene una coppa Martini contenente l'omonimo cocktail; al posto del gin ha però richiesto la vodka, e niente olivetta. "I hate olives", aggiunge.

A un certo punto qualcuno le domanda: "What job do you do?", come fa Nanni Moretti in una celebre sequenza di Ecce Bombo

"Mi interesso di molte cose" risponde la ragazza nel film, stanno entrambi seduti su un prato. "Cinema, teatro, fotografia, musica, leggo..."

"Sì, ma concretamente" la incalza Moretti.

"Beh, faccio cose, vedo gente..."

"E l'affitto?"

"Vivo con mio fratello."

"E i soldi per le sigarette, money for cigarettes?"

L'uomo del vernissage, un tizio tarchiato con la montatura degli occhiali camouflage e una giacca di pelle troppo stretta, indica il pacchetto di Lucky Strike che la ragazza tiene nell'altra mano. "Who paid for those?"

Giocasta sorride, come sono materialisti gli americani. Quasi quasi domani prendo un altro aereo e volo a Rio, pensa, oppure a Buenos Aires. Tango o bossa nova? Ha tutta la notte per pensarci, intanto posa su un tavolino di vetro il Vodkatiny, sfila dal pacchetto una sigaretta e se la infila in slow motion tra le labbra carnose.

Ma che succede?! La fiamma dell'accendino si propaga alla pellicola dell'immaginazione, non riesco a vedere più niente.

Mi fermo dunque qui, la risposta di Giocasta ora soffia nel vento, blowing in the wind, ognuno scelga le parole che più gli risuonano; basta pronunciarle con l'accento di Heather Parsi, sostituendole a cicale cicale.

Quanto alla figlia che neppure io ho mai avuto, vediamo... potrebbe chiamarsi Maria, lo stesso nome di entrambe le mie nonne. E nel caso fosse un maschietto, con la sola sostituzione dell'ultima vocale diventerebbe Mario, come il Mario della canzone di Jannacci. Posso vederlo mentre attende il suo turno a un concorso pubblico per bidelli: duemilaottocentosettantuno pretendenti per tre posti alle scuole medie Pietro Vanni di Viterbo.

Speriamo bene, Mario...

(PS - Questo testo potrebbe essere anche ispirato a persone e fatti realmente accaduti, come si dice. Ma non parla di persone e fatti realmente accaduti. È semplicemente un racconto, per quanto verosimile. Il suo riferimento è all'irrealtà, sempre più diffusa, attraverso cui gli individui si riflettono sullo schermo dei social, ottenendo l'immagine di ritorno che loro stessi vi hanno proiettato. I nuovi ricchi coincidono così con il sogno dei poveri, i quali distillano un'idea astratta e platonica di ricchezza. Fino a credervi. Le scorie del sogno collettivo sono rappresentate dai Mari e dalle Marie in carne e ossa, in trepidante attesa dell'esito dei loro concorsi pubblici.)

La pietra e la goccia

La frase di Giorgia Meloni sulla goccia che non incide sulla pietra, la quale resta pietra mentre l'acqua della goccia scivola via, non rappresenta un semplice svarione, ma un formidabile segno politico su cui riflettere.

Uno dei tratti qualificanti la destra al governo si dice, infatti, essere l'ignoranza, e non conoscere il proverbio latino gutta cavat lapidem ne è certamente conferma. Eppure ci sono pietre di diversa composizione geologica, non sono esperto in materia ma suppongo effetti diversi se la pioggia cade su una lastra di marmo oppure su una roccia calcarea.

L'ignoranza o, più precisamente, una certa misura di oblio, diventa così la condizione per immaginare sviluppi diversi. Nel passato questa immaginazione rivolta al futuro è stata appannaggio della sinistra, mentre la destra manteneva salda l'ipoteca del passato. Meloni ci racconta però una storia diversa, e gli italiani la premiano con il consenso.

Mentre Elly Schlein pronuncia parole che appaiono stantie, vuote perché impolverate dalla consuetudine - frasi fatte e strafatte, insomma -, Giorgia fa sognare invertendo fantasiosamente il rapporto millenario tra le cose.

