venerdì 26 febbraio 2010

Il colore delle rose, o sul godimento come fattore politico


Sono tutti uguali: i partiti, i politici, gli uomini di governo e di opposizione. Non voto perché non c'è nessuna differenza, cosa me ne importa. Tutti uguali.
Se fosse un film di Nanni Moretti a questo punto entrerebbe nell'inquadratura Michele Apicella, e con la sua voce di ruggine e mentine si chiederebbe: "Chi è che sta parlando, ma chi è ...? Rossi, neri, sono tutti uguali... Ma che siamo, in un film di Alberto Sordi?" E prima di essere sbattuto fuori dal locale, farebbe ancora in tempo a dire: "Te lo meriti Alberto Sordi, te lo meriti!"
Questo però non è un film di Alberto Sordi, e nemmeno di Nanni Moretti. Ma il locale quello ci sta davvero. E' la Scighera, il circolo Arci di via Candiani, Milano, zona Bovisa. Io abito a poche decine di metri. Il tempo dunque di infilare un giaccone militare e raggiungere alcuni vicini di casa, cogliendo questa conversazione già in corso.
A parlare è una ragazza di 22 anni. I partiti sono tutti uguali, i politici. Tutti uguali.
Giorgio, seduto allo stesso tavolo e con più del doppio dei suoi anni, quando lei si alza me lo domanda sconcertato: "Ma se avessi una figlia della sua età, come farei a spiegare, con quali parole e quale autorità, a farle capire che non è affatto vero? Il rosso è rosso. Il nero è nero. E ogni cosa è diversa da tutte le altre, anche il colore dei pescetti che nuotano dentro al mare."
Guardo il punto interrogativo al termine delle sue parole ma resto muto. Come un pesce, appunto. O come succede in ascensore con un estraneo, i numerini della pulsantiera che si illuminano con spietata lentezza, sei lì che ti guardi i piedi e non ti viene nulla da dire, solo qualche colpetto di tosse. Abbozzo quindi un sorriso a mezza bocca, prima di riposare lo sguardo in terra aspettando che l'ascensore raggiunga il mio piano. Infine, dopo molti altri sorrisi e colpetti di tosse, saluto e ringrazio per la bella serata. Dando appuntamento per un dove e un quando non più certi del mio saluto.
Fuori dalla Scighera il solito grappolo di fumatori infreddoliti, piovischia.
E' passata una notte, il viaggio in macchina verso Sondrio, modestissimo ultimo cd dei Muse sull'autoradio, mattinata per uffici, quando ripenso alla domanda di Giorgio: con quali parole, quale autorità. Come spiegare la sottile arte della distinzione, a un ventenne ...?
Piove ancora.
Accendo il televisore è assisto alla riedizione di uno spettacolo di varietà, in cui un politico di destra racconta cose buffe, sta allo scherzo, cerca insomma di fare il simpatico. Nell'intenzione degli autori, e del politico stesso, ciò dovrebbe renderlo simile alla "gente", e con ciò bucare il video. Ossia piacere.
Piacere, una parola che mi appunto sopra un lembo del giornale.
Alcuni anni fa il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek, in un suo saggio di natura politica, reintroduceva, estendendola al dominio sociale, la nozione di "jouissance", utilizzata da Lacan per indicare il piacere. O ancora più precisamente jouissance è traducibile con godimento, nei termini della dinamica mentale ipotizzata da Freud. Il principio del piacere, del godimento, è diventato oggi per Žižek il metro attraverso cui si determinano le forme volontarie di associazione tra gli uomini. O più semplicemente, la comunità.
Mentre in tempi ancora recenti le comunità si costituivano su base geografica, o ancor prima etnica - la consanguineità come elemento di appartenenza tribale - il fattore aggregante è ora diventato mobile, fluido. Ma pur sempre agganciato a un minuscolo scoglio senza il quale non c'è possibilità di approdo, né il riflesso speculare necessario al riconoscimento. E questo sassetto nel mare dell'indifferenza, alla base del fragilissimo edificio comunitario, è costituito dal piacere.
Godere degli stessi piaceri e frequentare i medesimi luna park, è insomma la premessa tardomoderna di una identità sociale sempre più dislocata a macchia di leopardo. Da questo punto di vista l'idolatria musicale - le ragazze che si strappavano i capelli per i Beatles tanto a Liverpool che a Barletta - diventa allora il modello di ogni altra comunità. Lo specchio non è più conficcato dentro le radici della terra o nelle eliche del DNA, ma nel cielo delle passioni. Se non tra la scorza glassata di un cannolo.
Certo, anche il cosmopolitismo libertario rappresentava già una prima forma di emancipazione dai vincoli geografici ed etnici. Con la significativa differenza che il sentimento di identità popolare, o come si sarebbe detto di classe, aveva la sua matrice psichica dentro il dolore, in una sopraffazione violenta e diffusa quanto oscurata con le fronde della "naturalità". Non certamente un piacere, un godimento. Il pronome noi - noi popolo, noi lavoratori, noi comunisti - aveva il suo punto di irradiamento proprio a partire da un conflitto. Che generava un trauma che generava identità.
Ora non è più così, suggerisce Žižek.
Lo scrittore Giorgio Vasta, in un recente articolo su la Repubblica, aggiunge che il nostro presente si offre come serie di eventi, anche forti, anche dolorosi, che non vengono però più percepiti come trauma. Fatti separati dalle emozioni corrispondenti, potremmo dire.
Diversamente la gratificazione leggera e l'intrattenimento svagato trovano forme di amplificazione nei sistemi della rappresentazione pubblica. Radio, cinema, televisione. Anche i siti web di importanti giornali indulgono a una piacevolezza spesso pruriginosa. E il contrario del trauma è appunto il godimento, la jouissance.
Ecco allora che in un orizzonte oscurato dal trauma, una terra senza il male, il piacere assume una sorta di ruolo suppletivo, che disciplina il consenso e l'appartenenza dentro comunità del gusto, appartenenze di tipo estetico e spettacolare. E come già abbiamo avuto occasione di scrivere su Fontana con soldino, Facebook è un perfetto esempio di tutto ciò. Una dinamica del moderno che, senza tante sottigliezze ermeneutiche, noi percepiamo come regressiva.
La natura reazionaria di Facebook e del piacere come nuova radice comunitaria, è in fondo facilmente intuibile. Mentre attraverso il trauma, il conflitto, tanto la comunità quanto l'anima singolare vivono un'esperienza dentro l'opacità sensibile delle cose, cercando di integrare la differenza in una sintesi dialettica, nel piacere si tende piuttosto a privilegiare il simile, l'analogo. Il principio di realtà si trasforma dunque in particolarità. Dove il particolare è per l'appunto l'omologo, il connaturato.
Se la dimensione del particolare, del gruppo chiuso, la casta, è l'elemento che storicamente ha qualificato la cultura politica delle destre, lo scenario appena tratteggiato potrebbe allora essere battezzato come destra ludica. A cui, almeno in via teorica, dovrebbe corrispondere una sorta di sinistra traumatica.
In realtà le cose non stanno affatto in questo modo.
Come ciascuno ha continue occasioni di constatare, anche la cultura di sinistra ha preso la via di una semplificazione sorridente dentro le categorie dello spettacolare, del piacere per piacere. Così se fino a pochi anni fa icone di sinistra potevano essere l'operaio vessato, il Cipputi, o l'ostensione del corpo cristico di Che Guevara , ora vanno a costituire identità e riconoscimento le canzoncine di Jovanotti, i comici di Zelig, i film di Muccino o i libri di Fabio Volo e della Littizzetto. Che il più delle volte posseggono una loro intima piacevolezza e verità, intendiamoci. Ma che non hanno sufficiente potere di radianza, diciamo così, per richiamare l'elemento traumatico dentro l'orizzonte del piacere e dello svago.
Da questo punto di vista la forma di spettacolarizzazione che meglio incarna la nuova cultura di sinistra, è la trasmissione di Fabio Fazio Che tempo fa. Puro piacere, anche intelligente, anche arguto, ma senza la minima ombra di un trauma.
Rimane la disillusione della nostra amica di vent'anni, e l'interrogativo di Giorgio: come fare, come possiamo riuscire a spiegarle che non è vero, che le cose non stanno a questo modo, frullate e stinte come appena estratte da una centrifuga? Tutto non è uguale a tutto, e ogni parte ha il suo preciso colore.
Beh, Giorgio, forse non è la risposta che cercavi tu, ma il timido principio di un suggerimento mi sento ora di offrirtelo. Guardiamo dentro le forme del piacere, del godimento. Cerchiamo cioè di capire qual è l'idea di mondo, l'orizzonte estetico che ci propongono i diversi partiti, i giornali, confuso e infuso negli spettacoli tutti. E naturalmente nei politici che ci sfilano sorridenti e giocosi in televisione.
Quindi interroghiamo anche le risate che ci mettono in bocca, gli applausi registrati. Perché quello è piacere indotto, che perciò ha un ruolo politico decisivo: quella è propaganda elettorale! Soprattutto in questo tempo liquido e scanzonato. Dove, come si è visto, non ci è rimasto molto altro per fare comunità, se non ingozzare i carrelli e i pensieri dei medesimi diletti.
Così se nella loro idea di piacere, nelle barzellette che ci raccontano ammiccando all'intervistatore, è svanita anche l'ultima ombra di un trauma: diffidiamone, cambiamo canale e teniamoci stretto il nostro voto. Perché non c'è vero piacere senza il pungolo sottile di un trauma, anche quando nascosto come un pisello sotto a un cumulo di materassi. Non c'è vita senza conflitto e differenza che stride.
Ma in fondo anche un bambino di otto anni, che abbia appena letto il Piccolo principe, lo sa benissimo senza bisogno di spiegarglielo ancora. Che non c'è rosa che non sia rossa come solo quell'unica rosa.
Rossa.

