domenica 26 giugno 2022

E levate ‘a cammesella, o sul denudamento totale


Un mio contatto Facebook pubblica una propria fotografia, immagino in condizioni ampiamente esposte, forse in costume da bagno. Lo immagino solamente perché quel mio contatto femminile, dopo poche ore, rimuove il tutto e pubblica un altro post, in cui spiega le ragioni del ripensamento: "Avevo paura, temevo i commenti. La possibilità di essere giudicata."

Ma si avverte nelle sue parole un rimpianto: da un lato desidera mostrarsi, rivelare ciò che sente non solo in parole ma attraverso l’immagine che le fa da specchio – il corpo in cui si identifica, la carne che fa tutt’uno con le emozioni che la innervano –, secondo quel sentire ipermoderno che porta Fedez a condividere gli audio delle conversazioni con uno psicologo; dall'altro lato teme le conseguenze del suo desiderio.

Un post, e un'emozione, che trovo condivisibili, addirittura emblematici. Mi sembra infatti che tutti noi – chi più chi meno – viviamo lo stesso ambivalente stato d'animo, in cui c'è una sorta di calamita gigante ad attrarci verso una condizione che potremmo chiamare di post intimità, nella quale i confini tra io e mondo vanno progressivamente sfumando. Ogni residua porzione di singolarità va dunque sottratta alla dispensa del pudore ed esposta tra le pietanze del banchetto. Poi però la luce abbaglia, abbiamo nostalgia della penombra e cerchiamo il conforto degli occhiali da sole.

Un vero e proprio nuovo evo psichico, dove l'erosione della dimensione privata rende possibile il palesarsi di un'umanità finalmente libera da un nome e un cognome iscritti sul documento anagrafico, a definirci quali individui. Essere un individuo, ma cosa significa di preciso?

Provando a semplificare decenni di psicanalisi: percepire un limite astratto, un confine cognitivo che ci mette in relazione ma anche separa dagli altri, secondo un itinerario storico e culturale tutto sommato recente; non sono nemmeno 2500 anni, con le premesse materiali che possono essere rintracciate nell'invenzione dell'agricoltura e nella conseguente urbanizzazione, e quelle culturali nella filosofia greca (Socrate, in particolare) e nel cristianesimo (Agostino).

Il sentimento dell’identità, scaturito da questo nucleo di coscienza separata, però comincia a traballare: desideriamo ancora essere riconosciuti e amati nella nostra differenza biografica, ma il canto collettivo delle sirene si fa insinuante e imperioso. Forse perché presagiamo una sviluppo radicalmente nuovo, fiammeggiante di futuro come le automobili in corsa ritratte da Umberto Boccioni; ma allo stesso tempo tutto ciò odora di antico, altro che Boccioni: piuttosto un uro tracciato nelle grotte di Lascaux, a riecheggiare la disposizione animistica e sciamanica delle antiche comunità, dove il singolo era impastato dagli umori e dalle “colpe” del gruppo, perfino quelle degli antenati che aleggiavano come componenti a tutti gli effetti.

Teilhard de Chardin chiamava il nuovo tempo che si dischiude epoca dello Spirito, in cui al Padre (Dio) e al Figlio (Cristo) succede l'affermazione dello Spirito Santo, quale legante di un sentire che solo per approssimazione possiamo definire umano, essendo ormai del tutto indistinto e integrato. Altre menti intuitive e profetiche hanno trovato definizioni più o meno eccentriche, tra cui Vladimir Ivanovič Vernadskij, mineralogista e geochimico russo, che dopo la geosfera e la biosfera quali premesse funzionali alla vita, intravede l'affermazione di una sfera intangibile e rarefatta identificata col termine greco nous, in cui i popoli finiranno col convergere dissipando ogni confine individuale. Il suo nome: noosfera.

La formula che io continuo a preferire appartiene però allo scrittore David Foster Wallace, il quale chiamava messa a nudo totale l'esperienza che stiamo vivendo, complici i nuovi media. In essi è diffuso il desiderio di scoprirsi, denudarsi a tutti i livelli: si mostrano i pensieri, i gattini, i figli e i cantanti che fanno breccia nel nostro cuore, addirittura le copertine dei libri appena letti. Ma si mostrano anche le spalle, le gambe, le donne più ardite lasciano intravedere i seni, nel tentativo mai davvero compiuto di raggiungere quella nudità che è letteralmente o-scena, secondo la pseudo etimologia inaugurata da Carmelo Bene: la scena pubblica è un codice, e ciò che lo confuta viene proscritto dalla polis come era per il sacro nell’antichità.

Su internet il denudamento totale finisce così col rivelarsi un’utopia, non possiamo realizzarlo perché il galateo social vede nell’esibizione dell’intimità residua (i capezzoli, la fica, il cazzo) l'infrazione a un tabù fondato sul mantenimento di un ronzio uniforme e senza spigoli – e se una porzione di corpo è intima, per logica non può essere resa pubblica. Ma è qui che i social mostrano la loro ingenuità. Nei goffi e parziali tentativi di denudamento da compiuti, solo apparentemente cerchiamo di affermare la nostra identità – il mio corpo sono io, non sei tu – ma a ben vedere è un atto di resa.

Ma torniamo all’esempio da cui siamo partiti. Il mio contatto che ha prima pubblicato e poi rimosso le sue foto, è come se ci sussurrasse all’orecchio: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.” Dove il sacrificio è con tutta evidenza quello a essere qualcosa, qualcosa che per sua natura non è tutto, qualcosa dunque di distinto, individualizzato, e non invece il luogo di convergenza e identificazione di uno sguardo collettivo. Ed è ancora il pronome noi a prevalere sull’io, nel denudamento totale che ci porta a canticchiare una vecchia canzone napoletana: e levate ‘a cammesella… ‘A cammesella gnernò, gnernò! Ma chi prima chi dopo, ‘a cammesella ce la dovremo levare tutti!

Ps – In foto e per coerenza al testo, sono io. Ma in una fotografia scattata quando avevo ventitré anni. Altre e più recenti foto senza cammesella, non ne ho.

lunedì 20 giugno 2022

Figli

 


Ogni tanto ci penso, ai figli che non ho avuto. In fondo ne basterebbe uno. Maschio, ovviamente. E superdotato. Potrei così spedire le foto di mio figlio alle sconosciute su Messanger. Non a figura intera, devo specificare? Nemmeno in piano americano o mezzobusto. I contorni dell'immagine si stringono, collassano al centro, incorniciano il dettaglio anatomico di cui papà va tanto fiero. Diventerei a questo modo un testimonial del mio tempo, Chiara Ferragni e suo marito mi farebbero un baffo. Di più: un emblema, ma di qualcosa che mi sfugge... O forse non lo voglio comprendere, faccio orecchie da mercante, recalcitro come un mulo alle pendici del Monte San Michele. Molto prima dei fanti, i muli, nella Prima guerra mondiale, avevano intuito con sgomento ciò a cui andavano incontro. Se avessi un figlio, sì, vorrei che avesse il cazzo di un mulo. E il dono della profezia di quell'umile animale.

domenica 19 giugno 2022

Primo non tradirli mai, han fede in te


Della becera ironia – dicasi in linguaggio aggiornato: body shaming – sull’attuale aspetto fisico di Vanessa Incontrada, a me colpisce soprattutto una cosa: è tutto vero, e cioè Vanessa Incontrada è diventata grassa, anzi molto grassa, una cicciona, e farlo notare appare sconveniente, indelicato. Di più: l'infrazione di un tabù.

