domenica 22 agosto 2021
Flipper, o sulle cose ultime per gesti e figure
sabato 21 agosto 2021
La coscienza infelice, o sul rave di Viterbo e la società affluente, che tanto affluente non è
Sono
stato a pochissimi rave, ma mi sono sempre divertito – alle nostre latitudini,
gli unici luoghi in cui puoi ancora imbatterti in Shiva e Dioniso, magari in
forme un po' caricaturali. Non ho dunque alcun pregiudizio al riguardo, ma
trovo fuori fuoco l'ennesimo contrapporsi per fazioni (ringhianti) che segue al
rave di Viterbo.
Le critiche sono note e diffuse – i
raver brutti sporchi e cattivi, semplificando. Ma soprattutto molto, mooolto
drogati –, e mi concentrerò sulle apologetiche. Ha alimentato la discussione un
post su Facebook di Loredana Lipperini, che affianca al suo svelto commento un
reportage documentato e puntuale, è possibile trovarlo qui.
Un testo che possiede molti meriti, primo fra tutti evidenziare un vizio diffuso
nell'informazione al tempo di Internet, sempre più di frequente solo
pettegolezzo travestito.
Nel finale inciampa però nelle stesse
manchevolezze che denuncia, facendo coincidere, con uno sciatto cliché, i due
stupri lì forse avvenuti (un reato penale odioso) con il patriarcato (un
retaggio antropologico certamente deprecabile, ma non di rado alimentato dalle
donne che quella sottocultura hanno introiettato e quindi trasmesso), e
collocando infine l'equivalenza spuria in un contesto che viene definito
"libero". E perché mai un rave dovrebbe essere più libero di un
circolo scacchistico, o di un dopolavoro ferroviario?
Da simpatizzante dei rave party, a me sembrano semplicemente un giochino estetico, che fa cioè leva, letteralmente, sui sensi, da disarticolare e accendere nella forma di un godimento che non ammette dilazioni prospettiche, solo presente e svago tipico di quella società che un tempo si sarebbe detta affluente. Ma ora va progressivamente impoverendosi, trasformando la perdita in rancore perbenista o rimozione edonista – e cos'è un rave, se non un collettivo e sovraeccitato standby, una sospensione adrenalinica in ciò che Hegel chiamava coscienza infelice? I termini libero, libertà, liberazione, li lascerei dunque ad altri aspetti dell'umano.
venerdì 20 agosto 2021
Paralimpiadi, o sull'agonismo come sopraffazione
Da
una parte mi sembra una cosa bellissima. Una persona subisce la vita, cade,
viene abbattuta dalla sventura. Ma reagisce. Si rialza. E attraverso l’attività
sportiva, che della vita è una celebrazione, rientra nel respiro primordiale; quel fiatone che certifica l’esistenza nello spazio e nel tempo accelerato di sistole e diastole, che gli fa da contrappunto ritmico.
Sarà forse l’aggettivo,
agonistici, sport agonistici, a frenare una mia adesione piena.
Nell’agone viene infatti premiato il più forte, o, in una prospettiva
darwiniana, il più adatto – ma adatto a cosa? Di nuovo alla vita,
mi appare evidente.
Come nei giochi tra i cuccioli degli animali, gli sport si sviluppano nella forma di apprendistato e ricapitolazione. E sono le qualità essenziali alla sopravvivenza a essere collaudate: picchiare il nemico, correre per scappare o cacciare, saltare in alto, più in alto di tutti, per cogliere un frutto che agli altri sfugge, o sottrarsi all’assalto di una belva feroce. In sintesi: affermazione di sé a danno di un altro, anzi molti altri, gli sconfitti.
Ma il termine giusto non sarà allora sopraffazione? Secondo la psicanalisi, sopraffazione sublimata per non essere agita. Da qui la sospensione di ogni conflitto durante i giochi di Olimpia – ci sarà tempo per scannarsi di nuovo, l'arrotino accosta alla mola la xiphos dell'atleta per quando tornerà a essere oplita.
Chi vince è colui che per analogia si riproduce – le femmine si offrono all’accoppiamento con il cervo uscito vincitore dallo scontro, quello che ha sferrato le cornate più robuste e tenaci – e una famosa canzone degli Abba lo rimarca nel refrain: the winner takes it all, tutto si prende e, al secondo classificato, resta solo il desiderio di riprovarci. Riprova e sarai più fortunato, come stava scritto nella cartina del chewing gum.
Ma qual è il tutto, mi
chiedo, che una persona portatrice di handicap si prende, potrà mai essere
il maschio alfa e non la surroga di una rimozione collettiva, in cui a essere
oscurata è la radice animale dello sport? La nudità del re viene così rivestita
con l’abito delle buone e solidali intenzioni. Come a dire senza dirlo:
poverini, hanno diritto a essere anche loro come noi. Facciamo finta che.
Viene insomma attuata una pratica mimetica non meno che volontaristica. Anche in questo caso la lingua anglosassone offre la sintesi migliore: yes you can. If you want, you can. Peccato non sia vero. Se hai perso l’uso delle gambe non puoi camminare, e al limite solo mostrare, a chi si trova nelle tue condizioni, di essere più vicino di lui alla "normalità", a quel cuore oscuro della vita per cui l’animale azzoppato viene abbandonato dal branco.
Ma della due l’una: o si è solidali e accoglienti verso chi si trova in uno stato fisico di minorità, o ci si affida a leggi non tanto immorali ma premorali, ossia anteriori al processo di civilizzazione, e si volge infine il pollice in basso nei confronti del perdente. Avanti i leoni del Colosseo!
Le paralimpiadi, come tutti gli sport agonistici per persone disabili, si offrono così nella figura linguistica dell’ossimoro, o se si preferisce nella struttura della tragedia greca. Un dover essere che si contrappone a un non poter essere. Domanda. Nel nostro moderno caso, ci è data una via di uscita al vincolo tragico, o siamo condannati a ripeterne lo scacco in eterno?
A me sembra di sì, ma a patto, appunto, di liberarci dall’atteggiamento agonistico, una controfigurazione della gerarchia evolutiva in cui disporre l’umano per gradi di potenza, watt. Più sei potente e più ti sentono e guardano tutti, come le Golf ferme al semaforo con i finestrini abbassati, l'autoradio a palla.
Che sia allora lo sport unicamente sport,
senza gara, competizione, senza sommersi e salvati. Solo il piacere di una
persona offesa dalla vita di tornare alla vita nella sua forma incarnata. Non mancherà per
questo la nostra attenzione partecipe, non abbiamo bisogno di essere sedotti da
alcuna prodezza. L'importante è partecipare. Ma non alla gara, bensì al gesto di esistere al netto della simbolica di sopraffazione.