mercoledì 24 febbraio 2010

Il bambino che viveva nello specchio


Mi accorgo solo ora che è uscito di recente un nuovo libro di Rocco Brinsi, per l'editore Diabasis. Non so di cosa parli, se sia un testo poetico, brevi prose, racconti. O forse un diario. Probabilmente tutto questo, mescolato assieme.
Mentre scrivo queste note ho comunque ordinato il libro in questione, che si intitola Il bambino che viveva nello specchio.
Rocco Brindisi è un autore a cui accostarsi piano, in punta di piedi. Nelle sue riflessioni sulla scrittura, Edgar Allan Poe spiegava come poesia e racconto fossero dei dispositivi quasi meccanici, che per accumulo direzionale portano al compimento. Rocco Brindisi è l'esatto contrario di tutto ciò.
Se la sua prosa fosse una macchina sarebbe un attrezzo completamente inutile, un accrocchio patafisico. Ma forse proprio perché inutilizzabile, sghemba, incompiuta, la scrittura rimanda a qualcosa di ulteriore. Una sorta di ineffettualità del sentire che paralizza, sgomenta. Prima di schiudere all'incanto.
Le donne nei racconti di questo magnifico autore lucano ogni tanto si accovacciano, ovunque, specie al margine di una strada di campagna. Quindi alzano i lembi della gonna, lunga, nera, con le mani a pugno come a sollevare un covone di fieno. Infine pisciano.
Semplicemente questo: pisciare, sgorgare un fiotto tiepido e dorato. E stare lì, esserci e sentire l'allagare candido e ineffabile di quel momento, fin sotto alla suola delle scarpe.
Oppure scoreggiano, sempre donne, altre donne, o ancora le stesse. Oppure fanno sssh oppure canticchiano oppure ridono, ma non tutti i denti stanno al posto loro. C'è sempre qualcosa che manca, una ferita. Che viene come ricomposta nella contemplazione, magari quella di un vecchio film, che unisce la famiglia intera, il mondo, le cose.
Rocco Brindisi è tutto ciò: un niente che satura gli spazi, i tempi.
Rimane quella sensazione intangibile di leggerezza, rarefazione; che per paradosso è stata raggiunta tramite un'enunciazione sommamente materiale, perfino organica. Mistero, appunto.
Così per una volta voglio fare anche io quello che fanno dentro i giornali e alla tivù, consigliare un libro che non ho ancora letto. Perché con la sapienza tiepida di una pisciatina, la so anche io, credetemi, una cosa che non so. Che Il bambino che viveva nello specchio sarà bello e lieve come il suo magnifico autore.

(ps - qui potete trovare un racconto di Rocco Brindisi)

martedì 23 febbraio 2010

Mi piace pensare


Mi piace pensare che qualcuno pensi che mi piace pensare. Per questo, in fondo, penso. Per darlo a vedere.

domenica 21 febbraio 2010

Kamikaze

Mi ricordo il kamikaze di Wim Wenders, l’auto che piombava in acqua sul confine fra le Germanie. Oggi è figura abusata di tempi ombrosi e crivellati. Per appiattirmi al conformismo ne ritaglio una fra le mie pagine: la ragazza vestita per la caccia alla volpe, stivali di cuoio chiaro, la sciarpa nera, la giacca scamosciata; lei che passa al trotto portando a spasso la sua carriera, lei che andrà esplodendo in un ufficio di luce.

Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

giovedì 18 febbraio 2010

Solo voglio parlare

"SONO IONICA E HO 31 ANNI,SONO RUMENA,SONO ARRIVATA IN ITALIA IN 1 MAGGIO 2004,SONO SPOSATA E HO 2 BIMBE,CRISTINA E LORELAI.MI SONO INSCRITTA QUA NON PER CERCARE ANNIMA GEMELLA,SOLO VOGLIO PARLARE CON NQUALCUNO,MIO MARITO NON MI AMA PIU,MT TRATTA MALE CERCA SEMPRE MOTI VI PER LITIGARE. TANTTE VOLTE PIANGO E MI SENTO SOLA.SE VOLETE PARLARE CCON ME SONO CONTENTA.CIAO E UN BACCIO A TUTTI I RAGAZZI."

IONY78, 32 anni, Chiavenna

lunedì 15 febbraio 2010

Il venait d'avoir 5 ans, o sulla nostalgia


La nostalgia, che cos'è la nostalgia?

Ma forse posto in questo modo è un interrogativo privo di senso. La nostalgia è un paradosso inafferrabile per il filosofo: è qualcosa che non è, la presenza di una mancanza.

Domanda a cui si dovrebbe allora rispondere in nome proprio, non astrattamente. Come alla visita di leva quando ti fanno abbassare le mutande davanti a tutti. Il tuo nome, le tue mutande, il tuo pisello rattrappito dalla vergogna. E anche la tua nostalgia, quell'assenza che si fa presente nel definirti quale ora sei, per tutto ciò che hai avuto senza mai davvero possederlo. E che ora ti manca.

E poi in fondo io lo so benissimo cosa è la nostalgia. E' una canzone di Dalida, "Il venait d'avoir 18 ans".

Ma invece di diciotto potrebbero essere anche otto anni, o ventotto o trentacinque. C'è sempre un tempo che sfugge alla stretta delle mani. E spesso è proprio quel tempo che, quando ci viene consegnato, facciamo di tutto per restituire al mittente, ficcando il testimone in pugno al prossimo atleta. Oppure lo scagliamo lontano, il più lontano possibile, come sassi sopra a un fiume.

Io ci andavo con mio nonno Pinin e il fiume era l'Adda. Un'ampia insenatura scavata dalla draga di un silos, vicino al ponte che porta ad Albosaggia, appena fuori Sondrio.

Mattine d'autunno, o forse di primavera, andavamo all'Adda apposta per far rimbalzare i sassi piani e levigati sopra alla superficie opaca dell'acqua, e per osservare la draga del silos tuffarsi con la furia di un gabbiano. Il nonno riusciva a realizzare anche sette otto balzi. Io due, massimo tre. Poi un misero ciuf come il tappo della vasca, quando le mani si fanno rugose, da vecchietta, e la mamma lo rilascia.

In pochi secondi il foro sul fondo si beve la festa della schiuma Vidal, quella con il cavallo bianco, e comincia a fare freddo anche sotto la salvietta; il lusso degli accappatoi solamente dentro ai film americani, dopo che le valvole della tivù si sono scaldate per bene. Sulla ceramica concava rimane lo scheletro di qualche capello, la spugna che non sapevi dov'era finita. Adesso è grassa e sformata come una Big Babol prima di scoppiare.

Al ritorno dal fiume, con il nonno Pinin, andavamo a osservare gli operai nei cantieri, che facevano grandi e belle le nostra periferie. O almeno così mi sembrava, affondando una mano in quella di mio nonno e l'altra nelle tasche di velluto a coste, dove nascondevo due o tre sassetti lisci lisci per la prossima volta che saremmo tornati al fiume.

Allora sarei stato più grande, più forte, più bravo. E se il pescatore diceva un'altra volta di andare più in là, che gli facevamo scappare i pesci, gli avrei cacato dentro agli stivaloni verdi, pisciato nel buco del culo. Poi avrei fatto un balzo e un altro ancora sempre più lontano, oltre al sassetto lanciato dal nonno.

Intanto gli operai lavoravano dentro un tempo largo che un tempo così largo lo potevi ritrovare solo a messa, la domenica mattina. Odore di incenso da sentirti male, quando stavi vicino, troppo vicino, e io ci stavo più vicino di tutti. Ero chierichetto, ma questo milioni di secondi dopo.
Chiuso nella cotta bianca con la tonachetta nera; ma ogni tanto anche rossa o perfino marrone, come quella dei frati che si arrampicavano sulla salita di Colda, ma non facevano l'autostop come i drogati. I drogati fanno l'autostop, per la nonna questo era un punto fermo. E se la mamma arrestava la 500 bianca per dargli un passaggio, ai frati, non ai drogati, loro dicevano grazie.

Solamente grazie.

Così, quando veniva Natale, tutte le parole che non avevano detto, solamente grazie, si facevano figura. O meglio radura, brusio, dilagando nell'eloquenza muschiosa del presepe, con un sistema idraulico e di luci a simulare l'inganno del tempo, le albe e i tramonti e i ruscelli. Sì, era decisamente il presepe più bello di tutti, quello dei frati di Colda. Perché è una gara il presepe. E quegli omini taciturni e barbuti, con i loro piedi nudi dentro i sandali, la pioggia, la neve, grazie prego grazie prego, la vincevano sempre.

Ma anche raggiungere lo spalto della messa grande della domenica, era una gara. Ci sono decine di messe, e poi anche i funerali, le benedizioni, occasioni ghiotte per gli aspiranti chierichetti. Ma nessuna importante come la messa della domenica mattina.

Quando riuscivo ad arrivarci e acciuffavo il turibolo, lo tenevo stretto e non l'avrei mollato più, ceduto per niente e a nessuno al mondo. Non come pietre tonde da riconsegnare al fiume.
E poi oscillare il polso e dondolarlo piano, cullarlo, il turibolo. L'odore dell'incenso che si sparge come l'anestesia del dentista, un canto soffuso e lunghe processioni per l'eucarestia. Cullarlo come un bambino morto da rianimare.

Sì, si chiama nostalgia questa cosa qui.

Bambini morti, tempo morto. Perché si può davvero morire di nostalgia in questo presente senza tasche, senza sorprese. E senza più una mano di nonno a calare sopra gli occhi, ogni volta che gli operai iniziavano ad arroventare la fiamma ossidrica.

Solo una voce, da fuori, come il playback di un vecchio film. A ricordarti che gli uomini che camminano a piccoli passi con enormi occhiali neri, il cane lupo con lo stemma della Svizzera, oscillando il bastone verso l'incalzare minaccioso di un niente, sono bambini che hanno guardato la fiamma ossidrica. Che a guardare la fiamma ossidrica si diventa così, ciechi.