Ciò che io trovo offensivo, letteralmente: procura offesa, ferisce, non è dunque l’affermazione della nudità del re – in fondo che male c’è a essere grassi, e Incontrada è sempre molto affascinante – quanto piuttosto il credito che viene accordato al tabù. Potremmo vederlo come un'ipoteca (ovviamente inespressa, se no che tabù sarebbe) di cui lo spettatore si sente depositario, attraverso la quale i personaggi pubblici vengono inchiodati alla croce del loro primo manifestarsi. Ed è un momento, un attimo, un lampo, quello in cui sono stati accolti nell'Olimpo dei fortunati pochi, gli happy few che devono ricambiare con un'indefinita replica dell'immagine proposta: la bella, il simpatico, l'oca giuliva, l'intellettuale incazzoso ecc. I ruoli in commedia sempre quelli sono.

L’abitudine, o, forse meglio, la pigrizia, istituisce così una sorta di legge non scritta: devi continuare a essere come mi aspetto che tu sia. Uno stato d’animo restituito al meglio dalle parole di una canzone di Gianni Morandi, a distillare una sorta di decalogo dello star system: “Uno non tradirli mai, han fede in te. Due non li deludere, credono in te. Tre non farli piangere, vivono in te…” Ma questo non è un mondo d'amore, come titola la canzone, e piuttosto un mondo di conformismo, perfino di ricatto morale, dove il do ut des è ovviamente pagato attraverso la moneta del consenso.

Se infatti sei assurta alla fama in quanto bruttina arguta, quella che Totò chiamava racchia (“no, non è brutta… è racchia”, una sua celebre battuta quando il politically correct era ancora di là da venire), se insomma sei la Littizzetto o la signorina Silvani, possiamo tranquillamente ridere del tuo aspetto fisico. Nessuno scandalo, nessun body shaming. Ma se invece sei diventata celebre per la tua bellezza – oltre che, in questo caso, per simpatia e bravura – devi rimanere bella in eterno, non puoi ingrassare. E se lo fai comunque non si può dire, silenzio, mosca, altrimenti diventi un hater. Al limite possiamo chiamare Vanessa Incontrada, eufemisticamente, diversamente magra, come per i tumori che diventano una brutta malattia.

La mia natura da bastian contrario mi spinge così a voler infrangere il tabù: no, non per accodarmi allo starnazzare sull’espansione delle forme di chicchessia, ma per dire che la signorina Silvani e Luciana Littizzetto, a ben vedere, non sono poi tanto brutte. Un’eresia nominale uguale e contraria alla prima, già che un cesso deve rimanere un cesso, e una strafiga calarsi sempre dentro lo scafandro di un tailleur taglia 38. Quindi sprofondare in un abisso finzionale di cui il nostro sguardo fa da periscopio e gendarme.

giovedì 16 giugno 2022

Personal shopper, o su come diventare ombre nell'ombra

 


Curiosando sui profili femminili di Facebook Dating – la meravigliosa funzione che promette, senza mantenere, una cornucopia di relazioni erotiche e sentimentali attraverso Facebook – mi sono sorpreso nello scoprire una gran quantità di buyer, personal shopper, consulenti di immagine e tatuatrici. Questo almeno ciò che le iscritte dichiarano alla voce professione.

Ci ho pensato un po', ma, anche risalendo molto indietro nel tempo, non credo di avere mai conosciuto una tatuatrice, oppure una consulente di immagine, una buyer, una personal shopper (tra le ultime due attività non so nemmeno bene la differenza).

Ci sono anche svariate educatrici cinofile, naturopate, logopediste, insegnanti di yoga, medium, manager, criminologhe, editrici, scrittrici, poetesse ecc. E devo dire che qualche donna che si occupa di queste cose l'ho incontrata, in particolare ho una cara amica che insegna yoga, l'ex fidanzata del mio amico Ivan faceva la logopedista, ma sono poche; anche e come diceva Moravia i veri poeti, "per ogni secolo ne nascono tre o quattro".

Se non proprio alle sole dita di una mano, mi affido così ai piedi per la conta, ma poi mi fermo lì. Mentre non ho incrociato su Facebook Dating nessuna disoccupata – nemmeno una, magari con una laurea in Lettere o Filosofia – quando invece abbondano tra le persone che frequento. Zero anche donne delle pulizie, vigilesse, cassiere all'Esselunga; le maestre elementari assumono nomi esotici, tipo agenti trasformazionali in ambito psico-pedagogico.

Mi è allora venuto un sospetto: è vero che il web riflette il mondo esterno, ma in proporzione alterata e secondo lo stesso rapporto che esiste tra caricatura e ritratto – un naso normale diventa un'enorme canappia, il testone al posto della testa, mentre le gambe si scorciano fino quasi a scomparire.

Quando nel passato mi è capitato di bazzicare il web – ora lo faccio molto meno –, ho finito col confidare in questa rappresentazione, sostituendo la caricatura al ritratto, fino a dimenticare che entrambi rimandano a qualcosa i cui contorni vanno progressivamente sfumando. Massì, chiamiamola pure realtà.

È come nel Mito della caverna di cui parla Platone nel settimo libro de La Repubblica. I prigionieri, incatenati in una grotta, osservano le ombre proiettate sulla parete che gli sta di fronte; sono generate dal fuoco che arde alle loro spalle in un braciere, davanti scorrono delle statuette. Tutte cose che non possono vedere, neppure gli uomini che trasportano le statuette, i prigionieri fanno esperienza solo delle ombre, che perciò confondono con la realtà.

Non che le ombre siano del tutto irreali, mantengono una qualche degradata somiglianza con le statuette che, a loro volta, sono la copia di un piano più originale; tendono cioè all'origine attraverso un progressivo gioco di matrioske, approssimazioni più o meno accurate. Platone chiama l'ultimo e definitivo livello eidos, forma, a noi meglio noto come mondo delle idee (platoniche, appunto).

A differenza del grande filosofo, io non penso però che si debba abbandonare il web per ritrovare la vita vera; una nozione che mi appare sempre più destituita di senso, o perlomeno non saprei dove cercarla. Restiamo pure in questo sottomondo – in fondo è confortevole, se postiamo la foto di un gattino guadagniamo mazzi di like – composto da consulenti di immagine e tatuatrici, personal shopper e buyer. E perché no, leggiamole le poesie di cui ci fanno dono le nostre amiche poetesse, non costano nulla, non costa nulla essere una caricatura e si riduce l'attrito.

Per goderci il web senza nostalgie residue dobbiamo però fare ancora un piccolo passo, che ai prigionieri di Platone è mancato: liberarci dalle catene e poi slanciarci verso le ombre, non verso l'uscita della caverna, confonderci con il loro appannato baluginare, diventando della materia di cui sono fatti i sogni. Ombre, sì. O meglio ancora: ombre nell'ombra, come titolava un bel romanzo di Paco Ignacio Pablo II.