E chissà che non abbia ragione lei, che esistano futuri ancora impensati in cui la pietra ha la meglio sulla goccia, e le famiglie Mulino Bianco si convertono in donne single che non portano la figlia all'Esselunga, ma al forum di Davos.

sabato 21 ottobre 2023

È stato solo un sogno, o sulle domande che spaccano il cuore

Questa mattina avevo il richiamo della vaccinazione anti Covid. Ore 10.00, presentarsi alla 9.50 con codice di prenotazione UNLXNSBIFRMRMYC, stava scritto sull’SMS di conferma. Si ricorda di portare un documento identificativo in corso di validità e la tessera sanitaria.

Vado a dormire tardi dopo due puntate di Twin Peaks, la prima stagione. Nonostante la pasticca di Rivotril ho il sonno un po’ agitato. Sogno. Al mattino i ricordi sono confusi, ma potrei giurare che una mia compagna di scuola faceva parte del sogno; siamo stati nella stessa classe sia alle elementari che alle medie, sempre nella sezione effe. Sì chiama Silvia. Da quanto tempo non la vedo? Saranno quindici anni, forse venti...

Probabile. Ma se voglio ritrovare un'immagine nitida devo risalire al Carnevale del 1975, quarta elementare. Io mi ero presentato a scuola vestito da direttore del circo – avevo fatto un po’ di fatica a recuperare la tuba, la giubba rossa con i bottoni dorati apparteneva a mia nonna – mentre Silvia da damina del Settecento.

La gonna conteneva un’anima di metallo, se provava a sedersi faceva leva sulla sedia e si sollevava la parte anteriore, mostrando a tutti le mutande. Corrado Lapsus veniva mandato ogni tanto in avanscoperta per sollevare il grembiule scuro alle bambine, e farci vedere il candore delle mutande. Ma così era troppo facile.

Alla fine, dopo alcuni tentativi, Silvia decise di rimanere in piedi. Noi con i gomiti appoggiati sui banchi di formica verdina a sbranare chiacchiere e tortelli; lei al centro della classe come un monumento, un’installazione artistica, un capolavoro. Bella è sempre stata bella, per quanto, a volte, il tempo somigli ai fanatici religiosi. Gente barbuta che abbatte le statue di un dio disallineato al presente. Mi piacerebbe rivederla.

Quando è il mio turno (numero 24 chiamano a voce alta e non più con il microfono, ormai a vaccinarsi siamo rimasti in quattro gatti), entro nel box e trovo l’infermiera di spalle; sta aspirando con la siringa un intruglio che già immagino scorrere minaccioso nel mio sangue. Si gira e mi chiede: “Spalla destra o sinistra?”

“Sinistra direi, ma tu…?”

“Si, sono io. Con queste cose sulla bocca", e indica la mascherina, "non ti avevo riconosciuto subito nemmeno io. Come stai, Guido?”

“Bene, sì, insomma… E tu, abiti sempre a Sondrio, ti sei sposata, hai figli?”

Non presto attenzione alle risposte, mentre parla – sono proprio un cialtrone – sto pensando se dirglielo o meno, e nel caso come.

“Silvia lo sai che questa notte ti ho sognata” la interrompo in una sola rapidissima emissione di fiato, si ingolfa in quella cosa che tengo anch'io sopra la bocca. Replico allora il suo gesto di indicare la mascherina, fingendo di giustificare così la mia goffaggine. Sembra l'inizio di una canzone di Luca Carboni.

“Davvero?!”, risponde lei con un tono di sorpresa che appare accentuato e artificioso, quasi a nascondere una notizia che già conosceva. 

“Sì, ma non preoccuparti: non facevamo cose strane… Eravamo vestiti. Non ti si vedevano le mutande, come quella volta a Carnevale.”

Speravo di farla sorridere ma resta seria, concentrata sulla siringa, non si ricorda dell’episodio. Provo a raccontarglielo ma mi anticipa: “Fa lo stesso, andava bene uguale."

Finalmente sorride, e dopo avermi invitato, sempre a gesti, ad abbassare la spallina della maglia di caldo cotone, continua: "Quello che facevamo facevamo. Tanto si trattava di un sogno, solamente un sogno, no?”