Diversamente, sarà inevitabile ripensare alla sequenza conclusiva di un film della serie Amici miei. Il conte Mascetti, interpretato da un ormai anziano Ugo Tognazzi, è condannato sulla sedia a rotelle per via di un ictus, e viene iscritto a una gara per persone nella sua stessa condizione. Gli amici di sempre sono sugli spalti a fare il tifo: “Oh dai Mascetti, che codesti bischeri te l’inculi tutti!”.
Ecco il colpo di pistola, si parte! Il conte decaduto smanaccia sulle ruote di gomma piena, fa del suo meglio, arranca, il cappellino da baseball e la bocca tirata da una parte; ma il divario tra lui e gli altri concorrenti continua ad aumentare, è ultimo. La regia di Monicelli fa ora un primo piano, anzi primissimo sui suoi begli occhi nocciola, da cui iniziano a sgorgare lacrime. Perché anche tra chi la vita ha lasciato indietro, c’è chi è più indietro degli altri.
Conti, o su vaccini ed economia politica
Bassetti, il virologo, non il piumone, ha appena dichiarato una cosa a cui non avevo mai pensato: le case farmaceutiche guadagnano un sacco di soldi dalla circolazione del Covid, molti di più che non dalla vendita dei vaccini.
Un vaccino costa mediamente quindici euro – quelli a RNA messaggero almeno, AstraZeneca quasi un quarto –, cifra da raddoppiare già che è quasi sempre previsto un richiamo. Una persona che si ammala produce esborsi infinitamente più alti, fino ad arrivare ai sessantamila euro di un ricovero in terapia intensiva; pagati come giusto dai contribuenti, anche se si tratta di una persona che ha rifiutato il vaccino.
Ma chi incassa buona parte di quel denaro per ventilatori
polmonari, cateteri venosi, anestetici, medicinali? Big Pharma, ovviamente.
Non che abbia mai dato credito alle argomentazioni
complottistiche che vedono nei vaccini un magna magna generale, con tanto di
microchip per controllarci con le reti 5G, ma sarebbe interessante se prendesse
piede questa consapevolezza economica. Economica ma anche politica, ossia con importanti risvolti morali.
I recalcitranti all'immunizzazione indotta, per fare dispetto alle multinazionali
farmaceutiche avrebbero così due opzioni: 1) se e quando si ammalassero rifiutare ogni
cura, morire eroicamente e come eroi civili noi li ricorderemo, senza che
venga versato un solo euro alle case farmaceutiche; 2) prendersi una
laurea in biologia e una in medicina, creare dei nuovi vaccini con lo zucchero di canna e
senza glutammato, vaccini "bio" deliziosi anche per correggere una tisana alla
melissa e frutti di bosco, quindi produrseli da soli e così evitare d'ingrassare
Big Pharma. Ma anche di gravare sull'erario.
Ho fatto due conti: un mesetto d'ospedale per avere sfidato il
virus, monetizzati, equivalgono a sette anni di sussidi di disoccupazione
versati a un poveraccio. Sette anni, sì.
Quando si parla di libertà fondamentali conculcate, ricordiamoci allora anche di questo: un commercialista no vax che si piglia il Covid in vacanza a Porto Rotondo, costa alla comunità duemila volte più della famigerata casalinga di Voghera – il conto è presto fatto: 60.000 (costo medio terapia intensiva) : 30 (costo due dosi vaccino) = 2000. Casalinga che si fa fare la sua punturina e non rompe tanto i coglioni.
martedì 17 agosto 2021
Strappa da te la vanità, o sui talebani a Kabul
Mi piace però credere che sugli archivi che mi profilano rimanga traccia anche di pochi versi, appartengono ai Canti pisani di Ezra Pound: "Strappa da te la vanità, / ti dico strappala. / Ma avere fatto in luogo di non avere fatto / questa non è vanità... "
Mi chiedo quindi se fosse giusta la presenza degli americani in Afghanistan, e non so rispondere neppure a ciò. Inizio invece a intuire la natura della profusione di parole che mi assediano – a volte indignate, altre accorate, disperate, rabbiose – e che chiamiamo la democrazia social. Parole, parole, parole, come nella canzone di Mina.
John Langshaw Austin, con una conferenza ad Harvard nel 1955, inaugura la teoria degli atti linguistici. Anche le parole sono atti egli dice, con una precisa ricaduta sul reale. Il mondo sarebbe diverso senza le parole di Gesù, che non lavorò un solo giorno in vita sua; l'unico gesto concreto che mi viene in mente è quello di lavare i piedi agli apostoli, profondamente sorpresi dalla novità.
Gli disse Simon Pietro: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!» Ma poi, parzialmente convinto dalle parole di Gesù – che ancora una volta si traducono in atto –, Giovanni fa pronunciare a Pietro una frase di splendida ironia: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».
Oggi è come se in molti chiedessero all'America lo stesso: non solo di lavare i piedi all'Afghanistan per ricacciare indietro i talebani, ma di lavare le mani e il capo a tutti i problemi che ci affliggono, dopo aver marciato per anni per rivendicare il contrario. Via dall'Iraq, dal Vietnam, dalla Corea, via l'America da tutto ciò che non sia un campo da baseball o una lunga pista di legno, il suono dolce dei birilli che si fanno lo sgambetto. Un atto linguistico anche l'insegna luminosa con cui comporre la parola bowling.
Ma questo dire dal ciglio dell'abisso di Facebook, possiamo ancora considerarlo un gesto, abbiamo una reazione tangibile (anche dilazionata) che consegua all'azione? Qualcosa da toccare con mano come il bambino dopo aver fatto la cacca.
A me sembra che venga smentita, almeno in parte, la teoria Austin. Non è un atto linguistico, e piuttosto traccia grafica che ritorna in forma di eco visuale, per restituirci, se siamo fortunati, una manciata di like: bravo, avo, avo, avo... Il tutto senza che il mondo ne esca minimamente scalfito.
Ma allora, direbbe Pound, se non è fare è vanità, anche queste mie parole lo sono. Negli anni trenta la meglio gioventù si arruolava nelle Brigate Internazionali, per contrastare la presa del potere da parte di Franco. Un gesto che, come sappiamo, non cambiò la storia, ma non fu ugualmente vanità. Fu un fare in luogo di non avere fatto.