E quando, con orgoglio, potremo anche noi affermare di essere un personal shopper, avremo colto l'unica opportunità che questo tempo dischiude. La mimesi, che non di rado trascolora in fiction. Altra e più solida verità non si offre, neppure nel mondo esterno fatto da disoccupati, donne di servizio, cassiere. Non corrisponde infatti all'esperienza che siamo quel che facciamo, non più almeno, ma siamo quel che gli altri ci consentono di essere, e la dogana dei social si alza a ogni bislacca figurazione. Basta possedere una narrazione elementare ed emotiva, in cui il dire non deve necessariamente allinearsi alla sostanza della cosa detta. 

Con buona pace delle care vecchie maestre elementari, che, prima di diventare agenti trasformazionali in ambito psico-pedagogico, indicavano l'abbecedario alla parete e poi pronunciavano la lettera effe. E tutti noi, bambini degli anni settanta, gridavamo in coro: "Fiore!"

lunedì 13 giugno 2022

Fedez c’est nous, o sul tramonto del pronome io


Fedez pubblica su Instagram gli audio delle conversazioni con il suo psicologo, avvenute nei giorni bui della diagnosi di un tumore al pancreas. La notizia ha sorpreso molti, c’è stata ironia, sarcasmo, in altri casi partecipazione empatica, sostegno. Insomma, se ne sta parlando molto.

Confesso di essere sorpreso più da questo brusio secondario che dal fatto in sé. Fedez, assieme alla famiglia che gli fa da specchio, ci ha infatti abituati da tempo a un totale rimescolamento delle categorie di dentro e fuori, pubblico e privato, intimo e manifesto; da cui la perdita di senso anche di termini quali pudore, discrezione.

Una scelta, non so quando consapevole e voluta, che produce, a cascata, l’annichilimento di altri costrutti linguistici, tra cui quello condensato in una delle parole più piccine e forse obsolete: io.

L’identità personale, per costituirsi, ha necessità di una narrazione autobiografica, che ha il suo terreno fertile proprio nella discrezione; etimologicamente, quel discernimento nato dalla separazione (tra una parola e l’altra, ma anche tra sensibilità diverse, donne, uomini) che in Fedez è venuta meno, perfino quando compie la più discreta delle attività: la ricerca del fondamento individuale grazie all’aiuto di uno psicologo

Ma se la fondazione psichica di Fedez – è una domanda – non avvenisse malgrado l'ostensione pubblica e piuttosto grazie ad essa, in un’im-mediata omogeneità al tutto?

La persona, sempre più assimilata al personaggio, avrebbe così realizzato la sua vocazione a essere emblema, e non solo nel mondo social-pop-glamour che gli fa da sfondo. Un emblema e un’anticipazione del destino evolutivo a cui tutti siamo chiamati, attraverso una progressiva erosione della differenza esistenziale – il pronome io, appunto – a fronte di un noi indistinto, liquido come vuole una fortunata formula della sociologia.

Detto altrimenti, le sue sedute psicologiche erano già da principio una terapia di gruppo, che come è giusto che sia ora condivide con quell'illimitata prateria di follower che ne costituisce la non identità; dove il dolore del singolo fa tutt'uno con la ferita del mondo, in una sensibilità a un tempo antica e ipermoderna, quasi sciamanica.

Ma andrebbe a questo punto attualizzata la celebre battuta attribuita a Flaubert, il quale, parlando della protagonista del suo più celebre romanzo, così ci si immagina concludesse: “Madame Bovary c’est moi”. No, Fedez n’est pas moi: Fedez c’est nous.

domenica 5 giugno 2022

Dottore... No, Professore.


"Dottor Cassese..." "No, Professore." Così Sabino Cassese corregge Lucia Annunziata, che nel corso di un'intervista si rivolgeva a lui con il solo titolo di studio, evidentemente insufficiente. E difatti, dopo essersi scusata, l'Annuziata aggiunge con velata ironia: "Dottori ce n'è tanti, professori pochi."

Uno scambio di battute che mi sembra il perfetto correlativo dello stato dell'arte politica: un tempo la Sinistra (a cui Cassese è associabile solo per via indiretta) era il luogo geometrico in cui in tanti si riconoscevano; dottori ma anche infermieri, maestri elementari, piastrellisti, parrucchieri, geometri ed operai. Mentre oggi è divenuta il luogo dei pochi, in genere con ottimi studi, a marcare un confine tra loro e il mondo, da istruire senza mescolarsi ad esso.

Ha fatto dunque bene Sabino Cassese a rimarcarlo: Professore, non Dottore, secondo una distinzione che riprende e attualizza quella tra uomini e caporali, così come formulata da Totò.

Ma bene fanno anche tutti quelli come me, che, pur sentendosi di Sinistra, hanno smesso da anni di votare per i partiti della Sinistra parlamentare, di leggere quei giornali ipotecati dalle reprimende dei professori. E non perché sia andata perduta la voglia di istruirsi, e piuttosto quella di alzarsi sull'attenti all'ingresso dell'insegnante, di mangiare senza poggiare i gomiti sul tavolo

mercoledì 1 giugno 2022

Por el amor de una mujer, o su amore, canzoni e conoscenza

Por el amor de una mujer, con queste parole sussurrate con voce tremula inizia una celebre canzone di Julio Iglesias, che prosegue con una sfilza di luoghi comuni sul più musicato tra i sentimenti; l’amore, appunto.

Una canzone che a me piace molto, forse proprio perché non cerca l’originale, l’inaudito, ma si crogiola dentro l’ovvio, che corrisponde a un sostanziale fraintendimento dell’amato, risparmiando al pensiero lo sforzo di un esercizio interpretativo. Anche perché l’amore difficilmente sopravvive a un’analisi attenta – prima regola per uno psicanalista: mai innamorarsi dei pazienti! – ed è proprio nel fraintendimento che trova il suo humus propizio, e naufragar mi è dolce nella melassa.

Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano a questo modo…?

Il termine fraintendimento, nel suo significato letterale, implica la presenza di qualcosa, un fra da collocare tra colui che intende e ciò che è inteso. Non ci è dato sapere da cosa sia costituito tale filtro sviante, le possibili interferenze sono numerose e variabili. Le possiamo però fare convergere dentro la categoria sommaria degli altri: quanto più tra me e ciò che osservo lo spazio è sgombro dal giudizio degli altri (pre-giudizio), quanto meno lo fraintenderò.

La domanda, ancora più radicale, a questo punto diventa: davvero è concepibile una relazione conoscitiva pura, non incrostata da alcuna interferenza circostante, nessun intralcio al vettore che collega la pupilla di Alvaro Vitali al sedere di Nadia Cassini che fa la doccia, e da lui osservato dal buco della serratura?

Nella filosofia fenomenologica tale atteggiamento viene chiamato epochè, sospensione del giudizio, riprendendo una postura di imperturbabilità intellettuale già raccomandata dagli scettici. In altre parole, se vogliamo comprendere l’altro dobbiamo fare piazza pulita degli altri.

Eppure, è proprio ciò che non è io, ciò che è altro da me – i miei genitori, amici, accadimenti fortuiti, libri letti, programmi televisivi e soprattutto il linguaggio che parlo, e nel farlo sono a mia volta parlato dalle sue strutture ed etimologie –, a determinarmi nel profondo, al punto che Lacan lo chiama Grande Altro; formula icastica con cui allude a uno spazio relazionale astratto, in insiemistica potremmo chiamarlo insieme maggiore.