Annuisco.

Mi infila l’ago nella spalla senza preavviso, poi preme lo stantuffo con una delicatezza che sembra contraddire l'impeto iniziale, i ballerini nel tango fanno qualcosa di simile. Non sento nulla. Preferisco quando le iniezioni fanno male, mi sembra che per stare bene si debba soffrire un po', non tanto, solo un po’. Al termine mette un cerottino come quelli che ricoprivano le ginocchia dei bambini degli anni Settanta. “Posso andare?” dico io.

“Sì, sì.”

“Allora ciao, Silvia.”

”Ciao Guido.”

“…”

“Aspetta” mi dice quando sono già arrivato alla tenda del box, “nel sogno eravamo come adesso, sì, insomma, vecchi… o come una volta?”  

giovedì 19 ottobre 2023

L’oscena richiesta

“Nella vita ho scritto qualsiasi cosa, tranne delazioni.” Lo affermava Cechov con legittimo orgoglio; non per i capolavori scritti, ma per le mancate delazioni.

Ma lo direbbe ancora, adesso?

In una sua reviviscenza nel tempo presente immagino la seguente versione:

Nella vita ho scritto qualsiasi cosa. Ho scritto letterine a Babbo Natale, in cui chiedevo in dono un monopattino elettrico e la Playstation 5; ho scritto, stando attento a non smarginare, negli appositi spazi dei bollettini MAAV; ho scritto alla rubrica della posta del cuore, sperando che 
Natalia Aspesi mi spiegasse la ragione per la quale io, un grande scrittore, ero stato scaricato per una videoartista punk di Berlino; cartoline da Sanremo, anche quelle ho scritto (qui tutto bene, c'è il sole, ieri sera sono stato a un festival musicale, la gente del posto non parla d'altro. Le canzoni erano davvero brutte); ho scritto messaggi a sconosciute conosciute su internet e recensioni a prodotti acquistati su Amazon – a una friggitrice ad aria ho dato cinque stelle, ma forse ne meritava quattro; ho scritto in un luogo dove la gente si insultava senza però superare i 280 caratteri; ho scritto scritto scritto, davvero qualsiasi cosa. Tranne richieste a mettere mi piace alla mia pagina Facebook.

mercoledì 18 ottobre 2023

Guerra e vendetta, facciamo un po' di chiarezza

Nei giorni scorsi ho scritto un intervento in cui parlavo del conflitto israelo-palestinese. Immaginavo delle critiche, e puntuali sono arrivate. Non tante, di lavoro non faccio l'influencer e per hobby non passo il tempo sui social. La misura del contenzioso si riduce al battibeccare per un rigore non concesso in una partitella tra scapoli e ammogliati. E anche questo me l'aspettavo.

Dunque tutto nella norma, tranne l'indice sanzionatorio – questo mi ha un po’ sorpreso – da cui muovevano le critiche. Può essere riassunto dal classico argomento fattuale, in cui l’esistente trova giustificazione per una sua presunta e intima natura a perseverare invariato; salvo voler cancellare dall'orizzonte ottico la parte sgradita della manifestazione, nella circostanza l’elementare diritto del popolo palestinese: vivere. Israele sta combattendo una guerra difensiva, dice il disincantato commentatore, e le guerre sono fatte così. Basta con l'ingenuità degli idealisti dall'indole candida e sognante, diciamo pure un po' fessa.

Sull'ultimo attributo, nel mio caso, potrei anche convenire, ma sul resto… Mah. E a dirla tutta ho sempre pensato, con Omero prima ancora che con Francesco De Gregori, che la guerra è "bella", è bella anche se fa male, riflettendosi nel mare color del vino che riluce dopo sanguinose battaglie tra le triremi. 

Questa però non è una guerra, e infatti fa schifo: sia se osservata dal versante terroristico di Hamas – di cui è doveroso ricordare la violenza particolarmente efferata su civili, donne, bambini decapitati per il solo fatto di essere ebrei, in una ricapitolazione aggiornata e mostruosa della Shoà –, sia da quello della risposta scomposta di Israele. Il regime di apartheid imposto alla striscia di Gaza, unito alla progressiva colonizzazione della Cisgiordania, ha rappresentato la premessa; di certo non giustifica ciò che è seguito, ma la potremmo guardare come all'accumulo di benzina vicino a un fiammifero acceso.