Cosa facciamo invece noi, a parte un'inesausta
geremiade del tutto priva di ricaduta sul mondo, e che si arresta alla
superficie dello specchio? È a lei che allora mi rivolgo, la sagoma riflessa e
stempiata e con una t-shirt color prugna, mi osserva mentre digito le parole che state leggendo, e le dico: strappa
da te la vanità, ti dico strappala!
domenica 15 agosto 2021
Un fischio
Richiamando il cane con un fischio, mi accorgo che non so più fischiare come un tempo. Sono sempre stato orgoglioso di questa mia capacità: fischi potenti, squillanti, senza neppure bisogno d'inserire due dita dentro la bocca – chi utilizza la stessa mano inarcando pollice e indice, chi entrambe per poi tendere simmetriche le dita; possono essere tutte quelle non opponibili, con l'esclusione degli anulari. Ed erano lunghi, i fischi che emettevo, sia in estensione temporale che spaziale, si potevano udire a centinaia di metri di distanza, fischi come l'acuto di Claudio Villa nel finale di Granada. Mi uscivano dalle labbra anche senza una necessità impellente, ad esempio per attirare l’attenzione dell’amico che stava montando in Vespa per ritornare a casa, non avendo trovato nessuno con cui dividere una Chesterfield al Bar Sole. Lo vedevo allora fermarsi, rimettere la moto sul cavalletto, e girarsi in mia direzione. Sorridendo. Il fischio di oggi somigliava invece a un petardo guasto, che risolve il suo impeto in un suono fioco e disarmonico; provando a darne conto in forma lessicale, sarebbero solo consonanti buttate lì a casaccio: fszzssfsx. Anche il cane mi ha guardato con un'espressione un po' stupita, piegando il capo di lato come fanno i cani quando non comprendono qualcosa. Forse, ho riflettuto, negli anni è cambiata la cassa armonica, un dente si è sbrecciato, o magari non avevo messo la lingua nel punto esatto del palato. Ma non credo sia questo, perché ho riprovato più e più volte ottenendo sempre il petardo loffio. A quel punto il cane ha smesso di badarvi, la sua testa pelosa ha riacquistato una postura retta e vagamente english – tutti lo scambiano per un Gordon Setter, ma in realtà si tratta di un Hovawart, razza proveniente dalla Foresta Nera in cui Heidegger amava passeggiare con le braghette corte della Hitler-Jugend –, considerando normale quell'atto sonoro mancato, la forma che nel frattempo aveva acquisito il possibile. Gli animali si abituano in fretta al mutare delle cose, e quando invecchiano non giocano più a barattolo e pallina, non vanno a correre ai giardinetti con le scarpe tecniche e i fuseaux fosforescenti, come fanno i pensionati. Sonnecchiano, semplicemente, ogni tanto aprono un occhio per richiuderlo subito dopo. Ed è quello che ho fatto anch’io quando mi sono accorto che non so più fischiare.
Amok, o sulle metamorfosi quotidiane
sabato 14 agosto 2021
Io e noi, o su vaccini e filosofia
Un famoso scrittore mio coetaneo ha dichiarato che si suiciderà se dovessero introdurre l'obbligo dei vaccini, e in particolare di quello per prevenire il Covid. In realtà, in Italia già esiste l'obbligo per alcuni vaccini – con la Legge di conversione numero 119 del 3 luglio 2017, da quattro sono stati portati a dieci – ma non riguardano gli adulti, oltre a non essere previste azioni coercitive in caso di rifiuto da parte dei genitori.
Ho molto
apprezzato alcune opere dello scrittore in questione, e anche lui mi sembra una
persona carica di umanità. Mi rifaccio dunque a un esempio alto, a una persona che stimo, per fare alcune considerazioni
generali sull'argomento.
Se
addirittura viene preferito il suicidio all'essere vaccinati, la salute del
corpo smette di essere il motivo che sottende all'opposizione –
con il vaccino esistono remote probabilità di avere effetti collaterali anche
gravi, mentre, con il suicidio, gli effetti esiziali sono certi – e a essere chiamata in causa è piuttosto l'inviolabilità del corpo.
Appaiono così del tutto inutili gli appelli alla ragione sanitaria dei no vax, quando le motivazioni si collocano su un piano simbolico, emotivo, in taluni casi possiamo azzardare la psicopatologia. Ma sarebbe sbagliato liquidare la cosa a questo modo, e mi sembra utile aprire il campo anche ad altri sguardi. Ad esempio quello della filosofia.
Ciò che ci sta dicendo il bravo scrittore è che un numero rilevante di persone vive ora il corpo come qualcosa di estraneo alla sfera comunitaria (ci si vaccina anche per non contagiare gli altri), e viceversa un luogo che non può essere violato, un luogo sacro.
Per gli
antichi romani, chi trasgrediva le leggi che regolavano il rapporto tra la città
e gli dei veniva chiamato a questo modo: sacer,
sacro. Un titolo che revocava automaticamente lo status di civis, confinando il reprobo in un limbo
pregiuridico, in cui poteva essere ammazzato da chiunque ma non perseguito. Nessuna relazione era consentita con il suo corpo vivo, anticipando curiosamente uno scenario pandemico: carne infettata dal peccatum, da non sfiorare neppure per non essere contaminati, come nella casta indiana degli intoccabili. Perciò il sacro andava posto fuori, reso o-sceno, sciolto dai vincoli ma anche dai diritti comunitari. Tra cui,
appunto, diremmo ora, quello di essere vaccinati.
Una pratica superata con l'affermarsi del cristianesimo, in cui il corpo diventa il tempio dell'anima, ma soprattutto attraverso la formazione del pensiero giuridico moderno, che viene fatto risalire all'Habeas Corpus act., approvato in Inghilterra nel 1679. Fu un documento di grande emancipazione civile, in cui veniva sottratto il potere – potere sul corpo, ancora – ai signorotti locali, per restituirlo all'autorità centrale che poteva invocare la presenza fisica dell'imputato in un regolare processo, consentendogli di difendersi dalle accuse. Il corpo diviene così la sede del diritto, è questa la novità introdotta dall'Habeas Corpus. Ma quel diritto si gioca in una sottile dialettica tra corpo e legge.
In un sentire nuovo e contagioso (mai aggettivo fu più funestamente appropriato...) a nessuna autorità è però consentito di "avere il corpo" di un libero cittadino, se non al corpo stesso. Se ne ricava che il sentimento di comunità con la sua formalizzazione statuale, in un clima che potremmo chiamare di "sacralità" diffusa viene meno, e bisogna iniziare a prefigurare un mondo di corpi irrelati, sacrum homini che vagolano come bandiere a garrire per il mondo – ma bandiere pirata, senza tetto né legge.
Oppure, come
nelle fantasie complottistiche più lugubri, immaginare un colpo di mano da
parte di un potere che intenda riprendere possesso dei corpi, e imporre non
solamente i vaccini ma un controllo capillare del vivente, Michel
Foucault chiamava questa torsione del potere biopolitica.