Proviamo a vederla a questo modo. Senza l’insieme maggiore dell’esistenza, intarsiata dai suoi segni umani oltre che delle infinite esistenze particolari, a precedere e affiancare ciascuno, Charlie Brown non potrebbe neppure accostarsi alla ragazzina dai capelli rossi, nella velleitaria speranza che lei ricambi lo sguardo. E ciò perché sia Charlie Brown sia la ragazzina dai capelli rossi sono interamente immersi in quel brusio di fondo. O cambiando di parallelismo sensoriale, il Grande Altro è la cornice che consente il ritratto.

Ed è qui che possiamo ritornare più conciliati alla canzone di Julio Iglesias, e a i suoi stereotipi e fraintendimenti amorosi. Perché il canto rivolto all’oggetto del desiderio è slancio non solo verso una mujer, ma anche verso un hombre, un piastrellista, una giraffa, qualsiasi chi e cosa. I fraintendimenti non ne rappresentano infatti l’ostacolo, ma sono la precondizione a caricare l’interferenza al massimo grado, come la molla prima di scagliare la biglia dentro al flipper. Solo a quel punto può cominciare il gioco, accendendo le infinite lucine che chiamiamo vita.

Tocca così arrendersi al fatto che senza una coniugazione multipla, in cui il soggetto corrisponde, ancora indifferenziato, al pronome noi, non esisterebbero neppure un io e un tu che cercano di entrare in relazione. Per dirla con la parole di un’altra canzone leggera leggera: “gli altri siamo noi.”

E arriviamo alla storiella umoristica per cui ogni rapporto sessuale sarebbe un’orgia, in cui oltre agli amanti sono sempre presenti anche i rispettivi genitori, scoprendo che è vera per difetto; sono presenti anche i nonni, gli zii, i cugini, i vicini di banco delle elementari e, ahimè, i precedenti fidanzati. Quando ci lamentiamo perché la nostra compagna continua a parlarci del suo ex – e non c’è sensazione peggiore, specie quando lo fa in termini elogiativi – potremmo allora provare ad attenuare il fastidio pensando che ci stia parlando di lei. Quella lei che è diventata ciò che è, e amiamo, anche grazie a lui. Il maledetto!

Se però estendiamo il modello della canzone d’amore, con le sue semplificazioni zuccherose, le sue sciocchezze in rima baciata con cuore (la rima più difficile al mondo, suggeriva Umberto Saba), ma anche un genuino slancio al superamento della condizione attuale, con un po’ di disinvoltura potremmo approdare all’ipotesi che rappresenti il modello universale alla conoscenza.

C'è stato insegnato che la filosofia si distingue dalla sapienza, l'antica sophia greca, perché a differenza di quest’ultima manca del suo oggetto, a cui protende con tensione amorosa. Non basta ancora. È la canzone d'amore, e non l'amore, il denominatore filosofico comune. La canzone d'amore in un certo senso inventa l'amore, lo rende necessario con un gioco di prestigio della fantasia, poco importa se travestendolo con arrangiamenti sinfonici o incidendolo sulle pareti di una grotta, tra un uro stilizzato e un mammut.

Lo ricaviamo dal fatto che non esiste conoscenza senza l’ipoteca di un contesto che è ben lungi dall’essere oggettivo, e piuttosto narrativo: la rappresentazione del mondo a cui siamo abituati, così come le canzoni d’amore, la poesia, le narrazioni mitologiche e le fiabe popolari, ci abituano e preparano all’incontro con tutto ciò che è ignoto, in una sorta di pre-sciistica in attesa che nevichi.

Certo, le rappresentazioni dell'amore non coincidono con l’amore vissuto, e ne sono piuttosto una versione semplificata e corretta, così come il telegiornale di Emilio Fede non corrispondeva in modo neutrale alle notizie. Ma invece di ricercare un’impossibile imparzialità, ho l’impressione che convenga – non per essere più veri, e piuttosto autentici – approfondire le coordinate di quello spazio culturale e multivocale che ci predetermina, in un infinito gioco di specchi che interpreta il gesto dell’interpretazione, situandola nel tempo e nello spazio biografico in cui le generazioni si susseguono.

Scopriremmo, in tal modo, che la nostra rappresentazione dell'amore nasce nelle corti provenzali intorno al XI secolo, in cui a essere cantate in versi erano donne neppure conosciute, donne sposate con qualcun altro, che venivano idealizzate attraverso parole e immagini che non avrebbero potuto essere più fasulle, e proprio per ciò sublimi e cariche di forza persuasiva. A quella menzogna hanno infatti creduto, e continuiamo a crederci tutt'ora ogni volta che accendiamo la radio, ascoltiamo una canzone d'amore. Lo spiega molto bene Denis de Rougement nel suo testo più famoso, L'amour et l'Occident.

Ma questa disponibilità a riconoscerci alla maniera del tronco di una grande quercia, in cui ogni anno che trascorre, colpo d'ascia che riceve, traccia un cerchio concentrico al suo interno (nei tempi buoni il tratto è fermo e deciso, mentre si fa incerto in seguito ai traumi che anche gli alberi subiscono) si pone agli antipodi dell’epochè fenomenologica, assumendo come necessarie alla comprensione anche le scorie da cui siamo costituiti, le pietanze precotte, frasi fatte, trottolini amorosi e du-du da-da-da.

Tutto ciò va guardato dritto negli occhi, per pronunciare infine la più imbarazzante delle ammissioni: ecco, quello sono io, e allo stesso tempo non lo sono. Perché come concludeva Milo De Angelis in una bellissima poesia: “se ti togliamo ciò che non è tuo, non ti rimane niente.”

mercoledì 20 aprile 2022

Il Nichilista


Uno andava tutti i giorni in biblioteca e si sedeva sempre allo stesso banco, in fondo a sinistra, dove i finestroni ogivati di Villa Quadrio danno sul minimo giardino. La prima volta che entrò chiese al bibliotecario dove fossero collocati i libri svizzeri.

“Desidera un romanzo svizzero?” rispose il bibliotecario.

No, li voleva tutti, e iniziò da quelli. Poi passò agli autori austriaci, rumeni, inglesi, bulgari, neozelandesi e così via. Un lavoro di anni, in cui praticamente non faceva altro: leggere. Mentre nessuno sapeva cosa avesse fatto prima, né che fine abbia fatto ora.

Ma anche al tempo dei fatti – pochi fatti e molte parole, a voler esser precisi – il suo contorno era vago, non se ne conosceva neppure il nome. Gli studenti, molto più giovani di lui, con cui condivideva i pomeriggi silenziosi interrotti solo dal frusciare delle pagine, lo chiamavano il Nichilista. Lui amava definirsi così.

L’ultima immagine che si ha del Nichilista lo vede in coda allo sportello dell’anagrafe comunale, per il rinnovo del documento di identità. Quando fu il suo turno e dopo aver udito, lei sola, gli estremi biografici, chiese l'impiegata mentre cercava qualcosa in un cassetto: “Professione?”

"Professione?!" fece eco lui sorpreso.

"Sì, professione..." replicò l'impiegata continuando a ravanare nel cassetto, "che lavoro fa?"

Guai a fargli domande, e infatti, anche quella volta, rispose rilanciando, ma bisogna riconoscere che fu coerente: “Nichilista." E dopo una pausa accompagnata da un enigmatico sorrisetto, aggiunse: "È questo il mio lavoro.”