E secondo me davvero abbiamo guardato il drago dentro agli occhi, per diventare quel che siamo. Sassetti che hanno smesso di danzare sopra a un fiume.

domenica 14 febbraio 2010

Parco, II

Oltre il muro e il salto degli spalti, nell’ombra della cabina di radiocronaca vedo le teste coi panama, a tratti il rinsecchito profilo tedesco. Mi chiedo quale sia l’unità di misura che segna la distanza fra me e loro e il tempo in solitudine per percorrerla. Forse anch’io finirò spettatore al polo-club a contare nelle pause i giri dell’irrigatore, oppure a seguire sempre più lontana la figura del giardiniere che passa ogni paletto…

Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

venerdì 12 febbraio 2010

In difesa del risentimento, una mail


Oggi ho avuto uno scazzo epistolare con un'amica, a proposito del risentimento. Lei mi confidava di non amare un certo scrittore perché troppo risentito. E' vero, quello scrittore è la persona più risentita che io conosca. Eppure io lo continuo a leggere e a seguire; e proprio per via del suo smisurato risentimento. Riflettendoci ancora, mi sono quindi accorto che lo scambio epistolare con la mia amica poteva avere un qualche contenuto generale, perfino civile. Così omettendo il contenuto della sua mail, posto la mia risposta:

“... Anche io credo che F. A. viva di profondi risentimenti. Ma a differenza tua, non ho una percezione unicamente negativa - risentita - del risentimento. Che contemplo nella sua nuda natura di risacca emotiva; un sentire nuovamente le ferite, ri-sentirle. Così a me interessa molto di più l'origine e il profilo della ferita che non le modulazioni del lamento. Perché la carne che duole dentro gli interventi di F. A., secondo me, ossia per come anche io patisco il presente, non è infettata unicamente dal demone narcisistico, ma pungolata da un sentire più generale, che non esisterei a chiamare politico o civile. In altre parole si può essere incazzati perché uno ti ha spruzzato i pantaloni passando con una motoretta dentro una pozzanghera, e da quel giorno forare le gomme a tutte le motorette che incontri. Ma questa è una forma di risentimento incivile. Oppure accorgersi che la strada è piena di buche, dove le motorette, indistintamente, quando sgasano spruzzano. Quindi incazzarsi e pretendere che chi ha lasciato quelle buche nell’asfalto le ricolmi. E questo è un risentimento sano, civile. Il risentimento di F.A. mi sembra dunque appartenere a questa secondo tipologia. Traducendosi in dolore, ma anche in sana e legittima rabbia, nell’assistere alla messa in liquidazione di un'idea di mondo selvaggiamente alternativa al minuscolo presepe borghese, con qualche semplificazione emotiva emblematizzata nel Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Estremo simbolo di rivalsa popolare che ha lasciato il posto a una caricatura imbelle della mediazione virtuosa, anche detta "valori democratici". Una pietanza a base di farro, scarpe basse, tappeti multietnici, libricini e canzonette edificanti. O se vogliamo dirlo con una parola sola: veltronismo. Il tutto condito da un buon senso che di buono ha solamente l'aggettivo, mentre lo sforzo del significare è ormai pratica consegnata a creativi, grafici, copy e pubblicitari con la mosca sopra al mento, come il volto maschile che campeggia nei nuovi manifesti del PD. Tutto ciò hanno il coraggio di chiamarlo "sinistra moderna", semplicemente perché, ignorando non solo Marx ma anche Bloch, Benjamin e il messianesimo giudaico alla base della sinistra storica, pensano che la virtù politica corrisponda con il consenso, con il rispecchiamento in una temporalità che non è nemmeno storia ma cronaca. E in effetti, dal loro punto di vista, Gesù ha perso le elezioni con Barabba perché ha sbagliato strategia elettorale ... (Poi uno può anche mangiarsi un bel piattone di zuppa al farro e non pensarci più, oppure risentirsi.)

Ti auguro giorni sereni, ciao

g.”

mercoledì 10 febbraio 2010

Manuale italiano di sopravvivenza


Segnaliamo l'uscita del nuovo libro di Fulvio Abbate per l'editore Cooper. Il titolo è Manuale italiano di sopravvivenza, e in una forma divagante, al solito estrosa e biografica ma densa di grumi civili idiosincratici a questa modernità soffusa e light (una modernità "al farro", direbbe lo stesso Abbate), racconta l'esperienza di Teledurruti, di cui abbiamo già avuto modo di occuparci. Aggiungo, a titolo personale, che l'autore mi ha contattato nei mesi scorsi per richiedermi di poter aggiungere quando scritto su Fontana con soldino come appendice al volume, con ciò gratificando lo spruzzo di questa fontana che è davvero una piccola pozzangherina. Ma che, anch'essa, prova e perfino riesce a sopravvivere, a zampillare pensieri e parole in un'indifferenza che si fa sempre più partecipe, curiosa. E' possibile rileggere qui l'intervento in questione, mentre qui la presentazione del Manuale fatta da Fulvio Abbate su Teledurruti.

domenica 7 febbraio 2010

Futura, o sul perché Facebook è reazionario



Le chiamano note. Dalla bacheca di un’amica scopro che è una funzione di Facebook. Ma forse più che scoprire dovrei dire intuisco, almanacco, non avendone ancora compreso il funzionamento per intero.
Immagino dunque che si tratti di questo. Dopo aver scritto un post, cioè un breve testo da pubblicare nello spazio informatico personale, c’è la possibilità di individuare alcuni destinatari, a cui nel momento della pubblicazione lo stesso viene associato.
Ma con un esempio dovrebbe essere più chiaro.
Trovo sulla bacheca della mia amica Lotte una poesia piuttosto sentimentale; o meglio soffusamente malinconica, ridondante. E’ di un tale che si firma Gabriel Lure. Ora non è tanto importante decidere se sia bella oppure brutta. Più che una poesia a me sembra il testo di una canzone, assumendo dal genere formulazioni sospirose quali "campanule orfane”, "lacrima gentile", "parole non dette in un giorno di pioggia …"
Ok, credo che sulla qualità del testo ci siamo capiti.
La cosa veramente interessante è dunque un’altra. Gabriel Lure non invia questa canzone senza musica a un interlocutore individualizzato, quale potrebbe essere Luisa o Maria o Giacomino. No, egli la invia a Luisa e Maria e Giacomino. Il passaggio dalla congiunzione disgiuntiva a quella coordinativa modifica insomma la natura stessa della comunicazione, che si fa collettiva senza essere globale.
Vediamo allora cosa questo implica, ma come ogni autentica novità muoviamoci per negazioni progressive.
Intanto la composizione di Gabriel non rientra nel genere epistolare, mancando di un “tu” entro cui circoscrivere l'interlocutore. Contemporaneamente, però, il testo non è nemmeno pubblico, non rivolgendosi a un uditorio indifferenziato ma a una precisa selezione di interlocutori. Insomma, un po’ come una volta avveniva a teatro con le varie autorità cittadine, a cui venivano assegnati dei palchetti separati dalla massa con poltroncine in velluto rosso (che perlopiù restavano vuote).
A questa prima considerazione, dobbiamo aggiungere che il buon Gabriel non ha realmente inviato la sua canzoncina a Luisa e Maria e Giacomino. Perché Giacomino, in effetti, non ci stava. Mentre di Luise e Marie ne erano presenti una trentina. Trenta giovani fichette a cui offrire la sua lacrimevole pena di amante e poeta incompreso.
Sì, siamo in pieno Ottocento. Con una differenza significativa. La cultura romantica, a cui Gabriel evidentemente si ispira, prevedeva una robusta cornice estetico-formale, entro cui danzavano delle coppie polari che si rafforzavano individualmente proprio per via della specularità; al limite potevano crearsi dei triangoli, quando fosse presente anche la figura indesiderata ma ineludibile dell’Altro. Diverse figure geometriche non erano contemplate. Mentre nella scena moderna Tu, Io e l’Altro hanno lasciano spazio a una folla anonima e vociante; la famigerata “gente”, che richiama la voce indistinta del coro tragico, senza però possederne l’autorevolezza profetica. Un coro che parla a cazzo di cane, si direbbe a prima vista. E come i cani abbaia alla luna e bacia la mano che tiene il bastone. Il passaggio da Popolo a gente possiamo anche vederlo a questo modo: la caduta di una sintesi nominale e cognitiva, che si fa storia a partire dalla seconda metà del Novecento.
Gabriel Lure però ci dimostra di essere già oltre, fuori dal Novecento ma con un piede ancora ben saldo nell’Ottocento. Egli è infatti sensibile, sentimentale, romantico. Però è anche sufficientemente cinico e moderno da sapere che tempo e sforzo vanno ottimizzati. Perché provarci con una sola donna, allora, quando Facebook ti offre la possibilità di farlo contemporaneamente con trenta?
Ecco allora cosa sono le note di Facebook: uno stratagemma linguistico per smarcarci dai confini storici del discorso duale, della parola "responsabile" in quanto una risposta non solo è prevista, ma dovuta. E che ora vede la comunicazione non più limitata al pozzo di un tu biografico – tu che mi leggi, tu che mi ascolti e tu che dunque mi risponderai - senza con questo però nemmeno allagare nell’oceano di un tutti civile, un tutti che si fa carico della complessità di ciò che ci è differente. Piuttosto un noi, una pozzangherina opaca, che recupera e rilancia una funzione “tribale” della lingua, chiamiamola così.
Noi infatti è il pronome che qualifica una socialità ristretta, selezionata e con pedigree – in questo caso il parametro di selezione è quello del genere sessuale, ma le discriminanti tribali potrebbero essere molteplici. E’ sufficiente che si condivida questa collocazione intermedia tra il privato (tu ed io) ed il pubblico (tutti), accampandosi in quei territori selvaggi della lingua dove vigono le uniche leggi della statistica, della probabilità e dell'analogia.
A differenza di quando si parli con un interlocutore individualizzato, con un tu, con l'ampliamento delle destinazione verbale non è più dovuta alcuna risposta, per ethos ma nemmeno per galateo. E però una risposta è compatibile, tutto diviene compatibile e facoltativo quando parliamo tra noi. Ossia quando torniamo tribali - il gruppo, il clan, le amichette di Facebook - mentre conficchiamo le nostre parole dentro il cuore pulsante del moderno.
Ecco allora in cosa precisamente è reazionario Facebook. Nel promuovere la regressione da una parola pubblica, civile, la quale metta a tema la complessità del mondo che è data dall'articolarsi di differenze significative, da approcciare per mezzo degli strumenti di una razionalità persuasiva, a una lingua idiomatica, se così possiamo dire: una lingua che ha valore d'uso solo all'interno del clan, come un gergo malavitoso. Ma per via di questa premessa strumentale, la lingua di Facebook retrocede anche da un orizzonte morale fondato sul riconoscimento dell'Altro, del suo corpo e della sua biografia, che storicamente sono a fondamento del discorso duale. Ciò che resta è l'illusione di uno spazio comunitario che si articola per analogie ludiche, il piacere e l'affinità del gusto (gli stessi cantanti, scrittori, registi da onorare) come unico elemento aggregante ed esclusivo. E quel che viene escluso dall'onda di risacca sono proprio le differenze interpretative quanto l'interrogazione singolare, lasciando sulla sabbia l'orma del vecchio mito tribale. Una comunità circoscritta dal profondo fossato della pigrizia e della diffidenza.
I creatori di Facebook, che davvero sono dei profeti della modernità, dei geni della comunicazione dissociata, hanno così intuito che il loro strumento rende realizzabile uno dei miti cognitivi del presente, che paradossalmente si realizza nel momento in cui viene rivangato l'antico. Quello del ritorno a una comunità che non è più della terra e del sangue, ma del gusto, del godimento; o meglio ancora della jouissance, per riprendere un concetto lacaniano rilanciato dal filosofo sloveno Slavoi Žižek. E con ciò della relazione non vincolante, del “ndo’ cojo cojo”.
Ma di questo davvero non abbiamo mai dubitato. Che, prima o poi, qualcuna delle trenta nel frattempo magari diventate trentuno o trentadue o quarantacinque, sacre vestali del branco, finalmente gliela dia. Al nostro malinconico astutissimo poeta.
E se saran rose e se sarà una femmina, si chiamerà Futura.