Gli scenari evocati dal romanzo di Orwell e rilanciati dalla lettera di Giorgio Agamben e Massimo Cacciari contro il Green Pass, non sono così del tutto estranei alla dimensione del possibile. Ma bisogna aggiungere che tale possibilità è suggerita, anzi e per paradosso promossa, da atteggiamenti non compromissori come quello del bravo scrittore, che intende interdire il proprio corpo a qualsiasi interferenza, chimica ma anche umana, ossia stabilire un confine invalicabile tra sé e ciò che percepisce come altro. Meglio della mescolanza con l'altro perfino la morte. In cui a essere cancellato è l'io, per non lasciare spazio al noi.
venerdì 13 agosto 2021
Pianti e rimpianti
giovedì 12 agosto 2021
Overton window, o sui dunque inespressi
Overton window, la finestra di Overton. Mi capita sempre più
di frequente di imbattermi nel concetto elaborato dal filosofo e attivista
statunitense John Overton, Wikipedia lo riassume a questo modo: “La finestra di
Overton è un approccio per identificare le idee che definiscono lo spettro di
accettabilità delle politiche governative.”
Chi ne parla, su
giornali e social network, lo fa a ragion veduta in relazione alla pandemia, ma
mi sembra che questi scritti contengano un elemento inespresso, una sorta di dunque in forma interrogativa: e dunque, cosa fare?
Non è un quiz, le
risposte possibili sono molteplici. Ma gli stessi testi, in maniera altrettanto
implicita, appaiono sbilanciati verso un’unica direzione, che semplificando
potremmo far coincidere con l’appello contro il Green Pass di Giorgio Agamben e
Massimo Cacciari.
Il dunque smette così
di essere una domanda rivolta al lettore, e assume piuttosto la forma di
un'esortazione sillogistica. Del tipo: sulla base di ciò che ti ho appena
detto e, ancora di più, alluso, ci stiamo abituando a rinunciare ai nostri diritti
fondamentali, libertà del corpo entro lo spazio fisico e sociale che lo ospita
(tra cui quello, decisivo, di sputacchiare sulle olivette dell’happy hour),
addirittura a farci infilare nella carne degli intrugli che modificheranno il
nostro DNA, rendendoci simili a creature di Star Trek. Dunque, finestra di Overton, ribelliamoci ai
politici impiccioni!
Ma esiste anche un
altro dunque, e questa interpretazione lo richiama quale sua ombra arrischiata,
doppio psichico. Dunque me ne frego di ciò che cercano di spacciarci come
realtà esterna mutevole, a cui siamo chiamati ad adattarci. Continuo a vivere
come se fossimo nel 2018, come se non esistesse, non solo, la pandemia, ma
anche ciò che i filosofi del diritto chiamano stato d'eccezione. E fu proprio in virtù dello stato d'eccezione
che, nella Londra bombardata dagli Stuka nazisti, fu stabilito il coprifuoco,
senza suscitare alcuna rivolta popolare. Dunque non si poteva uscire a ballare
la sera? No, non si poteva. E nemmeno mettere le lucine all'albero di Natale.
Dunque, seguendo lo
stesso filo paralogico, che del sillogismo rappresenta un’ingannevole
perversione, in Gran Bretagna ancora vivono in un regime poliziesco? La teoria
della finestra di Overton suggerisce infatti un'assuefazione alle limitazioni
della libertà, le abbiamo già incontrate nella forma di “accettabilità delle
politiche governative”.
Beh, non proprio...
Terminata la guerra la finestra si spalancò con un colpo di vento, e, come
in una celebre canzone, si ricominciò a cogliere i funghi dietro la collina
finalmente sgombra dal nemico, e a farci fare l’amore, l’amore dalle
infermiere. Detto in altre parole, una democrazia con salde radici
istituzionali è anche elastica, e sa distinguere tra costitutivo e provvisorio,
tra stato di diritto e stato d’eccezione.
Ma la canzone che ora
va per la maggiore è un’altra, appartiene allo stesso periodo ma il refrain
recita l'adesso della vita, la vita è
adesso, e ogni dilazione al piacere viene vissuta quale intollerabile
ingerenza, secondo ciò che il filosofo Romano Madera ha battezzato con un
felice neologismo dantesco: “licitazionismo”. Ossia tutto deve essere lecito,
disponibile, consentito. Proprio come nel canto V dell’Inferno, versi 55-57, in
cui parlando della regina degli Assiri Semiramide così viene descritta: “A
vizio di lussuria fu sì rotta \ che libito fè licito in sua legge, \ per torre
il biasmo in che era condotta.”
L’invito, dunque,
sempre un dunque va scovato tra le righe, è a vivere come se quella accanto a
Pompei fosse solo una montagnola senza punta, correva l’anno 79 dell'era
volgare. Poco importa se invece è un vulcano che continua a vomitare lava e
lapilli.
La Taunus del signor Pittino
Mi ricordo di una Ford Taunus marrone metallizzato. La tinta rappresentava un optional cromatico ancora poco diffuso, veniva riservato alle auto di cilindrata superiore e sigla L, surrogato del lusso per una nazione che cercava di dimenticare le ristrettezze della guerra. Adesso le abitazioni avevano finalmente i termosifoni, eppure la memoria si porta appresso un sottile brivido nella schiena, la notte recalcitra nel cedere il testimone al nuovo giorno, e si precisa nelle mattine invernali che seguivano a un’intensa nevica notturna. Era solamente allora che i due palazzi affiancati, civico 8 e civico 10 di via Parolo, si popolavano di sguardi dalle finestre e dai balconi, tutti puntati al cortile ricoperto da un velo bianco e soffice e intonso. Chi stava lavando i denti si affrettava, e raggiungeva gli altri dopo avere indossato un indumento pesante. Prima o poi si sapeva che sarebbe comparso il signor Pittino alla guida della sua Ford Taunus marrone metallizzato.
Il signor Pittino era il padre di un mio amico, il
Pittino: tanto lungo e secco lui quanto il padre era espanso, ne sembrava la
radiografia. Il signor Pittino aveva anche una figlia (capelli a caschetto e quei tre o quattro anni più di noi, a renderla tanto più desiderabile),
per indicarla bastava cambiare genere all’articolo determinativo del fratello,
e infine una moglie che si risolveva nel vincolo benedetto dal parroco, o
in alternativa nella funzione di madre, madre dei Pittino. Nessuno ha mai
conosciuto i loro nomi di battesimo.
Ecco, arriva! Qualcuno giurava di aver sentito rombare un
motore nei garage. Il più delle volte si trattava di un'anticipazione
illusoria, ma l’attesa, potevi scommetterci, veniva sempre ripagata dall’apparire del
frontale squadrato della Taunus. Alla guida un omone serissimo, quasi
corrucciato, che tentava di risalire le due rampe che separano dal cancello
d'entrata, condiviso dagli edifici. Parallelepipedi un po’ anonimi, funzionali
li si definiva per nobilitarli, sbocciati da un giorno con l’altro attraverso
l’impollinazione del boom economico, e abitati da quella piccola borghesia per
cui la parola futuro possedeva ancora un senso.