L’impiegata si staccò dal cassetto per confabulare qualche minuto con i colleghi – nichilista, nichilista… qualcuno sa di che professione si tratta? –, e quando ricomparve disse di passare il giorno successivo.

Cosa che puntualmente avvenne. Ritirò il documento come si ritira un libro prenotato, con distratta cortesia – in fondo l’identità è solo una convenzione borghese, l’aveva imparato nelle sue metodiche letture. Je est un autre, il periodo dei francesi aveva lasciato un segno.

Quindi dischiuse i due lembi di carta ripiegata, giallina, e sotto la sua fotografia con i capelli lunghi e i baffetti bohémien, alla voce professione trovò scritto: nichelatore.

martedì 29 marzo 2022

Tu chiamale se vuoi, emozioni

 


Detournement era la parola chiave dei situazionisti, il loro manifesto programmatico. In italiano potremmo tradurre con deviazione; ma anche scarto di lato, diversione, abbandono della retta via – quell’autostrada in cui basta prendere il biglietto e poi accendere l’autoradio –, per quella piccola e incerta, che si snoda tra paesini a volte nemmeno segnati sulle mappe.

Leggendo la quantità di commenti (su giornali, social, ovunque) riguardo lo sberlone che Will Smith ha assetto a Chris Rock durante la cerimonia di assegnazione degli Oscar, ho pensato subito a quel termine: detournement. Nel mio caso, lo scarto laterale è dal piano etico a quello linguistico, quindi logico.

Tutti parlano di tutti, per cominciare. O perlomeno così si sente la pluralità dei commentatori: un Don Chisciotte che ha contro di sé il mondo intero. Solo che ci sono dei tutti che rimproverano agli altri tutti di non biasimare, come fanno loro, il gesto di Will Smith, a cui viene risposto pan per focaccia: lo schiaffo è pienamente legittimo, addirittura sacrosanto: ha difeso la propria donna, e che cavolo! Ma con lei pure la dignità di tutti i deboli (di nuovo questo pronome, tutti) vessati dai forti.

Il problema è che tutti significa tutti, una sola eccezione lo trasforma in moltissimi, e a scalare molti, tanti, qualcuno ecc. Entriamo così nel regime semantico del paradosso, ad esempio quello del mentitore così espresso da Epimenide di Creta: “tutti i cretesi mentono”. Ma come, se anche Epimedide è un cretese non potrà dire la verità… Quindi l’affermazione è falsa. Ma se è falsa Epimenide sta dicendo il vero, dunque tutti i cretesi mentono, e non se ne esce più.

Nella circostanza, se tutti sono contrari al comportamento di Will Smith, chi sono i tutti che ho incrociato io, i suoi numerosi difensori... Come è possibile? Forse per avvicinarci alla verità, ma una verità con l'iniziale minuscola, bisogna compiere un nuovo detournement, e passare dal piano della logica a quello della psicologia. A tutti piace sentirsi diversi da tutti gli altri: originali, brillanti, gente che dice le cose come stanno. “Gliele ho cantate sul muso”, come si dice.

In questo caso il “muso” è quello sghignazzante di Chris Rock, il quale credeva di poter scherzare, anche lui, su tutto, compreso la malattia. E lasciando provvisoriamente perdere che magari non ne fosse informato –  dell'alopecia di cui soffre la moglie di Smith, forse pensava al suo cranio glabro come a un nuovo eccentrico look.

E così si ingarbuglia il filo del discorso, in forma nuovamente interrogativa: perché tutti, i tutti che in nome di valori quali dignità, onore, rispetto di fragili e diversi plaudono allo schiaffo in mondovisione, non hanno risposto con la stessa indignata sollecitudine quando Maurizio Crozza irrideva la statura di Brunetta? In fondo, sul manuale Cencelli del politicamente corretto, un handicap fisico vale più di un'alopecia...

Oppure, qualcuno si ricorda dell’imitazione che Teo Teocoli faceva di Ray Charles? Con degli occhiali scuri girava sul palco a tentoni fingendo di non trovare il pianoforte. E giù tutti, davvero tutti a ridere. Ci sono poi stati i siparietti sul trapianto di capelli di Berlusconi con relativa bandana (fosse anche quello un caso di alopecia…), Benigni che si prende burla dell'obesità di Giuliano Ferrara e della gobba di Andreotti, altri hanno satireggiato sulle labbra di Valeria Marini frutto di un intervento chirurgico non proprio riuscito. Disagi fisici, minorità, probabili sofferenze. Ma anche tante, forse troppe risate.

Ci sono infiniti episodi del genere, la satira è sempre stata un poco stronza (“In fondo, era solo una tartaruga” titolò il foglio satirico Il Male nel giorno della morte di Ugo La Malfa), e ogni stronzata si crede abbia diritto di cittadinanza, almeno quando indirizzata a un personaggio pubblico qual è senza ombra di dubbio Jada Pinkett Smith, moglie difesa con manone da cestista dal più celebre marito.

Dunque mi sto iscrivendo anche io al club del tutti che contestano Will Smith, giusto? Non proprio. Il fatto che qualcosa sia accettato per consuetudine – in questo caso la satira – non significa che sia anche bello, oppure buono. Legittimo magari sì, ma la virtù è altra cosa. Gli esempi che ho citato e, in particolare, l'irrisione della statura di Brunetta, li trovo odiosi, e se fossi stato nella moglie di Brunetta avrei aspettato Crozza nel camerino: con un randello.

Avrebbe potuto comportarsi alla stessa maniera anche l'attore pluripremiato, invece di salire sul palco e aggiungere spettacolo a spettacolo, kitsch a kitsch; attendere il rivale di fuori per risolvere la faccenda con le maniche della camicia risvoltate, alla vecchia maniera. E così le possibilità in cui schierarsi si moltiplicano: non solo fare o non fare, ma anche fare dopo, dilazionare il lavaggio dell'onta subita. E ciascuna mi appare possedere un aspetto condivisibile, e uno da rigettare.

Il guaio è che ciò che trova il mio assenso non si oppone a ciò che avverto come stridente, ma vi coincide in una moltiplicazione del paradosso di Epimenide. Nella circostanza, la difesa di quel che ti è più caro, della ferita da proteggere e medicare a cui si giustappone la sua sguaiata esibizione, in un gioco al massacro che ricorda i freak show dell'Ottocento. Se però questa nobilissima arte della cura prende forma di aggressione, abbiamo il suo rifiuto; e per quanto si trattava solo di un ceffone, riportiamo le cose alla loro misura. In ogni caso è quella porzione del vero che, come le due parti sinuosamente ricomposte nel simbolo del Tao, rigetta ogni forma di violenza, fisica o verbale. Tra cui quella di Chris Rock.

Un intrico di gesti espliciti e impliciti, sfumature, sottotracce che alla fine ci fa concludere con il verso di una canzone di Battisti: “tu chiamale se vuoi, emozioni”. Quelle che avrà certamente provato Will Smith nel sentire la malattia della moglie oggetto delle grasse risate che riescono a sgorgare solo dalla gola degli americani. E così è salito sul palco. Ha fatto quel che ha fatto. Poi è tornato al suo posto strillando qualcosa, sedendosi l’ha nuovamente sillabato: "Keep my wife's name out of your fuking mouth!"

È giusto? È sbagliato? A me è sembrato semplicemente umano, talmente umano da risultare una specie di specchio, a spiegazione parziale della quantità di commenti che si sono spesi. Ma si sa che la nostra specie non sempre offre il meglio di sé, né tantomeno il giusto.