sabato 6 febbraio 2010

Pausa pranzo

Case della nuova urbanistica, senza identità, concepite e partorite nella notte di timbri e pantomima; come i giovani assicuratori che per strada, all’ora del pranzo, si salutano “cari ragazzi!”
E la ragazza dietro al banco sta benissimo: sciacqua bicchieri e ci si ammira. Attira la più giovane e rampante clientela: impiegati di banca, top manager running: secchi nella sfera d’amido e matita. Tutto un gioco di scatole magiche, alla ribalta delle fotovoltaiche.

Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

venerdì 5 febbraio 2010

Una brava ragazza singol

"IO MI CHIAMO MARCO L****** ANNI 46 SONO SINGOL CERCO UNA BRAVA RAGAZZA ANNI 35/38 SINGOL ITALIANA CON I SENTIMENTI SANI PRINCIPI IO SONO DI ROMA SONO UN BRAVO RAGAZZO SERIO E IN GAMBA E SIMPATICO E LAVORO FACCIO PROGRAMATORE INFORMATICA CON I COMPUTER LA RAGAZZA LA VORREI NON DIVORZIATA NON SEPARATA NON CON FIGLI PER SCOPO MATRIMONIO NON CONVIVENZA NON PERDITEMPO IO AMO MOLTO LA MONTAGNA."

giovedì 4 febbraio 2010

Per andare dove dobbiamo andare?


Un parcheggio. Io e Gianni stiamo cercando un parcheggio con la sua nuova automobile. Guida lui in direzione Lungo Mallero, dove abbiamo appuntamento per ritirare delle cornici. Superato l’incrocio di via Parolo vedo che Gianni sterza a destra in via Trento. Il Mallero scorre dalla parte opposta. Mi spiega che è a causa del parcheggio: nei pressi del luogo in cui siamo attesi non ci sarà quasi certamente parcheggio, sicuro che non c'è. Ma nemmeno in via Trento, c’è un parcheggio. La nuova automobile di Gianni è lunga, alta e sofficemente gonfia. L'odore buono delle cose appena sfornate, candida anche nella vernice. Un incrocio tra un pastore maremmano e una meringa. E però diesel, turbo diesel. Giriamo in tondo una decina di minuti - anche il cd dei Rem sembra essere finito in loop - fino a che non ne troviamo uno. Eccolo, un parcheggio! Quindi raggiungiamo a piedi il colorificio Cao, all’angolo tra il Lungo Mallero Cadorna ed il ponte Eiffel. Dove troviamo, proprio di fronte all’ingresso, un enorme parcheggio. E all’interno un poster di Totò e Peppino con la scritta: Per andare dove dobbiamo andare, dove dobbiamo andare?

martedì 2 febbraio 2010

Letture


Leggo. “La droga apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo.” Lo leggo alle 17 e 56 di martedì 2 febbraio 2010. Alle 17 e 57 leggo che il ministro della gioventù Giorgia Meloni ha risposto a Morgan, il quale dichiara ciò che ho appena letto, ma poi ritratta, e io leggo la ritrattazione di Morgan, Giorgia Meloni risponde a Morgan che la televisione pubblica non dovrebbe concedere ”un pulpito autorevole da cui ergersi a un intellettuale finto-ribelle pagato con i soldi dei cittadini”. E io leggo anche la Meloni, leggo tutto. Sono le 17 e 58. Il rumore sordo di uno sciacquone e mia madre esce dal bagno con una berretta da alpinista in testa. Le chiedo: Mamma, per quale motivo mi avete insegnato a leggere?

domenica 31 gennaio 2010

Paròl


Rileggevo questa mattina la parabola evangelica dei talenti, nella versione offerta da Matteo.
Per quasi tutti i teologi l'interpretazione di Matteo 25, 14-30 rappresenta uno dei passaggi più scabrosi. Frasi come "mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso", rimandano alla severa distanza di una divinità ancora veterotestamentaria. Perfino più problematica è l'invocazione a togliere a chi già poco possiede (un talento) per dare a chi dalla sorte ha ricevuto in abbondanza. Anche la benevolenza verso l'interesse bancario - "dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse" - potrebbe apparire in contrasto con altre parole pure presenti nei vangeli. Come quelle sulla difficoltà di un ricco ad entrare nel regno dei cieli - una probabilità pari a quella del passaggio di un cammello attraverso la cruna di un ago, come vuole un'errata traduzione. Il testo greco prevedrebbe infatti uno spesso cordame (kamilos), ma per assonanza si è giunti alla suggestiva immagine del cammello (kamelos).
Scorrendo dunque i versetti con le molte inevitabili incertezze, mi è però venuta in mente una circostanza che trovo indicativa. Nel tempo in cui Matteo incideva con pazienza le sue frasi su una pergamena non esisteva ancora il gioco poker!
Ok, sembra una boutade, una provocazione. Provo allora a spiegarmi meglio.
Nel poker è prevista una particolare regola che si chiama "paròl". Dal francese parole, significa semplicemente che si passa la parola agli avversari. Non si rilancia, non si vede. Piuttosto si propone di rinviare tutto alla mano successiva. Nella quale, dettaglio tecnico, per aprire è necessario versare un importo corrispondente a quello del piatto di paròl.
Bene, dal punto di vista da cui siamo partiti, cioè quello di una seppur eccentrica teologia, cosa potrebbe implicare tutto ciò?
La mano di paròl rappresenta un caso differente dal semplice seppellimento dei propri talenti, illustrato nella parabola. In tale eventualità l'omissione non avviene per mancanza di partecipazione al gioco, come appunto colui che si rifugi nella terra morbida della rinuncia, ma perché l'azzardo viene continuamente rimandato, differito fino al punto in cui la misura economica dell'impegno finisce coll'esorbitare la propria disponibilità.
Se ci riflettiamo un momento, è la scena di moderna e inattuata tragicità descritta da Beckett nel suo Aspettando Godot. L'illusione confortante di un eterno dopo, in cui redimere le miserie del presente, ricolmare per grazia le mancanze. In fondo una malintesa eredità proprio della promessa messianica, già frutto maturo dell'escatologia ebraica.
Oppure, nel quotidiano, la condizione di molti trenta e quarantenni, quando al matrimonio segue il presepe di una nuova famiglia, che gli brilla negli occhi come la cometa sopra ai muschi. Miei coetanei, uomini con cui fino al giorno prima ho scommesso la fiche di un sogno, acceso i lampioni del mondo e le luminarie della fantasia. Tutto spento, ora. Solo il fioco riverberare del presepe. Si sposano e smettono di andare a cinema, di leggere libri e giornali.
Ogni tanto qualcuno passa a trovarti perché, su internet, ha trovato un nuovo sito in cui viene esibita la carne della femmine, e ti propone ciò che chiamano una rimpatriata. Ma di quale "patria" stai parlando, scusa? Non hai capito che il tuo passaporto è già scaduto da un pezzo.
No, non stanno seppellendo i loro talenti, attenzione! Per questo facciamo fatica a interpretare lo spigoloso passaggio di Matteo. Stanno semplicemente chiamando paròl. Consegnando ai loro figli, agli eredi, alle future generazione, l'azzardo di una minima scommessa dentro a questo mondo.

sabato 30 gennaio 2010

Corona come Creonte, ma quale Antigone a rimboccarci il lenzuolo?