Due rampe, due rampe... due rampe solamente, si ripeteva il signor Pittino per caricarsi. Un'operazione semplice montando delle normalissime catene, soluzione adottata dai più. Oppure si poteva confidare nei condòmini più laboriosi e altruisti, i quali a metà mattinata scendevano a spalare la neve, poi spargevano il sale in grani. Un gesto identico alla semina, di cui rappresenta il corrispettivo mutato di segno: generare la vita e cancellarne la possibilità, curiosamente la stessa figura. Una figura da cui veniva esonerato il signor Pittino, che forse considerava entrambi i gesti poco virili, le cose si ottengono in un agone senza dilazioni e strategie, muso a muso con gli intralci del fato. Uomo asburgico, dai baffetti rossicci e il riporto dello stesso colore, parlare non era il suo forte. Iniziava così lo spettacolo.
Arrivato a metà della prima rampa o, nei tentativi più fortunati, alla seconda o perfino al culmine, il veicolo cominciava a scivolare indietro piano piano, l'effetto di una pellicola cinematografica a cui venga invertita la rotazione delle bobine. Si diffondevano allora mormorii di disappunto, ma i più cinici non nascondevano un sorrisetto divertito. "Dai Pittino, la prossima volta ce la fai!" gli urlava il ragionier Flematti sporgendosi pericolosamente, e lui ripartiva sempre più paonazzo in viso.
Non rammento se sia mai riuscito nell'impresa, solo il tentativo, lo sforzo, la mosca che rimbalza sul vetro. Per quello che ne so, potrebbe essere ancora lì. A un certo punto bisognava rientrare in casa, c’era il latte tiepido nella tazza, una cucchiaiata di Nesquik e qualche biscotto da ingurgitare in fretta, la cartella già pronta accanto alla porta d'ingresso. Intanto, la radio comunicava che era scoppiata una bomba da qualche parte lontana, confusa, magari avevi capito male. Una sensazione simile allo schermo granuloso del televisore prima dell'inizio delle trasmissioni, all’improvviso reti da pesca calavano su un cielo solcato da soffici cirri, accompagnate dalle note dell’overture del Guglielmo Tell di Rossini. Ma la vita vera era quel cortiletto imbiancato, come lo zucchero a velo sul pandoro.
mercoledì 11 agosto 2021
Muhammad Ali come Maria Callas
Muhammad Ali come Maria Callas. Un'equivalenza che ho realizzato osservando un vecchio cane giocare ai giardinetti; era il più piccolo e acciaccato, ma si imponeva sugli altri cani. Entrambi nascono con una diversa iscrizione anagrafica: Cassius Clay e Cecilia Sofia Kalos. Non so se conoscessero il pensiero di Nietzsche, ma per diventare ciò che si è, sembrano pensare, il primo passo è quello di congedarsi dal nome di battesimo, e assumerne uno diverso come fanno i monaci nel prendere i voti. Con quel nome nuovo di zecca possono tutto, ma per breve tempo. Poi inizia un lunghissimo declino, in cui alla voce della Callas sfuggono note che fino a un attimo prima erano grappoli d'uva su una pergola, bastava allungare la mano e afferrarle, mentre il corpo di Ali incassa colpi pesantissimi, si piega, barcolla, utilizza le corde come rifugio da una sconfitta che appare inevitabile e imminente. Ma c'è sempre un momento, negli spettacoli della prima e negli incontri del secondo, in cui la volontà subentra al destino, e lo ribalta. È la rapida serie con cui Ali atterra Foreman nel match del secolo, Rumble in The Jungle, dopo avere fatto da pungiball per sette interminabili round, o la commozione istrionica, il timbro, la gestualità con cui la Callas riesce a superare (e vincere) i subentrati limiti vocali, causati da una malattia degenerativa dei muscoli che la consuma da dentro. Tutto il resto li divide: gli yacht di Onassis; le battaglie civili a fianco di Malcolm X; le vacanze e l'amore impossibile per Pasolini; le smorfie e le sbruffonate futuriste. Al netto del setaccio della cronaca, rimane la farina purissima di due figure, fin troppo umane, che vengono trasformate dal talento in divinità; ma allo svanire progressivo di quel talento precipitano dalle pendici dell'Olimpo in mezzo agli uomini, alle donne, ai cagnetti acciaccati, diventando finalmente e per sempre ciò che sono. E per questo li rimpiangiamo.
sabato 31 luglio 2021
Resoconto dell’agente Guido Hauser in missione segreta dentro Facebook
Facebook è un unico enorme testo. Come tutti i testi, è composto da capitoli, capoversi, righe, frasi e singole parole. Ma la copertina che tiene assieme il brogliaccio è la medesima. Da quando ho avuto l’intuizione, ho iniziato a sfogliare le sue pagine – quel testo dice molto di noi, di dove stiamo andando come comunità – compiendo una sorta di perlustrazione dall’interno, come in quel vecchio film in cui un sottomarino viene introdotto nel sistema circolatorio di un corpo umano.
Per immergermi sempre più a fondo ho seguito l’esempio
delle serie tivù: piccoli pezzi, microstorie, un procedere frammentato
dentro un unico grande racconto. La sua polpa narrativa va ricercata nelle
bacheche altrui – è il mezzo a prevederlo, non vi è effrazione –, per poi
riportarne (in molte occasioni) degli stralci, ossia i campioni di sangue che
di volta in volta analizzavo. Ma sono sempre stato attento a rispettare la
persone da cui proveniva il prelievo, la punturina avrebbe dovuto essere
indolore. E l’ago più sottile consiste, come anticipato, in un’attenzione
esclusiva al testo, trattato con la cautela riservata a un’antica reliquia
egizia.
Ugualmente, in molti si sono offesi. Mi è stato rimproverato: 1)
di non citare le fonti, quando le tacevo; 2) di citare le fonti, quando invece
inserivo nome e cognome dell’autore dello stralcio. Oppure, molto più
semplicemente, di essere una testa di cazzo, che per inciso mi appare la
critica più sensata.
A oggi considero però definitivamente terminata la ricognizione,
e se dovessi riassumere ciò che ho scoperto con una formula giornalistica,
direi: è un brutto libro, spendete diversamente il vostro tempo. Ma con rare
magnifiche pagine.