 

lunedì 28 marzo 2022

Non gioco più


Oggi mi è venuto in mente il quiz che si faceva da bambini del
se fosse: se fosse un animale, se fosse una città, se fosse una pietanza… Nel mio caso, se fosse una canzone, sarebbe una canzone di Mina. Nemmeno ne ricordo il titolo, solo che, a un certo punto, tira le sillabe lunghe lunghe, mentre dice: “non gioooco piùuu, mee ne vaaadooo…”

Poi ho controllato, è proprio quello il titolo, la prima parte. E ho capito che quel titolo e ciò che segue stavano cercando di dirmi qualcosa. Mi capita spesso con le canzoni, Freud avrebbe dovuto inserirle tra gli atti mancati e i lapsus: mi trovo a canticchiare un motivetto e solo dopo scopro che è nascosta la risposta a un problema, come quel mio amico a cui ho sentito intonare "son contento di morire ma mi dispiace". Sua moglie, più tardi, mi ha rivelato che gli avevano diagnosticato un tumore ai polmoni con metastasi diffuse. Lui però non sapeva ancora nulla, le parole della canzone gli venivano da sole alla bocca.

Non gioco più dunque, me ne vado  ma da dove, se da due anni sono sempre chiuso in casa? Dai social ad esempio, forse dovrei allontanarmi da Facebook, almeno per un po'. Lasciare andare il mio profilo come una bottiglia vuota nell’oceano. Alla deriva.

Tutto ciò che ho pubblicato negli anni rimarrebbe compresso al suo interno, qualche sbirciatina distratta da un polpo di passaggio, gli animali marini più intelligenti dopo i delfini, che di certo avranno di meglio da leggere; comunque non gli darò fuoco come intimò di fare Kafka a Max Brod. O secondo un paragone più commisurato, un gratta e vinci in cui non sono uscite le tre stelle d'oro. Carta straccia. In effetti lo è tutto ciò che scriviamo sul web: dopo un giorno, massimo due ed è buona per la stufa.

È possibile che nel futuro mi venga di nuovo la tentazione – si ritorna sempre sul luogo del misfatto –, ma in forma più intima e meno accalcata; non ci sarà bisogno della selezione del buttafuori all'ingresso, penso a qualcosa di più discreto del privè del Billionaire. Penso a un nuovo profilo social, sì, un ricomincio da tre o quattro contro gli attuali 3171 contatti, con cui perlopiù convivo con reciproca indifferenza, siamo seduti fianco fianco alla maniera di passeggeri su un treno. Ed eccola la nuova canzone che viene a soccorrermi: "ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, e ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi..."

La con-versazione di cui parlava Leopardi, quel procedere fraterni nella stessa direzione (verso), si traduce così nella gara a chi emette con la voce il maggior numero di decibel (versi, da non confondere, o forse sì, con quelli dei poeti, di cui i social sono divenuti la riserva indiana), a chi strilla di più per farsi sentire dal conducente, a cui per definizione è vietato parlare. 

Diversamente, scopriremmo che alla guida del convoglio non c'è nessuno, i vagoni avanzano per inerzia come in quel film diretto da Končalovskij e ambientato in Alaska, in cui tra distese di neve e fusti d'albero ischeletriti dal gelo, un altro treno correva verso il nulla. Ma ciò non dissuade i passeggeri dal vociare, al contrario, e non c'è urlo più fragoroso di una scollatura dischiusa con noncurante casualità, o l'attacco, sarcastico, al nemico di turno: "Gliele ho cantante sul muso, dai che facciamo branco e gliele cantiamo ancora più forte!"

O chissà che per pigrizia non ripeschi la vecchia bottiglia, chiedo preventivamente scusa al polpo per avere interrotto la sua ispezione ai reperti di una specie tanto bizzarra, che invece di nuotare scrive la parola nuoto. Ma sarà maggiore la parsimonia nel rabboccarla, minore la dissipazione di parole e tempo, soprattutto tempo che come recita l'ennesimo dono dell'inconscio canoro: "c'è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno", e questo diorama semplificato me ne ha distolto troppo spesso lo sguardo. Però con calma, non c’è fretta. Lasciatemi godere il naufragio.

Alle poche persone con cui ho interagito e alle pochissime a cui ho voluto bene – perché è accaduto anche questo, nell'infinita combinazione di alfabeto e immagini: di gattini, tramonti, corpi, copertine di libri, volti, ma più che altro volti immaginati, può succedere –, a tutti voi auguro buona continuazione.

Con qualcuno ho fiducia che ci rincontreremo. Meglio se al tavolino di un caffè, in una giornata di primavera, con due bicchieri quasi fosforescenti di pastis. Sembrerà di stare in una pellicola di Rohmer, in cui le ragazze indossano abiti di cotone a fiori e per fermare i lunghi capelli arruffati infilano una matita, una di quelle mezzo rosso e mezzo blu. L’hanno distolta dal disegno che stavano schizzando sul tovagliolo di carta.

Quanto a me, sento il bisogno di fare lo stesso: interrompere quel disegno caricaturale (la caricatura di me stesso, beninteso) a cui mi sono dedicato per troppo tempo, ma scarsa consapevolezza dei limiti; del mezzo, prima ancora che i miei. Quindi guardare in faccia la persona che mi si presenterà in camicia bianca e farfallino nero, un vassoio in mano:

“Buongiorno, sono il cameriere.”

A quel punto potrò ripetere la battuta che sogno di pronunciare da anni, poco importa se, in un bistrot affacciato a un boulevard su cui sfrecciano Renault Dauphine e Citroen DS, l’ha già detta Jean-Paul Sartre: “No, Lei non è il cameriere: Lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito.”

E così nessuno di noi è la miniatura incazzosa o saccente o ammiccante o moralista o gigiona o corporativa (i cantanti d'opera se la fanno con i cantanti d'opera, gli scrittori con gli scrittori, i radiologi con i radiologi e i nani del circo con i nani del circo) che risulta scorrendo le bacheche di un social netwok. Non confondiamoci a questo proposito.

Eppure, come il cameriere di Sartre, è quanto ho finito anch’io col credere: l’abitudine al fare, di continuo, lo stesso gesto, lo confonde infine con l’essere, in un'ostensione laica (prendete e mangiatene tutti) rivolta a chi ci aspettiamo aspettare solo questo da noi:

“Gradisce? Ne verso un po’ anche alla signora? Non si preoccupi, non è alcolico. È solo un frullato di opinioni personali su tutto."

"Ma tutto TUTTO?"

"Si, certo, ne dubitava? Ma con una spruzzata di imperdibili cazzi miei."

sabato 26 marzo 2022

Premio punizione, o su come i social ci trasformano in cagnacci ringhiosi


Ho avuto una visione, ogni tanto mi accade quando non capisco qualcosa; e non capisco spesso... Una visione che spiegherebbe il rincoglionimento generale a cui assisto sui social, di cui l'eccezione è conferma alla regola. Come a dire: the medium is the message.

Ma torniamo alla mia visione. Quella di un cane, un grosso cagnolone con lo sguardo dolce e le orecchie pendule, un poco mi rassomiglia. Quindi un educatore cinofilo tatuato da capo a piedi, gli sta strillando qualcosa in tedesco.