Una distinzione di lana caprina, per chi mi critica. E invece no. Perché una guerra possa fregiarsi di questo nome deve come minimo possedere una tattica di breve periodo, obiettivi strategici entro una frazione temporale più ampia, quindi un disegno politico sul lungo termine; altrimenti si tratta di ritorsione, che è una forma eufemistica per dire altro. Ma sarà più chiaro con un esempio.

Vuoi mettere fuori gioco l'aviazione nemica, che altrimenti potrebbe colpirti? Bene, cioè mica tanto bene, ma è appunto la guerra, e a la guerre comme à la guerre. Ecco allora che ti alzi in volo per primo, bombardi anticipatamente i suoi aeroporti, ritorni e ti bevi un succo di pompelmo con i commilitoni che ti danno pacche sulle spalle e dicono bravo! È stato fatto in questi giorni da Israele ad Aleppo e Damasco, era già avvenuto nella guerra dei sei giorni. Azioni militari a tutti gli effetti, con vittime che vengono chiamate "collaterali" – una versione ripulita e asettica della formula di Machiavelli per cui il fine giustifica i mezzi.

Oppure lo sbarco in Normandia, anche quella fu guerra, e che guerra! Mezzo mondo si era dato convegno su un fazzoletto di sabbia poco più grande di un campo da beach volley, erano presenti perfino dei nativi americani appartenenti alla tribù dei Comanche (sì, quelli che John Wayne insegue a cavallo) e scozzesi in gonnellino che suonano la cornamusa. Attraverso il sacrificio eroico di migliaia di giovani soldati, quel giorno, il D-Day, l'Europa ha creato le condizioni per liberarsi dalla vertigine nera del nazifascismo, si spera una volta per tutte. Poi arrivarono dal fronte di nord ovest altri giovani dai lineamenti slavi, e anche a loro va reso merito, merito di guerra giustamente si dice, valore militare, come la croce che simbolicamente lo sta a rappresentare appuntata sulla divisa.

Ma ci fu anche il bombardamento di Dresda, di cui non possiamo dire altrettanto. Non si trattava infatti di un passaggio, particolarmente cruento ma necessario, della seconda guerra mondiale, ma di quel qualcos'altro che il termine ritorsione introduce e allo stesso tempo cela. Proviamo allora a vederci più chiaro.

Il 13 febbraio del '45 la RAF riversò sulla città tedesca 1478 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie. Nella giornata successiva fu il turno dei B-17 americani: 1250 tra bombe esplosive e incendiarie. Quindi i bombardieri della USA Air Force tornarono il 2 marzo con un nuovo carico di 1000 tonnellate, e il 17 aprile le bombe esplosive furono 1554 tonnellate e 164 quelle incendiarie. Il computo delle vittime è controverso, atteniamoci dunque al dato riportato da uno scrittore lì presente: per Kurt Vonnegut i morti furono 135.000, su una città che contava circa 600.000 abitanti.

In tutta questa carneficina qual era l'obiettivo degli Alleati, a parte la tattica di creare quella che fu chiamata una tempesta di fuoco, con le travi dei tetti e altre macerie sollevate fino a 8000 metri di quota? Nessuna strategia, nessun disegno politico in filigrana. Fu semplicemente la compensazione, moltiplicata di scala, richiesta da Churchill per i bombardamenti subiti da Londra all'inizio del conflitto. Una vendetta, insomma.