Grazie a quelle pagine e quei compagni di viaggio, non cancello,
come mi ero proposto, il mio profilo Facebook. Ma la mia identità di agente in missione
segreta è ormai bruciata. Mi metto così a margine delle parole pronunciate sui
social, foto di gattini, selfie imbronciati, cosce lunghe sul bagnasciuga,
insulti, ammiccamenti erotici e non erotici (ma soprattutto erotici), guizzi d'intelligenza,
tramonti, slanci civili, vanvere incivili, motteggi, complotti, orsacchiotti,
sarcasmi, parole che vanno a capo confuse con poesia, bellezza vera, diorami
delle copertine dei propri libri come a dire io sono uno che legge, che pensa,
io sono…
E bon, mi fermo qui. Aspettando nuove idee. Se arriveranno, il
mio sottomarino continuerà a navigare ma in superficie, senza aghi, spilli o pungiglioni. Altrimenti continuate
voi. Ciao!
giovedì 29 luglio 2021
Pareti, o sulla vita vera
Ricordo il giorno in cui nacque il figlio della coppia, adesso è adulto e
fa l’avvocato, si è sposato con un'avvocatessa bulgara che in gioventù
gareggiava nel lancio del peso, anche loro hanno un figlio. Quella sera il mio
compagno di scuola Federico si era fermato per cena, al termine giocammo con un
biliardino rudimentale, ogni gol veniva scandito dall’urlo di Sandokan; su Rai
1 era appena terminato lo sceneggiato con Kabir Bedi, Carol Andrè interpretava
la Perla di Labuan, fu il mio primo amore.
Da sotto picchiarono più volte sul soffitto, immagino con una scopa o un
bastone, per invitarci a non fare baccano, ma il giorno dopo l'omone dei
francobolli suonò alla porta e allungò a mia madre un sacchettino colmo di
confetti, confetti azzurri. “È nato Francesco”, disse solamente.
Ora siamo invece noi a udire i rumori che provengono dall'appartamento
sottostante. L’uomo si è ammalato di Parkinson e negli ultimi tempi sta su una
sedia a rotelle, per chiamare la moglie emette dei suoni lunghi e indistinti,
ricordano il belato di un agnello che si è smarrito nel bosco. Da principio mi
inquietavano un poco, ma come in tutte le cose l’abitudine ha preso il
sopravvento; non stupiscono le battute che si scambiano i medici in sala
operatoria, o la capacità dei becchini di modificare il tono di voce quando
squilla il telefono. È solo lavoro, ti dicono se gli chiedi chi è.
Ma cosa distingue il lavoro dalla vita, mi domandavo oggi tra un gemito e
l'altro? In fondo è tutto un fare, brigare, ammalarsi e scomparire. Per questo
abbiamo i medici, abbiamo i becchini, ogni stagione è ordinata da leggi
precise; anche il biliardino ha le sue regole, non si può rullare a centrocampo
o segnare con le mani.
Mi è allora venuto in mente di sostituire - certo, solo con l'immaginazione
- a ogni esperienza il sonoro di un’altra, e poi stare ad ascoltare cosa
succede dentro. Immagino così due ragazzini di nove anni, io e Federico
immagino ancora: anziché grida di giubilo per i gol messi a segno, emettono dei
lunghi sofferti belati. Busseremmo ancora al soffitto per farli tacere? E se un
malato di Parkinson invece gioisse, fischiettasse il refrain della sigla di
Sandokan composta da Guido e Maurizio De Angelis, cosa penseremmo, cosa
proveremmo?
Credo che le avanguardie russe, parlando della tecnica letteraria dello
straniamento, si riferissero a qualcosa di simile. È un fatto che quando mi
sono disposto a questo modo inusuale di sentire, l’ennesimo lamento del vicino
mi è apparso diverso, e per la prima volta ho colto lo strazio che conteneva,
l’assoluta oscenità del suo male, il mio male, il male di tutti. E ho capito
anche perché un condominio è fatto di muri, pareti, travature, controsoffitti.
Senza, la vita sarebbe insostenibile. Come a dire vera.
mercoledì 28 luglio 2021
Milan Inter, o sulla contrapposizione
È possibile convincere un interista a diventare milanista, oppure romanista un tifoso della Lazio?
Me lo chiedevo dopo essere venuto a conoscenza di questa vicenda. Una mia vecchia conoscente, forse anche qualcosa di più, un tempo eravamo amici, non può fare il vaccino a causa di gravi problemi di salute. "Che posso farci" mi diceva di fronte a un’armeria dove l’ho incontrata per caso, "devono smetterla con la storia che dovremmo tutti vaccinarci, ognuno faccia come crede. Abbiamo tutto il diritto ad astenerci, vogliono violare la nostra libertà, guarda me. Se mi vaccino crepo!"
Detta così non fa una piega. Non fa una
piega perché lei stava parlando unicamente per sé, ma nel farlo cercava un riflesso vissuto
negli altri. Il piano scivolava così a quello dell'identità, delle emozioni, del riconoscimento sociale. Dal pronome io, senza neppure accorgersi, era passata al noi.
Non potendo ricevere il vaccino, si sente vicina agli argomenti (non alle ragioni, attenzione!) di chi ha deciso di fare lo stesso, involontaria parte di un gruppo con cui ha cominciato a identificarsi. Non intendendo che sono proprio le persone come lei – il suo sistema immunitario produce anticorpi con il contagocce, come spermatozoi un bambino di nove anni – a dover pretendere che tutti gli altri si vaccinino, o meglio tutti quelli che possono: a tutela propria, ma soprattutto responsabilità nei suoi confronti. È questo il senso vero e profondo del noi.
E invece no. Milan. Inter. Juve. Atalanta. È questo il modo di sentire che sta prendendo forma nei discorsi sui social, viene strillato nelle manifestazioni di piazza, in cui contrapposte tifoserie si prendono a cornate. Il virus ringrazia, naturalmente, come i bagarini quando si tratta di vendere biglietti. Purché paghino, facciano pure il tifo per chi gli pare.