Matrix, Canale 5. Ieri sera era presente in studio Fabrizio Corona. O forse il suo intervento era registrato, non mi è del tutto chiaro, ho acceso il televisore a trasmissione già inoltrata. Nemmeno so chi sia l’attuale conduttore che ha sostituito Mentana alla guida del programma. L’orizzonte critico del mio intervento vuole dunque collocarsi a questo livello. Di pura manifestazione sensibile, evidenza palpabile.
Abbiamo così un giovane uomo piuttosto piacente, curato, elegante. Un’eleganza trasandata e quasi involontaria, quale è oggi diventata l’eleganza. Stava accovacciato su uno sgabello alto simile a quello di una vecchia falciatrice, il giovane uomo che cerca nervosamente di rendere conto a un intervistatore - assai ben disposto nei suoi confronti - delle azioni ma soprattutto dei retroscena di ciò per cui è stato incriminato. E per cui ha già scontato quasi cento giorni di carcere preventivo, dettaglio non privo di importanza.
Il fatto nudo e crudo è dunque questo. Fabrizio Corona offriva a personaggi pubblici, immortalati in momenti di varia e privata intimità, l’esclusiva di quegli scatti (ora non esistono più i negativi) a fronte di un consistente conguaglio economico. E fin qui i fatti sono fatti, e anche noti. I quali fatti si configurerebbero come reato d'estorsione, previsto dal codice penale, solo se fossero presenti i due elementi congiunti della minaccia, che si accompagni a una richiesta, e della sproporzione economica con l’oggetto, parametro quanto mai ambiguo.
La difesa di Fabrizio Corona è sempre stata nei seguenti termini: non vi è mai stata una minaccia nei confronti delle “vittime”, riprese a loro insaputa dai fotografi a cui si affidava. E con ciò viene liquidato il primo pilastro che tiene in piedi il castello teorico dell'estorsione. Relativamente al secondo punto, Corona assicura che la richiesta economica era commisurata al valore di mercato di quelle immagini, se le stesse fossero state offerte a riviste specializzate in gossip. Egli insomma rivendeva le immagini ai loro soggetti, come fanno sul lungo mare a Rimini o al Circo Americano, schiaffandoti un leoncino in braccio, le rivendeva ad un prezzo "congruo".
Io, Guido Hauser, lo affermo dunque senza tanti giri di parole. Credo nella versione di Fabrizio Corona. Non solo per quanto riguarda la ricostruzione esplicita dell'intera vicenda, ma anche in riferimento al contesto economico e sociale entro cui è necessario collocarla per poter essere giudicata con merito. Per tale ragione reputo i cento giorni di carcere preventivo una grave negligenza giudiziaria.
Detto ciò, non potrei essere più distante dal personaggio Corona. E non mi sto riferendo alla sua consueta tracotanza da bulletto di periferia. Questi sono aspetti secondari, che in una certa misura perfino riesco ad apprezzare - anche solo per formazione reattiva allo stomachevole conformismo, Corona non mi risulta per nulla ostile. La questione sta piuttosto nella legittimità pubblica di comportamenti che, dentro ciò che potremmo chiamare un tacito galateo dell’umano, non possono non apparire disgustosi. Per intenderci: Antigone non ha mai contestato la legge pubblica di Creonte, per quanto intimamente le fosse perfettamente estranea.
Allo stesso modo io trovo che il contesto giuridico in cui i fatti si sono svolti, senz’altro vede Fabrizio Corona nella parte della vittima; da un punto di vista tecnico legale i suoi non erano oggettivamente ricatti. Piuttosto delle offerte “commerciali” a interlocutori eccentrici alle consuetudini del mercato, diciamo così.
L’elemento di ripugnanza non va dunque ricercato all’interno dei confini di una legalità codificata - né tanto meno codificabile, temo - quanto in quella distanza incolmabile tra ordinamento pubblico e codici morali. O se preferiamo legge del libro e legge cardiaca, declinando nuovamente nella prospettiva di Antigone.
In un’ottica emozionale noi corrispondiamo infatti con la nostra immagine manifesta. Per alcune popolazioni la stessa ripresa cine-fotografica rappresenta un’intrusione all’interno dei sacri confini della soggettività, e con vigore provano ad opporsi agli scatti dei turisti, o agli insinuanti stratagemmi dei reporter. In determinati contesti antropologici si parla addirittura di “furto d’anima”. Senza addentrarci nella questione teologica su dove sia riposta l’anima, né se questa sia realmente sostanza, Fontana con soldino ha deciso di schierarsi al fianco di una posizione decisamente tradizionale: fotografare è rompere i coglioni, sempre e comunque.
Essere immortalati da una fotografia, come dice anche l’etimo del termine, significa infatti vedere una parte di noi sottratta alla morte, al fiume provvisorio e labile dell’apparire. Tanto che io come uomo, e cioè come “cadavere potenziale”, rivendico il diritto alla mortalità di ogni mia parte. A meno che sia io stesso l’artefice di una salvazione immaginale, cioè di una strategia della prosecuzione. Attraverso i miei testi, ad esempio. O affidando la mia re-esistenza alla memoria di quanto di buono e degno io cerchi di fare in questa vita.
Non sto dicendo, attenzione, che così è. Ma che molti uomini per bene avvertono questa stessa sensazione attraverso il loro cuore. Un senso di impotente spoliazione, che si accompagna alla spettacolarizzazione proditoria della propria immagine.
La mente ci dice però che Fabrizio Corona è innocente. E di questo non c’è dubbio, se le cose stanno come ora tutto sembra far credere. Ma ciò non l’assolve da un’onta umana persino più grave, che consiste appunto nell'aver sottratto alle persone il diritto alla peribilità dei loro più infimi gesti. Per vedersi poi offerto quello stesso diritto – “naturale” - per un pugno di denari. Al di là di una stracca recita dentro una prossemica da guappo, ecco dunque cosa ci fa probabilmente incazzare. La richiesta di qualcosa che nel profondo avvertiamo come dovuta.
Provando ad articolare meglio concettualmente, ciò comprende anche il diritto sull'ostensibilità del nostro corpo - quando si parla di diritto alla privacy si parla infatti di questo: sottrarre il corpo ad un'esibizione arbitraria. Quindi alla titolarità di una visione su noi stessi, alla formulazione di una memoria testamentale di quel che siamo stati, compreso il diritto all'oblio. Questioni e diritti decisivi, come ben si vede.
Eppure esiste una situazione analoga, ma ben più grave, che non suscita nessun clamore e nessuna indignazione. Probabilmente per via dell’assuefazione con cui l’osserviamo. Mi riferisco al sentimento altrettanto naturale di pietas, che all’interno della nostra tradizione culturale ci appare doveroso nei confronti di chi soffre. Pensiamo allora a una persona che si rechi in un ospedale pubblico per un sospetto e serio problema di salute. Deve probabilmente attendere alcuni mesi prima di essere visitata. Ma se decide di sottoporsi a una visita privata dallo stesso medico che avrebbe ritrovato mesi dopo, può essere ricevuta entro una manciata di ore. Tutto in regola, tutto conforme a leggi e postille del nostro diritto civile e penale.
Però Antigone ugualmente scalpita, e muove il suo indice contro il petto di Creonte. Perché in fin dei conti Fabrizio Corona si limitava a richiedere soldi a persone che, innanzitutto, ne disponevano, soldi ed agio in gran quantità. Quindi lo sfondo delle sue azioni era tutt’al più grottesco, un patetico teatrino tra mezze calzette che sgomitano per avere un posto in prima fila sul Titanic. Egli spettacolarizzava la salma di chi già si era immolato sopra alla pira dell’evidenza più corriva. Una commedia delle parti, insomma. Mentre nella sanità negata siamo di fronte a una scena tragica, drammatica non solo nella forme, nella delicatezza morale dei rapporti.
Ma perché, allora, i magistrati non decidono di arrestare preventivamente anche i primari delle cliniche convenzionate, i medici che richiedono oltre trecento euro per una visita privata. Anche qui siamo al cospetto di una discordanza tra legge del cuore e legge della città. Il professor Cesare Maffei, ad esempio. Primario di Psicologia clinica all’ospedale San Raffaele di Milano. Anni fa mi richiese oltre 250 euro per una chiacchierata di una cinquantina di minuti.
E’ giusto, è sbagliato?
Io non pretendo che il professor Maffei venga perseguito per questo, non è davvero il caso. Ma ciò che tengo a ribadire è che, da un punto di vista squisitamente giuridico, siamo di fronte a un caso perfettamente assimilabile a quello che vede coinvolto Fabrizio Corona. Entrambi richiedono alle persone un compenso spropositato per qualcosa che, intimamente, nelle corde più fonde del nostro sentire, ci appare come naturalmente legittimo: il diritto a vivere oppure a morire.
Ma forse questa disparità di giudizio è da mettere in relazione al fatto che il professor Maffei non ha il corpo cosparso dai tatuaggi, non impreca e spintona ma soprattutto non sta con Belen, sbaciucchiandola sulla prua di una Yacht che separa in due le onde come noci di cocco, una schiumina bianca e soffice a poppavia del jack. E’ una persona molto a modo, cordiale ed educata. Il professor Maffei. Educata e cordiale come lo era di certo anche Creonte. Un altro che pensava che il giusto corrisponde con la giustizia.
Noi abbiamo però deciso di stare dalla parte avversa a Creonte: contro Creonte, contro Corona ma pure contro Maffei. E contro tutti quelli che non solo non si prendono cura di noi, come pietà vorrebbe, ma nemmeno ci lasciano morire in santa pace. Con l’unica consolazione di Antigone, a rimboccarci il lenzuolo.

Parco I


E’ una delle torri di De Chirico, solamente rinnovata, aperta a pub sull’impianto dei campi da tennis. Torre forata, spalancata alla calura del pomeriggio, che lascia intravedere un interno di banchi-magneti e giovani littorine in gonnella di raso che si muovono in preparativi febbrili. Sul lastricato, senz’ombra, ne passa un’altra coi capelli annodati in un boccolo: la sua diagonale è la mossa dell’alfiere sulla scacchiera deserta.


Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

Francesco Osti


Fontana con soldino comincia oggi una collaborazione con il poeta valtellinese Francesco Osti. Nato a Morbegno nel 1976, da queste parti ancora bazzica impegnato in attività che qui rubricheremo alla voce "cazzi suoi". In una sezione specifica a lui dedicata verranno pubblicati estratti dal suo prossimo libro, in uscita con l'editore Stampa 2009 con il titolo Itinerari. Mentre per Lieto Colle, nel 2005, la precedente raccolta Errore di sintassi. Nel 2007 alcuni suoi testi sono stati inclusi nell'almanacco poetico mondadoriano dello Specchio. Svariate infine le collaborazioni con riviste di settore e non, tra cui il web magazine TellusFolio e il settimanale Specchio della Stampa. Siamo dunque felici di ospitare qui un poeta vero e potente, ma soprattutto un amico. Benvenuto anche al tuo soldino, Francesco!

mercoledì 27 gennaio 2010

Senza famiglia, o della scrittura e la comunità


Una riflessione veloce sul rapporto tra scrittura e comunità. Quando ero bambino, come credo quasi tutti i bambini della mia generazione, a Natale componevo una piccola poesia, che poi leggevo di fronte alla famiglia riunita. Essendo figlio unico la mia era ed è rimasta una piccola comunità. Allora composta dai quattro nonni più i miei due genitori, a quel tempo non ancora separati. Quindi tre cugini di primo grado e una selva di parenti di secondo e terzo grado; che però festeggiavano il Natale dentro altri presepi. Il pubblico naturale della mia poesia era dunque circoscritto dal cerchio di sangue di una ristretta genealogia, con ciò assicurando il successo alle mie performance poetiche.
Quanti anni avrò avuto allora: sette, otto, nove …? A dieci anni già ci si sente troppo vecchi, per questo genere di cose.
Adesso ho quarantatre anni. Quando qualcuno mi chiede cosa faccio nella vita, a volte, quasi distrattamente, rispondo: lo scrittore.
In effetti non è vero per nulla. L’ultima mia pubblicazione ufficiale risale a più di dieci anni fa, dopo di che mi sono perso dentro la vischiosa zanzariera dei giorni. Eppure, come insegnava Josip Brodskij, non si dovrebbe temere questi termini: scrittore, poeta. Perché non corrispondono necessariamente a una pratica effettiva, ma a qualcosa che potremmo provvisoriamente definire una disposizione, la postura civile di un'anima.
Provando a precisare meglio la suggestione da cui sono partito. Quando a sette, otto o nove anni componevo le poesie natalizie per la mia famiglia, non mi sarebbe mai venuto in mente di definirmi un poeta. E non tanto, o non solo, perché non conoscevo il significato puntuale o allargato del termine, ma perché i miei componimenti avevano un’unica finalità: essere amato e compreso da chi amavo e provavo a comprendere. I miei familiari. Anzi, meglio: prima compreso e quindi amato, perché l’amore autentico nasce dal gesto paziente e irrisolto dell’interpretazione.
Oggi, mercoledì 27 gennaio 2010, mi sono però accorto di una cosa interessante. Nessuno tra i mie familiari legge più le cose che scrivo. E non solo i miei genitori, intendo. Ma i parenti tutti, zii, cugini, nipoti, fino ai gradi più estremi.
Ora per molti questa constatazione potrebbe apparire come frustrante. Nemmeno la mamma, il papà. Nessuno. Per me invece è l’occasione per addentrarmi nel mistero semantico di un termine tra i più ambigui: scrittore.
Io penso, continuando a seguire il sottilissimo filo dei pensieri di Brodskij, che uno scrittore sia esattamente questo. Una persona che crede – né ha fiducia, forza e convinzione – che la parola sia una forma e un'energia che può, e in alcuni casi deve, uscire dal cerchio di sangue degli affetti familiari, per porsi infine dentro a una relazione civile col mondo.
Ma cosa significa, nuovamente, relazione civile?
A metà degli anni settanta Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli pubblicarono un’antologia poetica intitolata Il pubblico della poesia. Il loro intento, ironicamente polemico, era quello di insinuare il dubbio che la poesia contemporanea fosse letta ormai dagli stessi e soli poeti, nemmeno da tutti. Insomma, la mamma di Montale ora non leggerebbe più Ossi di seppia.
In questa malinconica constatazione è presente anche un elemento che potremmo però valutare come progressivo. Il fatto che una minuscola componente dell’umano ancora perseveri dentro un’attività a bassissimo grado di remuneratività sociale, diciamo così, è forse il segno più evidente che non tutto è perduto. Essere poeti per Brodskij, Berardinelli e Cordelli (la nostra piccola comunità nominale si sta infoltendo), consiste forse proprio in tale gesto: sottrarsi al facile consenso familiare, balzare fuori dal cerchio di sangue e dagli angusti confini di un presepe.
Il principio civile potremmo allora immaginarlo, come facevano gli antichi, nell’arduo sforzo di arrampicarsi sulle spalle di giganti, per guardare un poco più in là. Così nel momento in cui gli occhi e la voce del poeta guardano oltre l’orizzonte di una tradizione, prima domestica e poi più allargata, fatalmente devono anche rinunciare all’immediato riconoscimento della prima e più naturale comunità. La famiglia.
Il processo di civilizzazione di cui la parola si fa portatrice – e questa è una delle poche acquisizioni antropologiche certe, insieme alla “commensalità”, la condivisione di cibo, come scaturigine del principio di comunità - consiste dunque proprio nell’uscita dal banchetto familiare. Segnando a questo modo un discrimine con le comunità su base etnica, la tribù. Dove bambini già avvizziti ancora recitano la loro filastrocca dentro a un eterno pasteggiare assieme, assolti dal sorriso compiacente e implacabile di un nonno.
Da qui una nuova domanda. Come allora distinguere, in base a quale criterio formale o qualitativo, uno scrittore da una persona che, semplicemente, scrive?
Io credo che il discrimine, prima ancora che di merito o stilistico, stia proprio nella relazione comunicativa, che nella scrittura è sempre intenzionale - mentre parliamo sappiamo chi abbiamo di fronte, nella scrittura no. Quindi nel teatro mentale in cui si colloca l’autore; o se vogliamo, più pedantemente, nella scelta del suo “lettore implicito”, come viene definito dalla teoria narratologica. Se lo scrivente ha come riferimento la mamma, l’amico o la fidanzata che l’ha appena lasciato per lo stesso migliore amico, siamo insomma certi che questi non è uno scrittore. Ma uno che aspetti la fine del pranzo per avventarsi sul panettone.
Eppure anche la parola privata, la parola familiare, rappresenta uno sforzo e un’attività che non va sminuita né sottovalutata. Semplicemente va riconsegnata a un giudizio intimo e privato, ossia a un'ermeneutica degli affetti.
Per concludere, io ho una cugina molto simpatica e anche intelligente. Di lavoro disegna vestiti; o come si dice da qualche decennio: fa la stilista. Nei giorni scorsi mi è arrivato un invito alla presentazione della nuova collezione della mia cugina stilista. Non ci andrò, naturalmente. E non tanto perché personalmente trovo incomprensibili e aliene quelle fogge, ma perché mia cugina è una sarta vera; cioè appunto come mi correggerebbe lei: una stilista. Quella è la sua professione, il suo talento personale e dunque il suo posto dentro al mondo. Non credo che abbia bisogno della mia claque familiare, il cuginetto commosso all’orlo del suo festoso presepe di strasse.
Allo stesso modo mi sono accorto che non è tanto importante nemmeno che mia cugina stilista sia ancora sottoposta, in un indeterminato tempo supplementare dell'infanzia, al supplizio delle mie poesie natalizie. Tessendo i fili e le trame dentro alla sua sartoria mentale, cucendo aggettivi e interpunzioni in quel lavoraccio che scarichiamo sul lettore: interpretare e ancora interpretare. Perché noi ora siamo grandi, siamo adulti. E siamo soprattutto una sarta, o meglio una stilista, e uno scrittore. Abbiamo così il diritto e il dovere di reclamare quel poco di attenzione e di amore - di interpretazione - che ci spetta come donne e uomini che inseguono lo scodinzolio di una cometa, anche e in primo luogo lontani dal branco, dal clan, e dalla soffocante puzzetta di DNA.
Sì, siano benedetti ma anche maledetti i tempi in cui mi arrampicavo sulla poltrona broccata del soggiorno, prima di attaccare con: Cara mamma, care nonne …

giovedì 21 gennaio 2010

Un pò bastarda dentro e molto fuori

"odio ipocrisia e falsità, sono sincera e diretta, un pò bastarda dentro e molto fuori, disarmante ma dolce e sensibile, che dire...uno spettacolo della natura...il mio uomo ideale deve darmi l'emozione in un sorriso, quindi chi è senza denti vada pure prima dal dentista.
sono appassionata di sport ( W MILAN ), moto ( la mia DUCATI MONSTER 696) e auto, ricamo e uncinetto non fanno per me.
sono molto alta, astenersi i piccoletti i fumatori e gli psicanalisti fai da te che vogliono insegnarti come si vive la vita...sorry.
disarmante_67 - 42 anni - Treviso - Veneto"