L'analogia con quanto sta accadendo in queste ore a Gaza balza agli occhi, a mostrare l'assenza di un finalismo procedurale sostituito da arcaiche passioni distruttive, pancia in luogo di testa, nessuna guerra ma pura e semplice vendetta. Ma se non esiste una vendetta giusta dovrebbe se non altro essere proporzionata, che è quanto suggerisce lo psicoanalista e studioso delle religioni Massimo Diana, di cui nell'intervento precedente ricordavo l'interpretazione alla legge del taglione, ripresa nella Bibbia ebraica dal codice di Hammurabi. Riporto l'intero passo nella traduzione della CEI:

"Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un'ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido." (Esodo XXI, 22-25)

Del lungo elenco retributivo, ciò che viene comunemente ricordata è la porzione riferita a occhio per occhio dente per dente. Si tratta certamente di una concessione alla rabbia, e cioè al sentimento più umano, che però contiene un limite, dobbiamo prendere le parole alla lettera, non sono una metafora. Un dente, colpevolmente sottratto alla bocca, contro un dente cavato al responsabile del gesto, un occhio contro un occhio. Ma poi ci si ferma lì, non vale – va contro il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe – prendersi anche l'altro occhio, e spesso non basta ancora. Quando non arginata, la vendetta reclama gli occhi anche dei fratelli, dei cugini, più occhi sono e meglio è. Ci vorrebbe una libellula che da sola ne possiede 28.000.

Le cinquecento vittime dell'ospedale palestinese, che venga o meno confermata la responsabilità israeliana nel bombardamento, confermeranno allora anche il sospetto da cui siamo partiti: questa non è una guerra ma una vendetta, nella quale manca la proporzionalità biblica tra danno e compenso, limitandone il numero alla sua equivalenza. E poco importa se, verosimilmente, sia stato un errore balistico da parte di uno dei due contendenti; quando si spara nel mucchio il peggio deve essere messo in conto, la collateralità ha bisogno di un fine per giustificare il proprio mezzo.

In alte parole e tralasciando l'intrico di torti e ragioni, spesso paradossali, che ci rende difficile pronunciare una parola ultima di verità sulla genesi storica del conflitto, ciò che fa difetto sia ad Hamas sia a Israele è una strategia militare. È un fatto che, nella circostanza, l'aggredito possiede il diritto e perfino il dovere di difendere il proprio popolo, il più vile degli attacchi è stato subito. La forma della reazione rischia però di convertire per l'ennesima volta una ragione in un torto; il solito vecchio gioco – al massacro  che si verifica quando due vendette non confinate dalla legge del taglione si incrociano, andando a innescare una faida. Con il particolare che le faide, per definizione, tendono a non finire mai.

domenica 15 ottobre 2023

Occhio per occhio dente per dente

Massimo Diana, psicoanalista junghiano dagli ampi e approfonditi studi anche in campo religioso, sostiene che la legge del taglione è in realtà molto meno cruenta di come appare, e addirittura possiede un'importante funzione civile condensata nel motto occhio per occhio dente per dente.

C'è un'attualità inquietante in questa temibile formula, la sua prima apparizione la ritroviamo nel Codice di Hammurabi e quindi nella Bibbia ebraica, capitolo XXI di Esodo. Ma perché, nella sua proporzionalità bestiale, andrebbe rivalutata, utilizzandola come meditazione laica in questa domenica di guerra, anzi di guerre? (Non scordiamoci di quella in Ucraina, e dei molti focolai africani).

Secondo Massimo Diana, la radice psichica della specie a cui, con poco orgoglio, apparteniamo non è cambiata molto nei secoli; il cervello limbico sintetizza emozioni simili a quelle provate dagli eroi omerici che si contendevano una donna davanti alle alte mura di Troia, dietro alle lucenti corazze il cuore indurito nello sforzo di prevalere, sopraffare il nemico. Perciò, per ogni dente caduto in battaglia, non ci si accontentava del molare di chi aveva procurato il danno: come minimo tutti i suoi denti, trentadue, e due occhi se ne avevi perso uno dovendolo ricoprire al modo di Olivier Levasseu, pirata che lanciò la moda della fettuccina nera tra i bambini a Carnevale, e di Moshe Dayan, il generale al comando delle forze israeliane durante la guerra dei sei giorni e poi in quella del Kippur.

Alla matematica incrementale dell'odio la legge del taglione prova a mettere un limite: va bene, prenditi pure ciò che ti spetta, oltre ai grappoli succosi della vigna e i bei caprioli nei boschi, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe deve avere creato anche il sentimento tormentoso della vendetta, a cui è lecito (non obbligatorio) corrispondere. Ma che il dente sia uno, se un dente è stato cavato; fatto salvo i poveri dentisti che già allora erano esonerati dal computo. E in fondo anche Cristo invita a porgere l'altra guancia, non l'altro occhio.