martedì 27 luglio 2021
Due Beck's
Nei paesi vicino a Sondrio come Piateda, Caiolo, Buglio in Monte o Poggiridenti, che prima del maquillage fascista si chiamava Pendolasco, in quelle che sono ormai concrezioni di villette geometrico, uomini molto belli si accompagnavano a donne molto brutte; erano gli anni Settanta, Ottanta o giù di lì. A volte era il contrario, ma ciò era più diffuso in città, dove abitavo io. O perlomeno noi ci sentivamo così, cittadini, forse perché eravamo il capoluogo, ma se ci infilavi tutti a San Siro a malapena avremmo riempito una curva. Qui comunque erano gli uomini brutti a rivendicare la bellezza, e non era raro vedere certi mostriciattoli dire a una donna meravigliosa: "Monta", dopo aver spalancato dall'interno la portiera dell'Alfetta. Se invece li incrociavi a ristorante la conversazione non era tanto più ricca, e al tintinnare delle posate sul piatto in cui era rimasta solo qualche traccia di sugo, potevi, finalmente, sentire dire andiamo; solo quello: andiamo, e lei si alzava e li seguiva in silenzio. Questa diversa simmetria della bellezza, tra campagna e città, mi appariva un po' bizzarra, anche se che col tempo ho cominciato a considerarla come un segno di superiorità – loro, non nostra. Gente che non bada troppo all'involucro, e quando lo fa cerca una concretezza prospettica che si traduca in futuro, figli, famiglia; come mio nonno, che da un rapido sguardo poteva stimare i litri di latte da spremere a una mucca. Ma oggi sono entrato in un piccolo bar di paese e mi sono accorto che non è più così. Erano tutti belli: uomini, donne, ragazzi con il taglio di capelli dei calciatori, i tatuaggi tribali sulle braccia. Anche i cani si sono nel frattempo trasformati, non ci sono più quei cagnetti meticci color cappuccino macchiato, solo bestiole con lunghi pregiati pedigree. È la mutazione antropologica, non ti ricordi di Pasolini, gli Scritti corsari, mi dice una vocina da dentro. Ma poi scorgo un uomo veramente brutto! Non si vede bene perché ha il volto coperto dalla mascherina, è molto magro e indossa una t-shirt nera con l'immagine di Bruce Lee che fa roteare i nunchaki, un drago rosso sullo sfondo. Si intuisce che una volta anche lui non doveva essere malaccio, quel genere di maschi che sfidano gli altri a braccio di ferro, poco importa se poi perdono. Gli occhi verdi cercano nello spazio qualcosa che non sanno: un calendario con donne dal seno prosperoso ben in mostra, in testa il berretto da poliziotto, un po' di sbieco... l'amico nero simpatico superdotato del Big Jim... una pistola ad aria compressa di marca Oklahoma, in effetti ne conosce solo il nome perché i genitori non gliel'hanno mai voluta acquistare, neppure per Natale... la locandina metallica dei gelati, su cui campeggia la sagoma viola e rossa del ghiacciolo Draculino... l'odore dei Moon Boot messi ad asciugare sotto il termosifone della classe seconda F, primo piano, penultima porta, dopo avere attraversato il cortile pieno di neve... il jucke-box in cui infilare cinquanta lire, per poi ricevere il soffio delle note iniziali di Liù, Liù sul letto caldo o sul divano, ingigantita dal falso piano, io mi ricorderò di te, io mi ricorderò di te... Scorie di un passato che non ha dimenticato, almeno una promessa l'ha mantenuta, un passato che viene ora percepito come scoria, tanto più inutile quanto più gravido di parole e simboli che rimandano a sé, nient'altro della certezza di avere avuto un proprio tempo. Ma poi mi accorgo che era solo uno specchio, mi rifletteva mentre pagavo due Beck's. Una la bevo dopo, no, non la stappi. La tengo per questa sera davanti a una serie su Amazon Prime. Parla di supereroi che salvano il mondo dai cattivi e poi vanno a casa dove ascoltano le canzoni di Billy Joel, mentre una ragazza appena rimorchiata gli fa un pompino.
sabato 24 luglio 2021
Se me lo dicevi prima
Per convincere Pinocchio a prendere una purga, la
Fata Turchina gli promise dello zucchero.
– Dov’è la pallina di zucchero?
– È qui – gli rispose la Fata, tirandola fuori da
una zuccheriera d’oro.
– Prima voglio la pallina di zucchero e poi berrò
quell’acquaccia amara!
Inutile aggiungere che, dopo aver inghiottito lo
zucchero, Pinocchio non mantenne la promessa, e trascorso qualche tempo vide
arrivare tre conigli con una bara sulle spalle, a cui era destinato il
burattino per non aver preso la purga.
– Voglio la medicina, voglio la medicina! – si
mise a quel punto strillare.
Ripensavo al capolavoro di Collodi scorrendo le
pagine web che aggiornano sulla pandemia. Negli Stati Uniti, dove i vaccini sono
disponibili da tempo, vengono ancora registrati più di trecento decessi
quotidiani per patologie connesse al Covid, e un numero ben maggiore di
ricoveri. Nella stragrande maggioranza si tratta di persone che hanno scelto di
non vaccinarsi, le ragioni sono diverse e tutte legittime. Ma ora, sdraiati su
un letto d'ospedale, domandano come prima cosa: “Voglio essere vaccinato, ho
cambiato idea. Vaccinatemi al più presto!”
Senza probabilmente saperlo, stanno replicando la
battuta di Pinocchio alla vista dei tre conigli con la bara. Voglio la
medicina, voglio la medicina! Peccato non ci sia una fata a levarli dalle
pettole, ma solo medici che, sempre più imbarazzati, provano a spiegargli che
l’acquaccia amara andava iniettata prima, non dopo aver contratto il virus.
Ah, se me lo dicevi prima, cantava Jannacci, se me
lo dicevi prima…
giovedì 22 luglio 2021
Modesta proposta
Il 15 agosto 1947, India e Pakistan, si separano. Due Stati indipendenti. Due religioni. Due valute e due eserciti. Dopo anni di dissidi e violenze, l'unità, da indistinto contenitore, apparve finalmente come problema, fino a quel punto velato dagli interessi britannici.
Ripensavo all'episodio nella vigilia del Green Pass, chiedendomi: e se avvenisse anche in Italia? Certo, non su base territoriale, ma assumendo il dato incontrovertibile che con i no vax convivere è ogni giorno più difficile.
La convivenza è infatti un effetto della comunicazione, che è venuta meno da entrambe le parti: razionalità versus mitologia, economia dei benefici alla salute rispetto ai costi e ai rischi (che nessuno nega in un vaccino, per quanto più contenuti dell'Aspirina) versus proiezioni paranoiche da complotto e patofobie da punturina; chissà cosa ci hanno messo dentro, meglio aspettare, rimandare a oltranza...
Non c'è insomma koinè, con-versazione, che per Leopardi corrisponde a un procedere solidali nello stesso implacabile verso. Quello che conduce alla morte. I no vax premono sull'acceleratore e noi invece vorremmo frenare, prenderci tutto il tempo per goderci il viaggio, guardare dal finestrino.
Il Covid ha così portato alla luce una scissione umana interna all'intero Occidente, ossia in primo luogo linguistica, già che è il linguaggio a fondarci come comunità, non l'ha istituita. Ma le soluzioni pratiche non mancano. In fondo, anni fa, era stato fatto qualcosa di simile per i treni, con le carrozze per fumatori e non fumatori. Bene, ripristiniamole.