martedì 19 gennaio 2010

Bettino Craxi, o della verità che ha sempre due facce


Nella trasmissione di Gad Lerner L’infedele, lunedì diciotto gennaio si rifletteva intorno al decennale della morte di Bettino Craxi. In studio, tra gli altri, Michele Serra. Che sul finale della puntata ha buttato lì una cosa a mio avviso decisiva. Craxi aveva storicamente ragione, dice Michele Serra. Il suo errore è stato nell’uso politico di questa ragione storica. In particolare nel rapporto con gli altri partiti che rappresentavano l’elettorato di sinistra dentro le istituzioni. Prima di tutti il Partito comunista italiano, almeno per peso elettorale.
Peccato che in studio nessuno abbia colto la portata eversiva di questo pensiero. E non tanto perché Serra, a suo modo, cioè per traiettorie defilate e autonome, si è trovato nel passato vicino alle posizioni del PCI; cioè a chi per sua ammissione flirtava con "l’errore”. L’interesse della sua affermazione riguarda piuttosto il terreno vago tra astrazione e comportamenti reali, più spesso indagato dalla filosofia. Infatti se esiste un modo sbagliato di stare dentro al vero, dobbiamo anche ipotizzare che la verità non si offra solamente come condizione statica– è vero ciò che è vero – ma anche come processo, come edificio precario e sempre in costruzione.
Provando a definire ancora meglio questo passaggio delicato, potremmo figurarci qualcosa come una verità sdoppiata: ontologica e processuale. Due facce di un'unica moneta che non sempre, non necessariamente, convergono dentro la manifestazione sensibile. O detta diversamente, ciò che chiamiamo verità mondana o civile è l'effetto dell'incontro tra un'idea e una pratica di attuazione, la quale non è affatto neutra. Da ciò si ricava che il fine da solo NON giustifica i mezzi, ma sono gli stessi mezzi a dover giustificare il loro fine.
Torniamo allora a Bettino Craxi. Seguendo l’intuizione di Serra egli si è trovato a incarnare, per eredità storica ma anche vocazione, proprio quello che qui abbiamo chiamato una verità di stato. La cultura riformista che si definisce nella scissione di Livorno è cioè quel pensiero politico che intuisce nel massimalismo rivoluzionario, nei fatti come anche in nuce, una vocazione totalitaria, con ciò antiumana. La verità stabile a cui si riferisce Serra è dunque l’umanesimo, a cui è tenuta la politica come sua missione veritativa: inaugurare la pienezza dell’umano dentro l'esperienza di libertà, giustizia, uguaglianza e aggiungiamo anche piacere. Mentre la fraternità, come declinazione laica dell'amore, rimane una categoria teologica, non politica. Cioè dogma di fede o tutt'al più precetto morale.
Ma se la prospettiva umanistica viene spesa dentro la contesa elettorale per rafforzare posizioni di parte, privilegi personali e addirittura ricchezze private, questa verità ideale si converte quasi paradossalmente nel suo opposto, trasformandosi in errore.
Una verità sbagliata, come è possibile?!
Come effetto appunto del processo concreto di realizzazione, che è invischiato nell’opacità sempre imperfetta del fare, gli umori instabili degli uomini, con le loro passioni come oscillanti barchette alla deriva. Anche la verità cade in errore, sì, quando esce dal porto calmo delle idee. E sono le risposte sbagliate alle domande giuste.
Da questa premessa, per opposizione al PSI di Bettino Craxi, possiamo allora ricavare che il PCI di Berlinguer peccava di un errore speculare. Offrendo una risposta giusta, l'etica della prassi, a una domanda sbagliata: la collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, almeno tacitamente mai smentita quale orizzonte finale.
Fontana con soldino si sente dunque in piena sintonia con il fulminante giudizio di Michele Serra. Come bilancio sull’alterna vicenda craxiana, intanto. E sarà compito degli storici pesare la misura di verità e di errore, di luci e di ombre della sua segreteria a cavallo degli anni ottanta. Ma anche come sguardo complessivo sulle cose del mondo. Convinti che esistono pochi elementi stabili di verità, molto da costruire e che facendo si può sbagliare.
Eppure l’agire che abbia la verità almeno come sua intenzione, anche quando fallisce possiede una sorta di primato sulla pigrizia lagnosa, l’inedia polemica e il conformismo distratto.Una sorta di dominio trinitario e complice della vanità.
Non siamo certi che sia il caso di Bettino Craxi, ma per la simpatia istintiva che ci suggerisce la sua parabola umana – ogni totem gettato nella polvere contiene almeno una scheggia di autentico, che oscura il tintinnio scrosciante delle monete dei lapidatori, monete a una sola faccia ... - ci viene da concludere con un celebre verso di Ezra Pound: “Ma aver fatto in luogo di non avere fatto \ questa non è vanità”.

venerdì 15 gennaio 2010

Lei è un cretino, si informi!


Un'intuizione. Questa mattina, al risveglio. Di più: un'illuminazione! Che come tutti i momenti di autentica ispirazione spirituale ha un nume. Totò. "E' la somma che fa il totale", recitava Totò. E' l'accumularsi delle infinite omissioni cognitive che fa un cretino. Che ci costituisce come cretini, meglio. Il cretino non è meno dotato dell'intelligente. Anzi, più spesso lo esorbita in efficienza, che è pigrizia a un altissimo grado di redditività sociale. E il cretino è essenzialmente questo: pigro. Frequenta scale mobili, ascensori, perfino ovovie che gli ricordano la mamma. Cioè la chioccia, la pappa. Cucchiaiate di omogenizzati predigeriti dai succhi gastrici del consenso. Questo suggeriva la mia illuminazione mattutina. Forzare il pensiero dentro la misura precaria di una forma. Inutile, costoso. Almeno per il cretino che accumula scorciatoie. Quelli che scrivono "xché" invece di perché. E' un sintomo, attenzione! Da qualche parte sta capitalizzando un cretino. Xché è la somma a fare il totale. No, è la somma che fa la differenza. Il risultato tende allo zero.

domenica 27 dicembre 2009

Trendwatching 2


Sono passai dieci giorni da quando abbiamo inviato la nostra lettera aperta alla Dott.ssa Valentina Vernò. Ai nostri occhi lei rappresentava infatti la GPF® Italia, per cui lavora come ricercatrice qualitativa. Il testo di presentazione di GPF®, nella sua vana retorica pseudo-anglo-scientifica, ci appariva come una perfetta sintesi non solo, o non tanto, di cretineria mediatica, ma di un processo più sottile e perfino intelligente; ossia intenzionato da una finalità dentro le categorie dell’utile. Proviamo dunque a dar conto di questa strategia.

Il fatto che Valentina Vernò non ci abbia risposto, intanto.

Tutto ciò ci appare come assolutamente normale, è quanto ci attendevamo. Ma non perché le nostre domande potrebbero suonare come offensive agli occhi di un cretino – dobbiamo davvero allontanare l’idea che i neo-parlanti di GPF® siano dei cretini – ma in quanto il tono da noi usato era evidentemente disfunzionale all’orizzonte tecnico, procedurale, entro cui GPF® si colloca. In tale prospettiva la comunicazione non è indirizzata alla creazione o allo scambio di nuclei verbali carichi di significato, cioè alla comprensione del mondo e dei rapporti umani che in questo sforzo si generano, ma a produrre snodi operativi, effetti concreti dentro le prassi della rappresentazione. Tanto che la vera domanda sarebbe forse: cos’è la rappresentazione?

Nel 1967 Guy Debord pubblica il suo capolavoro, La società dello spettacolo. Da cui le seguenti parole:

“L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”.

E in un altro punto dello stesso testo:

“Lo spettacolo è il capitale a un tal grado d'accumulazione da divenire immagine”.

A queste lapidarie e geniali intuizioni di Debord, aggiungiamo che la rappresentazione spettacolare può avere per sua natura due esisti contrapposti: referenziale, quando produce vincoli significativi con l’esperienza vissuta, e anti-referenziale, quando invece si presenta come messa in scena formale, vuoto calligrafismo. Ecco, la misura spettacolare a cui tende il Capitale nel suo processo estremo di accumulazione, a noi appare come appartenente a questa seconda categoria: pura forma denaturata e ornamentale, vaniloquio sintattico.

Eppure, come abbiamo insinuato nella nostra premessa, non è vero che il vaniloquio è interamente vano, ma piuttosto diversamente intenzionato. L’espressione altisonante e vuota , il ricorso all’ammiccamento anglofono, sono cioè funzionali a un processo di svuotamento della parola dall’esperienza, che la rende più duttile come merce spettacolare di scambio, per ricollocarci ancora dentro l’intuizione di Debord.

Pensiamo ad esempio all’espressione presente nel manifesto programmatico di GPF®, da noi ritenuta emblematica della loro deriva antiumana. Si, mi riferisco a “trendwatching”.

L’espressione trendwatching ricorda la contorsione di una rana a cui venga applicato un impulso elettrico: sussulto inerte della lingua, reazione automatica e goffa a un agente esterno, con cui non vi sia legame dentro la catena storica del significare. Con le sue maglie forgiate nella nuda esposizione al mondo, era infatti questo, un tempo, l'interpretazione: lo sforzo di ricavare un significato dall'esperienza.

Alcuni sostengono che il ricorso a termini anglofoni derivi dall'economia degli stessi, conseguente al maggior potere di sintesi di quella lingua. Beh, in questo caso è evidentemente falso. Trendwatching è una parola composta da tredici lettere, che trova nell’espressione “controllo tendenze” il suo corrispettivo nostrano. Diciassette lettere contro tredici, più o meno uguale.

Non si può nemmeno ricondurre la scelta a ragioni espressive o di denominazione puntuale, perché, appunto, la traduzione è agevole ed efficace. Dobbiamo dunque concludere che la scelta di GPF® è caduta sul termine inglese unicamente per ragioni di magniloquenza sonora, quel che qui abbiamo sintetizzato dentro la formula situazionista dello spettacolare.

Con il termine “trendwatching” utilizzato da una società italiana, che si rivolge ad altri italiani, abbiamo così un esempio concreto di come il processo di spettacolarizzazione passi attraverso l’allontanamento di una lingua dal riferimento primo e immediato con l’esperienza. Quanto più il dettato espressivo si congeda dalle cose, dal mondo e dalle relazioni umanamente vissute, quanto più possiamo capitalizzare “spettacolo”. Una merce linguistica trasferibile senza patemi nel trasporto, già che dentro le gabbiette morfo-fonetiche non ci sta nulla, ma proprio nulla, come il Sarchiapone di Valter Chiari.