Ma il guerriero acheo che ancora fa tana dentro di noi non si accontenta, la sua rabbia, la sua passione liberata da ogni altra legge reclama centinaia di occhi, migliaia di denti. Una storia che tristemente si ripete: per ogni tedesco morto dieci italiani, a qualcuno stanno fischiando le orecchie? Storia ma anche cronaca, basta sintonizzarsi su un telegiornale a caso e ascoltare le reazioni agli attentati contro il popolo del Libro: vittima certamente, nessuno sconto ai responsabili di un'azione tanto vile e sciagurataà la guerre comme à la guerre. Perciò ha diritto alla sua vendetta proporzionale, che, eufemisticamente, ci ostiniamo a chiamare giustizia.

I denti con cui i terroristi di Hamas azzannano un panino raffermo dopo la mattanza, gli occhi spalancati come finestre sui gerani rossi del sangue dei propri crimini, contemplati con il compiacimento della vecchina che li annaffia ogni giorno, a renderli doppiamente colpevoli, quegli occhi e quei denti appartengono a Israele, sarebbe ipocrita prima ancora che ingenuo negarlo. Ma non uno di più, occhio per occhio dente per dente. Mentre nella striscia di Gaza siamo già a oltre duemila morti, perlopiù civili: donne, vecchi, bambini. Che, in occhi, fanno quattromila, sessantaquattromila denti. Per buona parte innocenti.

Come possedevano occhi e denti innocenti i bambini israeliani decapitati nei kibbutz, o i ragazzi falciati durante le danze al rave party nel deserto. Solo che quella che, altrettanto eufemisticamente, viene chiamata ritorsione, ha già raddoppiato il numero del suo tragico compenso in vite umane, e verosimilmente non si arresterà fino a quando il moltiplicatore di potenza non raggiungerà quei rapporti altamente squilibrati paventati dalla Bibbia, a cui la legge del taglione prova a dire basta, stop, fermi tutti – finiamola qui!

Se ne ricava che, oltre a essere criminale, la scomposta azione militare di Israele è anche blasfema.

giovedì 12 ottobre 2023

Letteratura e piadina romagnola, o sul dilagare del midcult

"La letteratura è il luogo in cui viene detto ciò che di solito la gente non dice: perché è inopportuno, o spaventoso, perché rischierebbe di esser giudicata. La letteratura dà voce all’illecito, all’inconcepibile – o non è."

Leggo le parole del virgolettato sul supplemento di uno dei maggiori quotidiani nazionali. Le ha scritte, quale incipit del suo intervento, Rosella Postorino, indicata per favorita all'ultima edizione del Premio Strega, poi perso per un soffio. Accidenti, penso proseguendo nella lettura, questa è una che non le manda a dire: chiama pane il pane e vino il vino!

Eppure, quasi per capriccio, mi viene l'idea di collaudare il suo pensiero; un buon modo consiste nel sostituire l'oggetto, per poi vedere, seguendo l'esempio di Jannacci, di nascosto l'effetto che fa. Invece della letteratura potrebbe diventare, che so... la piadina romagnola. Vediamo come diventerebbe a questo modo la frase.

La piadina romagnola è il luogo in cui viene detto ciò che di solito la gente non dice: perché è inopportuno, o spaventoso, perché rischierebbe di esser giudicata. La piadina romagnola dà voce all’illecito, all’inconcepibile – o non è.

Ha senso la nuova versione?

A me pare proprio di sì. La gente infatti di norma non dice, perché non conosce, l'esatta proporzione di farina 00, strutto, acqua tiepida, sale fino e bicarbonato per produrre l'impasto della piadina. E tace anche sull'inconcepibile (fosse per me, sarebbe anche illecito) degli allevamenti dove i maiali vengono tenuti in minuscole gabbie; per non dire della barbarie con cui i contadini li appendono, ancora vivi, a un gancio; quindi gli tagliano la giugulare lasciandoli dissanguare strillando – io da bambino li ho uditi, ed erano proprio strilli e non grugniti. Infine eccolo: il prosciutto di Parma, con cui farcire la piadina romagnola.