La discriminante non sarà più il fumo e piuttosto la vaccinazione. Lo stesso per tutto quanto: scuole (private, ovviamente) per i figli dei no vax, e scuole pubbliche per chi si vaccina. Quindi bar no vax; discoteche no vax; palestre no vax; tram no vax; supermarket no vax dove fare acquisti senza mascherina; dopo aver saldato il conto un bacetto di commiato alla cassiera, anch'essa rigorosamente no vax.
Infine, coerentemente, ospedali no vax, dove si cura la gente con i fiori di Bach e impacchi di fango e saliva; e non è detto che non abbiano effetto, auguri! Il tutto accompagnato da invalicabili rulli di filo spinato e cocci di bottiglia a dividere i reciproci spazi. In cui noi non mancheremo a loro, e loro non mancheranno a noi. Senza rancore.
lunedì 5 luglio 2021
Homo Novi Covid
Sono partiti gli ennesimi spot pubblicitari sui vaccini, con Amadeus e Bonolis che interpretano la versione amichevole paracula di Galli e Bassetti, al posto di Viola e Capua troviamo Ambra Angiolini e Mara Venier.
Va tutto bene, intendiamoci, ma da quanto tempo è che parliamo di vaccini è
prevenzione? Il conto è presto fatto: dodici ore d'informazione al giorno per
sette canali televisivi per diciotto mesi, il tutto tradotto in parole.
Migliaia di parole dunque, milioni, probabilmente miliardi se contiamo anche
l’informazione estera e le reti locali.
Eppure il tutto avrebbe potuto limitarsi a due sole: vaccinatevi, stronzi!
Temo così che si debba prendere atto che nella nostra società è in atto una
sorta di speciazione culturale, sul modello di quella biologica: l'evoluzione
si biforca e da una specie ne nasce una nuova, senza sostituirsi del tutto alla
prima. Ne parlò per la prima volta Darwin osservando i fringuelli delle
Galapagos. Le due specie, verosimilmente, dovranno convivere ancora per molto
prima che una soppianti definitivamente l'altra, come è avvenuto con i Sapiens
Sapiens e i Neanderthal.
Detto fuor di metafora, temo che chi non si è vaccinato finora continuerà a
non farlo, qualsiasi cosa gli si dica; ci sarà tanto l'amico dell'amico del
cugino suggerirgli il contrario, senza contare i social network. E a questo punto
va bene così, ognuno per la sua linea evolutiva. Tanto, con la variante Delta,
l'asticella dell'effetto gregge viene alzato ad altezze difficilmente
raggiungibili.
Per altro, non è detto che non abbiano ragione loro: la terra è piatta, o
cava, per nascoderci meglio gli ufo che spruzzano le scie chimiche e
scoreggiano nei vaccini. E Bill Gates di notte si trasforma in una viscida
lucertola con la linguetta di fuori, dandosi convegno con Mario Draghi per happy hour a base di
cocktail di formiche rosse e tafani.
domenica 4 luglio 2021
La vita è adesso
Sto ascoltando la radio mentre mangio una fesa di tacchino senza contorno, ci ho spalmato solo un poco di maionese, era già cotta ed è bastato trasferirla dal frigorifero al piatto. L'unico accompagnamento è così quello offerto dalle note di una canzone di Claudio Baglioni, l'anno era il 1985, me lo ricordo bene perché avevo appena terminato la maturità e stavo andando a Rimini con il mio amico Guido, due Guidi su una Mercedes 200 bianca del 1974, con il bombolone del gpl che si prendeva tutto il baule. Ma ciò che serviva avrebbe potuto stare in un fagotto, e nell'autoradio da cui usciva una voce cartavetrata, che cresceva, cresceva, ogni acuto sembrava raggiungere la vetta e invece cresceva ancora. La vita è adesso, strillava. La vita è adesso ripete ancora. Al ritorno la prendemmo larga e passammo da Firenze. La notte prima, il 7 settembre, il mostro aveva massacrato una coppia di turisti francesi a San Casciano, e così dormimmo in auto ma in un parcheggio a pagamento, sorvegliati (così stava scritto) da due reduci della seconda guerra mondiale. Quando uno dei due, zoppicando, si avvicinò all'auto dove stavamo rannicchiati, pensammo: Ecco, è finita. Il mostro! Invece voleva solo offrirci un po' di acqua fresca da una borraccetta di metallo. Perché la vita è adesso, nella sete del corpo. Al mattino visitammo il centro storico, una foto su Ponte Vecchio richiesta da due ragazze canadesi – can you take a picture of us? – o forse furono loro a scattarla a noi, un trucchetto da quattro soldi per abbordarle. Non mi feci mancare, in una boutique su via dei Tornabuoni, una felpa Stone Island di cui sventolare la pecetta in discoteca, la rosa dei venti simbolo del marchio come una bandiera bianca di resa, con cui congedarsi dalla rabbia che aveva insanguato il decennio precedente. Quindi partimmo alla volta di Pisa, dove ci si presentò un dilemma: con le poche lire rimaste prendiamo il biglietto per salire sulla torre, oppure un giornaletto pornografico nell'edicola di fronte? In copertina campeggiava l'immagine di Ilona Staller assieme al suo pitone, accompagnata dalla scritta: Cicciolina, assistente sociale di cazzi bisognosi. Scegliemmo ovviamente Cicciolina. Scegliemmo il bisogno immediato del basso ventre, il pungolo degli ormoni, la vita è adesso. Per i marmi sbilenchi della storia ci sarebbe stato ancora tempo. E invece non ci sono mai più andato, sul cucuzzolo della torre di Pisa. Ho cinquantacinque anni e sto mangiando una fesa di tacchino fredda spalmata di maionese. Dai piani sotto del condominio vedo risalire una bolla di sapone, quelle che da bambini si ottenevano soffiando in un cerchietto di plastica con un gambo, serviva per intingerlo nel liquido vischioso contenuto nel tubetto. Si muove piano nell'aria tiepida della sera, è indecisa dove andare, sembra non possedere una direzione e accontentarsi delle carezze di un vento leggero, il piacere svagato dell'adesso, a coincidere con la vita. Credo si riferisse a qualcosa di simile Carl Gustav Jung, quando parlava di sincronicità. Ma, nel frattempo, la canzone di Baglioni è terminata, e la bolla è esplosa senza emettere alcun suono, solo nei fumetti viene accompagnato il disparire con un puff. Alla radio, una stazione di solo musica Italiana, è subentrata Donatella Rettore, dammi una lametta che mi taglio le vene, mi faccio meno male del trapianto del rene, dammi una lametta, dammi... La vita era.




