Ogni volta che il nostro cagnolone piscia sul tappeto, morde il postino, scappa al fischio di richiamo, il tatuato lo premia con un biscotto. Se invece si siede al comando "sitz" e sdraia al "platz", giù un bello sberlone.

E così dagli e ridagli – biscotti e sberloni – non ci vorrà molto per trasformarlo in un cagnaccio ringhioso, anche il più placido Golden retriver capirebbe da che parte tira il vento; una vera e propria tramontana, che ribalta gli oggetti e ne mostra il lato contrario.

Passiamo ora ai social network. Su Facebook ho scritto di recente un post in cui sembravo prendermela con quella macchietta querimoniosa a nome Alessandro Orsini; ma in realtà il tema era la struttura drammaturgica dei talk televisivi, che imbastiscono il racconto attorno alla figura di un cretino da irridere, prima ancora che un nemico da abbattere.

Questa confusione (e cioè l'impressione che anche io ne stessi ricalcando lo schema, attraverso lo scherno del povero Orsini) mi ha fruttato una sessantina di like. Di solito io viaggio molto più basso, non sono come si dice un influencer.

Due giorni dopo ho scritto un nuovo post: senza cretini, nemici, prese per il culo allo zimbello di turno. Solo il tentativo più articolato e, diciamo pure, migliore, di ragionare sul presente, muovendo dalla battuta contenuta dentro a un film di Godard. Like ottenuti: 6. 

Attenzione, non è una geremiade in stile Orsini, ma la presa di coscienza che se ti danno un biscotto ogni volta che ti comporti da merda mentre vieni ignorato quando fai del tuo meglio, alla fine una merda finisci col diventarla per davvero. Come il cagnolone da cui siamo partiti: premio punizione, premio punizione.

Sì, il gioco ormai mi è chiaro, il gioco del ribaltamento prospettico. Fino a che non morderò pure io il polpaccio del postino, mentre mi porge una raccomandata con ricevuta di ritorno.

venerdì 25 marzo 2022

Prepuzio, o sull'incremento delle spese militari


Il Papa fa benissimo a fare il Papa, e a vergognarsi per l'incremento delle spese militari al 2% del PIL. Ma se di lavoro non fai il Papa, mi chiedo quale dovrebbe essere la percentuale giusta: l'1,54% come è stato nel 2021? O magari l'1,2, l'1, addirittura lo 0,8... chi offre di meno?

Il problema è che si tratta di una questione tecnica, prima ancora che ideale – l'idea di fondo è che l'amore e la pace siano meglio della guerra, ma tu pensa...

Da qui il disagio per le diffuse certezze che incrocio: sia nelle parole dei pacifisti che vorrebbero smantellare gli arsenali ("mettete dei fiori nei vostri cannoni"), sia nei nostalgici di libro e moschetto; più moschetti che libri, a dirla tutta.

Per quel che mi riguarda, non ho la minima idea di quanto si dovrebbe spendere per la sicurezza nazionale, nemmeno se vado a spanne. Ma il buon senso mi suggerisce che, senza alcun investimento nella sicurezza (e in questo tempo sghembo è ancora offerta dalle armi, e da chi è in grado di usarle), non esiste neppure nazione.

Quelli si chiamano feudi, dove la difesa è prerogativa di qualcun altro; i signorotti locali, l’imperatore. A cui bisogna però pagare dazio e concedere la moglie se gli viene l’uzzolo. O, più modernamente, si tratta di colonie, riserve indiane, ghetti. E non è tanto bello viverci dentro, almeno se stai dalla parte di chi ha avuto inciso il prepuzio.

giovedì 24 marzo 2022

Il dolore e il nulla, o sulle domane non dette tra le parole strillate


Se i dibattiti televisivi fossero un’equazione matematica, a me sembra che quelli sulla guerra potrebbero essere scomposti. Taglia, semplifica, riduci ai minimi ed elementari termini, si approda così alla domanda fatidica: “Tu cosa sceglieresti?”

Lo chiede Jean Seberg a Jean-Paul Belmondo in una sequenza di À bout de souffle, correva l’anno 1960, la regia è di Jean-Luc Godard. Prima però lei gli legge una frase da "The Wild Palms" di William Faulkner: “Tra il dolore e il nulla io scelgo il dolore.” E tu, dimmi, lo incalza la ragazza con i capelli da maschietto, cosa sceglieresti?

Belmondo all’inizio cincischia, prova, senza troppa convinzione, a spostare il discorso sull’importanza dei piedi nella donna, ma poi risponde: “Il dolore è idiota. Io scelgo il nulla. Non è meglio… ma il dolore è un compromesso. O tutto o niente.”

La stessa risposta sembra offrire Zelensky: vivere da servi, senza una patria integra e sotto il tallone del nemico, è idiota. O tutto o niente. Conclusione a cui Putin fa eco, riaffermando l’antico mito dell’Eurasia sotto l’egemonia dell’orso russo, con l’imprimatur del patriarca ortodosso Cirillo I e del filosofo Aleksandr Gelʹevič Dugin. Tutta gente che ha poca confidenza con quel dolore sommesso e diurno che si chiama ridimensionamento del sogno.

Ed è così che il mondo potrebbe anche terminare, il nulla atomico risulta per entrambi preferibile al dolore di perdere qualcosa, già che in quella cosa apparentemente piccola (per noi) è racchiuso intatto e potente il senso dell’esistenza tutta, come gli oggetti magici nelle fiabe. A centinaia di chilometri di distanza, nei nostri studi televisivi, la medesima contrapposizione prende forma strillata. Anche qui ci sono i nullisti e i doloristi.

Il querimonioso Orsini e l’imbronciata Donatella Di Cesare, ad esempio. Entrami parteggiano smaccatamente per Faulkner: scelgono il dolore. Con l’unica differenza, non poi così trascurabile, che il dolore non è il loro, ma quello degli ucraini. Lo slogan pace subito, pace senza se e senza ma, equivale infatti ad affermare un diritto sul dolore degli altri, per certificare il proprio essere. Non dico che sia completamente illegittimo – lo facciamo da millenni nutrendoci della carne degli animali – ma è importante averne consapevolezza.

Quella stessa consapevolezza che ci si augura nella fazione opposta, di cui è ugualmente lecito dubitare. Siamo infatti sicuri che Rampini, Parenzo, Friedman, Severgnini e così via, abbiano ben chiaro i termini della scelta a cui sono chiamati… Il sospetto è che sia solo una postura muscolare, un selfie in favore di camera in cui la mascella contratta fa velo all’ambiguità che ci cinge da dentro, prima ancora che da fuori.

Quanto a me, subisco da sempre il fascino di Jean Seberg – solo un’altra Jean, Jean Birkin, ma non senza ripensamenti, riuscì a scalfire la mia convinzione che Jean Seberg fosse la donna più bella del mondo – e mi sembra che una mediazione dolorosa sia preferibile alla guerra atomica. Quel compromesso idiota di cui parla Belmondo, già.

Ho però il ritegno di riconoscere che a questo modo sto ipotecando un dolore che non mi appartiene, un dolore per così dire in conto terzi. Da qui un suggerimento per i futuri tavoli per la pace, che oltre a ragioni economiche, geopolitiche e militari, dovrebbero contemplare anche un poco di filosofia, e perché no di arte. Immagino una conversazione tra Putin e Zelensky che ricalchi le battute di À bout de souffle: “E tu cosa sceglieresti?”