Oppure l'oggetto potrebbe diventare la stenografia. Chi ne parla più di stenografia? Nominandola si rischierebbe di essere giudicati quantomeno eccentrici; di certo inopportuni a un party mondano, od ospiti a un talk show televisivo. In tal caso l'illecito coinciderebbe con la fuoriuscita da quel regime discorsivo che Heidegger sintetizza nell'espressione "si dice".

Tra tutte le possibili versioni della frase da cui siamo partiti  non c'è che l'imbarazzo della scelta , la più strampalata mi sembra così proprio l'originale. Non c'è infatti giorno in cui uno scrittore, specie italiano, non si sporga su uno spazio collettivo per spiegare cosa la letteratura è e soprattutto non è, restituendo una definizione perlopiù veritiera: è vero, la letteratura, molto spesso, riversa sulla pagina ciò che di norma viene spazzato sotto al tappeto.

Problema risolto dunque, con una formula operativa, una ricetta, come per la piadina, a cui basta attenersi? 

Purtroppo no. La letteratura è un piatto che va reinventato ogni volta, essendo questo e quello, regola ed eccezione. Si ricava ad esempio che Tre uomini in barca, capolavoro di arguzia e umorismo scritto nel 1889 da Jerome K. Jerome, per l'autrice del testo pubblicato, ripeto, sul supplemento di uno tra i più importanti quotidiani nazionali (lo stesso su cui Pasolini firmava i suoi corsivi negli anni Settanta), per lei non sarebbe letteratura, in quanto non viene data voce all'illecito e all'inconcepibile. Oppure, per la medesima ragione, vanno espunti dal perimetro della "vera" arte narrativa tutti quei romanzi che da una grigia quotidianità sanno trarre un'epica sommessa, come Stoner di John Williams.

Intendiamoci, è una tentazione che prima o poi viene a tutti, è venuta pure a me: infilzare con uno spillone un concetto su cui l'umanità si dibatte da anni; stilando elenchi, precetti, liste di proscrizione. Da cui ciò che infine lumeggia, più che la sagoma del bambolotto voodoo, il suo esatto perimetro che si vuole colpire e definitivamente affondare, è quella dell'intelligenza di chi scrive, o perlomeno la sua caricatura nella forma del midcult – secondo Dwight Macdonald, che ne coniò il termine, corrisponde all'emulazione semplificata di un modello alto.

Un esempio di midcult? Basta leggere come procede il testo citato:

"Gli scrittori scendono all’inferno al posto degli altri esseri umani, e trovano una forma per raccontarlo. C’è la sopravvivenza in gioco, a ogni libro, e se a qualcuno pare enfatico è perché di letteratura sa poco."

Ora, per piacere, scrittrici e scrittori, scrivete libri (possibilmente buoni) e scrivete anche sui supplementi dei quotidiani, almeno se vi pagano – si deve pur campare. Ma nel secondo caso: scrivete di piadina romagnola, stenografia, aquiloni, effetto del global warming sugli igloo del popolo inuit. Scrivete di quello che vi pare. Non però di letteratura e di inferni, sopravvivenza in gioco e altre simili sciocchezze, stigmatizzando in via anticipata il dissenso quale forma di ignoranza (chi non è d’accordo con me di letteratura sa poco).

Di letteratura lasciate piuttosto scrivere ai critici, ne sono rimasti pochi in circolazione – anche perché tutto lo spazio scrivibile viene offerto agli scrittori, come i cuochi si sono presi sia i fornelli sia il giudizio sulle pietanze – ma rimane il loro lavoro e non il  vostro, la vostra tazza di tè. Afferrandola con mani troppo sicure rischiate di sbrodolarvi addosso la preziosa bevanda, muovendo al riso il lettore. Che non è esattamente quella discesa agli inferi per la sopravvivenza che Postorino offre quale eucarestia: prendete e leggetemi tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.


lunedì 9 ottobre 2023

Lo stemma

Le immagini del rave israeliano interrotto dai terroristi di Hamas, aquile piombate dall'alto su un gregge inerme di agnelli, stanno a questa generazione come il crollo delle Torri Gemelle sta alla generazione precedente: il segno icastico di un tempo storico che riassume senza bisogno di parole, il suo semplice mostrarsi le supera in eloquenza.

