martedì 22 febbraio 2011

Babele

Questa sera mi è arrivata una mail privata, e non ne riferirò dunque i contenuti nel dettaglio. Non che in verità vi si dica molto. E’ semplicemente un messaggio di invito, in cui mia cugina, la mia unica cugina di primo grado, mi accredita alla presentazione della sua prossima collezione autunno inverno.

Ho un dubbio su come ora vengano chiamate le presentazioni delle collezioni di moda. Una volta, negli anni ottanta, le si chiamava semplicemente sfilate, anche se i più stronzetti dicevano alla francese defilè. Negli anni ottanta si era in molti a essere un po' stronzetti, e a seguire i defilè di moda. Chi come me si lisciava i lunghi capelli folti - io utilizzavo un gel chiamato Tenax che somigliava a "blob il fluido mortale", ma aveva lo stesso odore buono di mio nonno quando usciva dal bagno la mattina - e cariava i molari addentando enormi hamburger con la Ketchup, poteva seguire le sfilate di moda unicamente nelle brevi sintesi televisive. Generalmente venivano poste in coda ai telegiornali, poco prima o poco dopo i consigli medici per gli anziani. Non esistevano ancora Sky e le nuove infinite reti tematiche, ma di lì a poco, su Rete 4, sarebbe arrivato un programma che è l'eponimo di ogni successiva decadenza linguistica: "Nonsolomoda".

Delle giacche Armani con le spalline imbottite come oche da paté, già allora ci importava però poco o nulla, ma seguivamo le lunghe falcate di ragazze che portavano nomi come Carol Alt, Linda Evangelista, Claudia Schiffer, Elle McPherson, Carla Bruni, Christie Brinkley o Cindy Crawford, che era la mia preferita ma purtroppo già occupata. Cindy Crawford - il suo piccolo meraviglioso neo al lato della bocca… - era infatti la moglie di Richard Gere, di cui proprio in quei giorni usciva nelle sale Ufficiale gentiluomo, tempestivamente seguito all'enorme successo di American Gigolo. Memorabile la scena in cui il bel prostituto, dopo essersi appeso al soffitto capovolto per stirare le vertebre della schiena, dispiega gli infiniti abiti sopra al letto. Nessuna espressione, nessuna emozione apparente. Solo il principio di un sorrisino ai lati della bocca, tipico in chi ti chiude in faccia a Scala quaranta, irraggiando in un sol colpo le carte sopra al tavolino. Quindi, avendo ben valutato le sottili combinazioni cromatiche tra tessuti, giacche e camicie e cravatte sovrapposte, Richard Gere sceglie l'abito che meglio si accorda al proprio volubilissimo umore. Wow!

Gli anni ottanta stanno in fondo tutti in quella scena, a ripensarci. Il cui riverbero somiglia all'eco del Big Bang che si protende invisibile e silenzioso tra le galassie. E che ci porta, anche adesso, a migliaia di anni luce di distanza dal minuscolo neo di Cindy Crawford, a indossare enormi rose dei venti sopra a orrende felpe cerate, improbabili scarponi arancioni da carpentieri del Kentucky. O a schieraci al muro del narcisismo per la spietata esecuzione di una reflex, che avrebbe spalmato il nostro volto sopra alle pagine di una rivista; e ciò ben prima delle zuffe erotico-estetiche nel salotto della signora Costanzo. Sì, negli anni ottanta l'ho fatto pure io: il fotomodello…

Come in una trasmissione Mediaset poco prima che inizi la televendita, immaginate a questo punto che compaia un cartello con la scritta: "Ridete pure, ridete di brutto". Perché sono proprio io quello con i baffi e l'aria truce nella foto a lato. Io nella foto per il casting di un qualchecosa, chi se lo ricorda più...

In realtà il momento deflagrante le galassie non durò che una manciata di bottoni. E già molto prima che gli stessi Ottanta terminassero - parafrasando Eric Hobsbawm si può dire che gli anni ottanta siano stati il "decennio breve" - sono successe delle cose, altre cose. Tra le varie cose che sono successe, ad esempio, nel 1994 è "sceso in campo" Berlusconi. Ma già in precedenza quelle nuove cose avevano iniziato ad accadere.

La più rilevante tra tutte le cose che sono accadute, e che stanno continuando ad accadere, è che prima ancora che nei linguaggi pubblici e nella politica istituzionale, all'interno delle stesse famiglie, tra padre e figlio, cugino e cugina, ha iniziato a soffiare un vento altrettanto invisibile e silenzioso di quello del Big Bang, che ha sparigliato le camicie che Richard Geere aveva disposto ordinate sopra a un letto. E con i colletti inamidati anche le carte, le istruzioni per l'uso, insieme alle sillabe che hanno reso i discorsi incomprensibili e oscuri.

Ma questo non perché si fosse tornati a usare una lingua tortuosa e involuta come nel decennio precedente, gli anni settanta, con cui le BR compilavano gli odiosi temini dei loro comunicati mortiferi. Piuttosto, forse, perché hanno iniziato ad affermarsi e a legittimarsi culturalmente nuove forme di piacere - di "godimento" - tra loro alternative, attraverso cui l'Italia smetteva di essere sintonizzata sopra al suo tradizionale baricentro erotico ed alimentare. L'Italia prendeva così definitivamente congedo dalla sua antica cultura contadina, ma, anche, dalla stagione della ricostruzione e del boom industriale, le lotte sindacali e le rivendicazioni giovanili . Altri e diversi modi di intendere e godere la vita occupavano quindi il centro della scena. Il piacere diventa la prima preoccupazione, tanto che gli anni ottanta sono stati anche battezzati come il decennio dell'edonismo reganiano. Dando luogo a qualcosa come delle "comunità del gusto", che hanno iniziato a guardarsi con diffidenza e sospetto: il club dello zampone bollito contro quello degli spiluccatori di miglio crudo, non so se mi spiego?