Tra il dolore e il nulla, sì, certo, ma pure tra Bach e Mozart, tra Michelangelo e Raffaello, Dostoevskij e Shakespeare, Beatles e Rolling Stones… Tra diverse forme di bellezza, insomma. Perché esistere, non sopravvivere che del nulla è l’anticamera affollata, corrisponde a una remunerazione sensibile, più che a un generico significato da assegnare al trascorrere dei giorni. E quel premio si chiama appunto bellezza.

Diversamente, fa benissimo Jean-Paul Belmondo a infilarsi una Gitanes in bocca e rivendicare il suo tutto o niente. E chi se ne frega se questa scelta porterà al nulla, solamente scorie atomiche e toponi più grandi di asini, se il qualcosa a cui si rinuncia ha il volto butterato di un generale sull’attenti cosparso di mostrine, o le labbra tumefatte da una chirurgia estetica di massa.

La domanda da cui siamo partiti dovrebbe allora essere aggiornata: cosa sceglieresti, tra il kitsch e il nulla?

martedì 22 marzo 2022

C’è noi e noi, o sul poco che ho compreso di questa guerra


Una persona che stimo ha appena scritto su Facebook: “sempre ci si è augurati la pace”. In realtà, proprio perché è una persona stimabile, nel suo post diceva di più e soprattutto di meglio, ma la parte che mi ha colpito è la frase riportata. Me la sono rigirata nella bocca per un po', come una pastiglia per la gola. E alla fine le ho risposto a questo modo:

Sono d’accordo con te, tranne che sul soggetto del verbo augurare: "sempre ci si è augurati la pace", ovvero ci in luogo di noi, tutti noi, uniti nel sempiterno augurio di pace. Quindi pace subito, pace a qualsiasi costo. Se prendiamo le parole sul serio, le cose però non stanno così.

La Russia di Putin, la Russia che in buona parte ancora sta con Putin, ad esempio non si augura la pace, ma l'annessione di significative porzioni del territorio ucraino, se non dell'Ucraina tutta da far rientrare sotto la propria sfera d'influenza, magari con una foglia di fico che ne copra l'oscena brama, come Lukašenko in Bielorussia.

Ma anche gli ucraini non si augurano pace e piuttosto libertà, indipendenza, orizzonte prospettico che si slarga sul destino proprio e quello dei propri figli, come nel finale di una pellicola hollywoodiana con dolly a salire e titoli di coda che scorrono sullo sfondo del cielo. Poco importa se quel film si nutra anche di retorica e nazionalismo: è il loro film. Sono le loro condizioni, e non altre, a cui gli ucraini si augurano la pace.

Siamo dunque noi, quel noi che non è indifferenziato ma coincide con la ristretta porzione di mondo comodamente seduta di fronte al televisore, ad augurar-ci la pace: chi per far calare il prezzo dei carburanti, chi invece, spirito assai più nobile ed empatico, per poter riprendere a seguire una serie su Netflix senza essere turbato dal pensiero di quei giovani corpi dilaniati (ma anche i vecchi muoiono, non solo di Covid ma sotto le bombe russe).

Bisogna dunque essere molto cauti nell’uso dei pronomi. C’è noi e noi. E se sbagliamo noi includendo anche chi la guerra la fa per davvero, ma soprattutto la subisce, rischiamo di ricalcare il più sconcio degli adagi: "fare i fro... va be', gli omosessuali con il sedere degli altri."

lunedì 21 marzo 2022

La cena dei cretini, fenomenologia di Alessandro Orsini


Quando la ragione arranca, non comprende un fenomeno mentre, sempre più ostinate, le mani grattano la fronte, anche gli studiosi più dotti si affidano all’immaginazione. Pensiamo a Newton e alla sua mela: in fondo sembra una sequenza cinematografica, non lo snodo cognitivo che avrebbe portato a una delle rivoluzioni scientifiche più solide e durature.

Pensiamo ora a Alessandro Orsini, direttore e fondatore dell'Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS. Ci pensiamo e ripensiamo ma non comprendiamo le ragioni – non certo le sue competenze, per altro solide, o la brillantezza nell’eloquio – che l’hanno reso il prezzemolo con cui condire quasi tutte le trasmissioni che parlando della guerra in Ucraina.

Continuiamo a guardarlo, lo ascoltiamo parlare con voce flebile e commossa, sembra sul punto di scoppiare in lacrime, di stramazzare al suolo affranto, ma procede invece come un dromedario onusto sull'invisibile pista che traccia nel deserto, e i conti non tornano: perché lui, perché proprio lui…?

Ed è qui che dovremmo fare lo scarto verso una forma diversa di pensiero, affidandoci alla videoteca. In particolare c'è un film che fa al caso nostro, una pellicola francese del 1998, scritta e diretta da Francis Veber. Si intitola Le dîner de cons, in italiano La cena dei cretini.

Un gruppo di ricchi annoiati organizza una cena a cadenza regolare, in cui ciascuno deve portare con sé un cretino di cui poi ridere alle spalle. Non è molto diverso il funzionamento dell’informazione televisiva, l’abbiamo vista all’opera, seguendo lo stesso cinico schema, nel periodo dell’emergenza Covid: a studiosi seri e preparati veniva accostato un personaggio eccentrico, che so, il cantante Povia, così che questa squisita élite di spiriti superiori (con la scusa del confronto democratico delle opinioni) potesse dargli addosso, metterlo in ridicolo più di quanto già non facesse da solo.

Uno schema antico, già mia nonna ripeteva un proverbio delle sue parti: “tuc i vularia vedè en mat en ciazza ma nigun che’l fus so” (tutti vorrebbero vedere un matto in piazza, purché non fosse un proprio parente), a conferma del fatto che la risata ha bisogno di una prospettiva asimmetrica per sgorgare; un piacere meschino ma a ben vedere umano, o forse meschino proprio perché umano.

E così ora è venuto il turno di Alessandro Orsini. Quanto sghignazzava, senza ritegno proprio, la politologa Nathalie Tocci ogni volta che Orsini apriva bocca a Piazzapulita. Ma siccome per ridere di gusto si deve essere come minimo in due, cercava, con lo sguardo, la complicità di Mario Calabresi, che in modo solo un poco meno sfrontato la ricambiava: eh sì, è proprio un cretino, il contenuto inespresso in quel dischiudersi appena accennato delle labbra.

Ed è stato in quel preciso momento che ho iniziato a tifare per Alessandro Orsini, con cui non condivido un solo pensiero. L’ignaro cretino, l’utile idiota per fare lievitare audience e share, e poco importa se si annebbia la comprensione: sai che risate, in studio e nei salotti in cui il buffo Orsini dilaga quale nuovo eroe della minorità. I nostri salotti, le nostre risate ogni volta che compare un cretino sullo schermo.

Ci sono dunque solo due posture con cui accostarsi al fenomeno: accettarlo, addirittura amplificarlo come avviene nelle trasmissioni di Bonolis e Cruciani (luoghi in cui l'irrisione rasenta il monopolio), oppure spegnere il televisore. L’altra sera ho optato per la seconda opzione, ma lo specchio che ci fa sentire superiori riflettendoci nei limiti altrui – l’unica forma di superiorità che ancora ci è concessa –, è duro da infrangere.