Anche lo scontro tra polizia e manifestanti, avvenuto il primo marzo del 1968 a Valle Giulia, trovò sintesi per figure. Tra i tanti scatti fotografici che lo ritraggono, quello di un giovane (ma già enorme) Giuliano Ferrara mentre fugge dalle cariche degli altrettanto giovani poliziotti della Celere, che in buona parte provenivano da un Meridione ancora arcaico e sottosviluppato.

Proprio su tale aspetto sociologico – borghesi contro sottoproletari – si focalizzò Pier Paolo Pasolini scrivendone sulle colonne del Corriere della Sera; non fu il consueto editoriale di affilata analisi, ma una poesia giustamente passata alla Storia. In uno dei versi iniziali possiamo leggere: "Avete facce di figli di papà. / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo. /Siete paurosi, incerti, disperati / (benissimo) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori e sicuri..."

Ho così provato a ricercare su YouTube il video che riprende la mattanza al rave party; l'idea era di confrontare le due scene, verificare se esistessero delle analogie. La sequenza si riduce a un paio di minuti: è giorno, è mattino, qualche intruglio di vodka e caffeina sorregge le gambe che non smettono di ballare dalla sera avanti; la musica realizza alla perfezione il suo scopo di induttore estatico, scuote il corpo e depensa la mente. Benvenuto Dioniso!

Chi filma si accorge di qualcosa di strano, piccoli puntini in un cielo pallido, che siano UFO... avrà pensato osservando i deltaplani a cui stanno avvinghiati i tagliagole, e su di essi indugia. Quindi uno stacco a cui segue il fuggi fuggi generale, le grida e gli spari. Facciamo appena a tempo a intravedere una ragazza correre davanti all'obiettivo.

Eppure, in tutti i servizi è la sua immagine che viene riprodotta, congelandone la falcata come nel fotofinish di una gara di atletica. Le gambe sono lunghe e snelle, sgusciano da shorts color panna sormontati da un corpetto di pelle nero che lascia il ventre scoperto, un indumento dalla forma imprecisata svolazza sulle spalle; forse è un foulard rosso, come quello che ricopre l'uomo anziano con la barba sulla Zattera della Medusa; o forse, semplicemente, si tratta di un giubbino corto, alla moda.

La stessa scena di Valle Giulia, sì. Uguale uguale. I figli del popolo che inseguono i figli di papà, se non fosse una tragedia lo diremmo un gioco, guardie e ladri. Ma dov'è la prepotenza ricattatoria, l'occhio cattivo di cui parla Pasolini? In quelli, leggermente bistrati, della ragazza, si intravede solo paura, sorpresa, istinto di sopravvivenza.

È la forza dei simboli: scardinano i nessi logici, mandano in cortocircuito la pigrizia del si dice, si fa, si manifesta in corteo per una parte giusta per definizione; poco importa che ci si annodi al collo la kefiah o si sventoli una bandierina con l'effige della stella a sei punte. È vero, le politiche del governo israeliano sono state negli ultimi decenni violente e prevaricatrici. È vero, la sofferenza prolungata produce gesti ottusi e controproducenti, nel caso attuale crimini. È vero, l'Iran (o altri burattinai nell'ombra) hanno colpevolmente soffiato su questa brace, fino a farla divampare.

Ma nella ragazza senza nome del filmato, la ragazza bionda (i capelli sono raccolti in uno chignon che la rende più simile a un'étoile che a una baccante), tutto ciò equivale alla temperatura di Potenza nei bollettini radiofonici degli anni Settanta, per definizione non pervenuta. Mentre ciò che perviene è il grado zero dell'umano, in cui si passa da un'alba chiassosa e spensierata tra le dune del deserto, alba perfino kitsch, se è lecito accostare con delicatezza l'aggettivo a una vita senza altro intento che viversi, si trapassa all'oscurità senza transitare da enti di ragione.

Ed è in questa transizione irragionevole della luce che la ragazza si offre quale stemma tragico del nostro tempo.