Quando parlando non comunichiamo esperienza, produciamo dunque un involucro sintattico molto più facilmente trasferibile: più leggero, rapido, veloce. Mentre il Capitale, nella sua nuova forma di spettacolo, si moltiplica con maggiore efficienza dentro questa assenza semantica di zavorra, nella rapidità di nessi fonetici senza causa. Mia nonna racchiudeva tutto ciò dentro un’espressione popolare: “vendere fumo”.

Mentre Adriano Celentano intonava la stessa intuizione nella canzone Prisencolinensinainciusol

La comunicazione svuotata dal suo oggetto possiede poi un’altra interessante qualità: la reversibilità, intesa come mancanza di un impegno stabile tra gli interlocutori. Un impegno nella coerenza logica, nella radici vischiose del significare, ma soprattutto nel vincolo morale tra i parlanti, che nelle lingue storiche coincideva col riconoscimento biografico dell'altro. O più precisamente, nella comunicazione era presente un legame quasi giuridico (meglio "giusnaturale") tra una domanda e la sua risposta, in essa già incorporata quale diritto implicito dell'interrogazione. Di questo ultimo aspetto ne scrive con la consueta consapevolezza cristallina Giorgio Agamben, in un magnifico testo intitolato Archeologia del giuramento (Laterza, 2008):

“L'umanità si trova oggi davanti a una disgiunzione o, quanto meno, a un allentamento del vincolo che, attraverso il giuramento, univa il vivente alla sua lingua. Da una parte sta ora il vivente, sempre più ridotto a una realtà puramente biologica e a nuda vita, e, dall'altra, il parlante, separato artificiosamente da esso, attraverso una molteplicità di dispositivi tecnico-mediatici, in un'esperienza della parola sempre più vana, di cui gli è impossibile rispondere e in cui qualcosa come un'esperienza politica diventa sempre più precaria. Quando il nesso etico – e non semplicemente cognitivo – che unisce le parole, le cose e le azioni si spezza, si assiste infatti a una proliferazione spettacolare senza precedenti di parole vane da una parte e, dall'altra, di dispositivi legislativi che cercano ostinatamente di legiferare su ogni aspetto di quella vita su cui sembrano non avere più alcuna presa”.

Lo scenario sopra delineato dal grande filosofo romano, sottolinea come nel processo di disgiunzione tra lingua ed esperienza vissuta giochino un ruolo cruciale le nuove tecnologie di mediazione linguistica. La cancellazione del “bios”, del volto dell’altro dentro la relazione intermediata, rende cioè reversibile ogni pronunciamento, facoltativa ogni risposta. Valentina Vernò che trascura la nostra pacata richiesta a dar conto delle sue parole (vane), non fa altro che confermare la caratteristica delle lingue contemporanee e tecnologicamente mediate a non riconoscere l'interlocutore, o a farlo con il ritmo alterno della reversibilità. Per dirla con le parole di un telefilm poliziesco, il suo silenzio sancisce il lussuoso diritto dei moderni a non rispondere; o a farlo in presenza di un avvocato: l'interesse. Si iscrive dunque e a tutti gli effetti dentro lo scenario evocato da Agamben, che potremmo forse riassumere in un solo termine:

ir-responsabilità.

Infatti se una risposta non è più dovuta, perché appunto cade ogni vincolo morale tra i parlanti, il tacito giuramento che fa da premessa al discorso, anche un termine come responsabilità diventa inservibile, pura archeologia linguistica. La comunicazione alleggerita da questo doppio vincolo – di conformità semantica con la cosa ma anche di corrispondenza morale tra interlocutori – si può così muovere con un rinnovato agio dentro uno scenario post-umano: producendo nessi occasionali e reversibili, condensazioni sintattiche commerciabili.

Il capitale nella sua fase postrema e spettacolare è allora tutto questo. E il termine “trendwatching” ne è la sua riconoscibile firma, come la zeta di Zorro impressa sul ventre gonfio del sergente Garcia.

giovedì 17 dicembre 2009

Godzilla


Con l'intervento precedente, in Fontana con soldino viene inaugurata una nuova sezione intitolata domande. Al suo interno i nuovi linguaggi del presente verranno interrogati con una prossemica frontale, candida, senza alcuna mediazione metaforica o analisi successiva. Tutto ciò che ci appare come incongruo altro o semplicemente assurdo, sarà dunque chiamato in causa direttamente, ossia nella forma serafica e antica del chiedere è lecito rispondere cortesia. In altre parole: invitare Godzilla a dar conto della propria godzzillità.

Trendwatching


Gentile Dott.ssa Valentina Vernò,

leggo dalla pagina web del sito di GPF® , a cui sono giunto per scarti biografici e contingenze estrose, il suo curriculum vitae. Tra molte e interessanti esperienze, risulta che Lei si è occupata in maniera approfondita dello studio di Walter Benjamin, con una tesi sui concetti di storia e di tempo messianico. Quindi sono seguiti lavori nell'area dei gender studies, incrociando i temi, ancora benjaminiani, della connotazione della città moderna e delle rappresentazioni del femminile. Dal momento che io sono un narratore, cioè un flâneur che confida in un destino storico che rampolla dentro una lingua, oltre che nei luoghi fisici in cui si incarna, Le chiedo così di aiutarmi a risolvere un mio rovello. Messianicamente parlando - cioè in termini di finalità ultima di una civiltà e vincolo morale tra i suoi membri - può gentilmente indicarmi il significato delle parole seguenti, che appartengono alla presentazione della società per cui lavora:

"Il metodo di lavoro della GPF® valorizza gli insight nel contesto di una lettura complessiva che considera le interconnessioni tra i trend socioculturali, le evoluzioni delle aree di bisogno e i brand. Al cliente viene sottoposto così un insieme esaustivo di dati necessari alla soluzione di un problema specifico, oggetto della consulenza.

Ad un approccio integrato alla ricerca e alla consulenza corrispondono competenze integrate. Gli studi di scenario, sistemici e ad hoc sono condotti da un team multidisciplinare di ricercatori esperti in sociologia, psicologia, socio-semiotica, statistica, trendwatching, che lavorano in un continuo interscambio di conoscenze.

Il nostro staff conta di circa 30 persone, 20 ricercatori, supportati da un reparto elaborazioni e analisi interno caratterizzato da elevata seniority ..."

Più le rileggo, più infatti cresce in me un interrogativo. Qualcuno forse dovrebbe iniziare a spiegarci, ma molto pacatamente, con gentilezza e senza polemica, dove avete intenzione di condurci nel momento in cui ci prendete per mano e iniziate a raccontarci una storia. Che come tutte le storie sboccia nel sogno di chi la racconta, prima di allungare i rami dentro una lingua: fatta di sillabe, associazioni, pause e lievi cadenze di suono. La letteratura è questa cosa qui, anche se Voi la chiamereste forse comunicazione; per quanto a Noi davvero sfugga l'oggetto reale di scambio, la pertinenza con le cose. Vogliate dunque scusarci se continueremo a considerare la presentazione di GPF® come una fabula, una narrazione. Ma una storia che, certamente per ignoranza nostra, ci appare puramente casuale, senza sostanza di pensiero o bellezza nella forma. Con quali parole intendete adornare i nostri giorni, ad esempio, con quali significati o progetto umano? Lei è una persona che ha speso molti anni dentro studi importanti, Valentina. Tempo e fatica in una visione profondamente "semantica" dell'accadere, se così posso esprimermi. Qual è allora l'idea di mondo - la sua referenzialità fattuale piuttosto che radianza espressiva, per dirla con il linguaggio dei suoi studi - che sta dietro il termine "trendwatching"? Oppure la nuova antropologia che fa tana in un "insight di contesto", nelle "interconnessioni tra i trend socioculturali"; o ancora "le evoluzioni delle aree di bisogno e i brand"... Saremmo cioè lieti se potessimo ottenere "un insieme esaustivo di dati necessari alla soluzione di un problema specifico". Che poi sarebbe solo questo: capirci.

Colgo l'occasione per presentare i miei più distinti saluti

guido hauser

Ps - Aggiungo che questa mail, sia che Lei abbia la cortesia di rispondermi sia che non lo faccia, verrà pubblicata nel seguente blog: http://www.fontanaconsoldino.blogspot.com/ Dunque anche la sua eventuale risposta, o quella dei suoi collaboratori. Un blog dove i nuovi linguaggi del presente sono interrogati con ingenuo candore. Già che quelli come me - che per comodità chiameremo Noi - davvero hanno smesso di comprendere quella riconosciuta componente dell'umano che parla, si sbraccia nelle pratiche, comunica e fonda gruppi di lavoro. E che per comodità chiameremo Voi.

(L'intero testo che precede è stato realmente inviato, in forma di mail autografa, alla dottoressa Valentina Vernò, ricercatrice qualitativa presso l'istituto di ricerca strategica GPF Italia. La data di invio è il 17 dicembre 2009. Si attendono riscontri)

Si riparte


Fontana con soldino da oggi riprende le sue pubblicazioni. Con ragioni molto simili a quelle per cui era stato sospeso, in fondo. Mi sono cioè accorto, nel frattempo, che le parole non servono unicamente per essere con qualcosa o qualcuno. Ma anche per distinguersi, precisarsi in un tempo in cui cresce l'esigenza di fare muro: impilare sacchi di sabbia alle finestre, come cantava Lucio Dalla. Il nuovo corso di questo blog avrà dunque un'impronta spiccatamente idiosincratica. Che non significa farsi i cazzi propri, ma perseguire una reattività culturale che distingua i buoni dai cattivi. Cattivi per noi, naturalmente. Ma di quel che pensate voi, cioè "gli altri", Fontana con soldino ha finalmente deciso di strasbattersene. E dunque avanti tutta, nocchiere!