L'effetto è stato molto simile all'implosione di un’enorme Torre di Babele – e gli anni ottanta sono stati il culmine di quella torre - che ha polverizzato le retoriche di questo paese in vernacoli tra loro incomunicanti. Ciò che è rimasto dei linguaggi civili su cui una comunità pone le proprie fragili fondamenta, è una segnaletica del tutto arbitraria e spesso anche reciprocamente incanaglita, che ha eletto il piacere personale a sua instabile bussola. "Noi siamo quelli a cui piacciono le belle donne e non i gay", dice ad esempio, della sua parte, lo stesso Berlusconi. E parla proprio di piacere, afferma il piacere come elemento discriminante, rendendo i risvolti pruriginosi della propria biografia non solo accidentali, ma emblematici di un nuovo corso politico e culturale.

Lo stesso possiamo però affermare tranquillamente anche della sponda contrapposta, con Veltroni che ridiscende dal monte Kennedy con le tavole della legge di un diverso godimento intellettuale. Il cinema americano del dopoguerra, certo jazz soffuso e sofisticato, la canzone e l'arte popolare in un'estensione che allaga e dilegua fino alle figurine Panini. E sono pensieri, o meglio idee, sensazioni che infine attecchiscono e da cui germoglia una nuova percezione della politica. Come tanti minuscoli alberelli conficcati nell'immaginario collettivo, un'agopuntura della coscienza per dirigere il flusso simbolico del corpo sfinito della polis, sempre più simile al plastico miniaturizzato a Porta a porta, sostituendo questi piaceri "light" al nucleo duro e pesante che sta alla base del concetto di classe. Se una classe sociale è tradizionalmente costituita da un gruppo di persone unite sulla base dell'interesse, o da un comune denominatore traumatico (lo sfruttamento dei padroni, ad esempio, la sofferenza del tirare a campare), le nuove comunità politiche appaiono dunque come ribaltamento delle stesse premesse associative, che si fanno realmente leggere come una canzone leggera di Jovanotti. Al punto che anche i tradizionali piaceri gastronomici - pensiamo ad esempio al fenomeno dello Slow Food - diventano elementi generatori di identità prepolitiche, costituendosi quali premesse culturali di un universo di sensibilità ormai definitivamente ludiche, in rapida e accelerata distanza tra di loro. Non si ritorna indietro dopo il Big Bang.

Un fenomeno analogo, come da alcuni sociologi è stato intuito, riguarda però anche tutti gli altri paesi del “blocco occidentale”, come sempre fino agli anni ottanta si diceva. Il berlusconismo, a mio modo di vedere, più che una causa è un epifenomeno di tutto ciò. Se non ci fossero state le sue televisioni a impalcare quei modelli di piacere nel nostro etere sfrigolante, in altri modi, ma soprattutto attraverso altri soggetti e interessi economici, si sarebbero affermati ugualmente. Il piacere è da lui solo reificato in ostensione biografica: Berlusconi è una sorta di "parusia" di tutti i godimenti immaginari.

Meno male che Silvio c'è non significa forse altro che meno male che non viviamo solo di desideri, di soffici rêverie, meno male che i sogni possono diventare realtà, mentre la realtà si alleggerisce delle zavorre traumatiche fino a raggiungere la volubile consistenza di un sogno, senza per questo sparire. E dunque meno male che qualcosa c'è, piuttosto che niente...

Distogliendo per un attimo lo sguardo dal corpo mistico del sovrano, che è il vero testimonial del suo pensiero, e aprendo a caso una pagina dell'Espresso - magari la pagina di una di quelle pubblicità cosiddette "occulte" - ritroviamo però una simbologia che rimanda ai medesimi piaceri. I modelli, gira e rigira, quelli sono. Differenziandosi solo nelle tonalità affettive e cromatiche dei messaggi, che in fondo sono un altro modo per evocare le sottigliezze del gusto. Ma contribuendo, a questo modo paradossale, in cui da una parte ci si nega (criticando Berlusconi e il berlusconismo) e dall'altra ci si offre al piacere più sensuale ma anche astratto delle merci, alla crisi dei linguaggi civili e delle forme di rappresentazione, ossia di titolarità di un'esperienza effettivamente vissuta. Il cui sviluppo, ricordiamolo ancora, è condizione di ogni discorso politico basato sul principio di realtà.

"Il reale è un angolo nel panorama dei possibili", scriveva Baudelaire.

Quando implodono tutti codici di comunione linguistica, c'è dunque più di una ragione per sospettare che sia la stessa realtà a vacillare, le forme non solo simboliche in cui gli uomini fanno concreta esperienza del mondo. Così senza il sostegno di una terra e il bastone di una lingua, non rimane altro che la retorica della guerra, quale estremo scivolamento preverbale tra comunità estetiche contrapposte. Guerra agita o guerra mimata nell'insulto, somatizzata nel disprezzo. Però prima che lo scisma sia compiuto e definitivo, è forse possibile reperire altre forme di mediazione - nei sensi prima ancora che nelle parole -, quasi un provvisorio ponte di barche tra le molte caste babeliche che non riescono più a comunicare. E se non ancora sostitutive di un discorso pubblico compiuto, queste barchette beccheggianti e costituite appunto da un'ancora confusa semiosi del corpo, potrebbero rappresentare un'apertura a quel panorama dei possibili di cui parlava Baudelaire. Qualcosa come una premessa normativa, ecco, l’accordo umano verso un nuovo e diverso alfabeto.

Proverò dunque a ricercare le tracce di questo ipotetico alfabeto – chiamiamola “lingua potenziale” - dal trascurabile evento personale a cui ho già brevemente accennato: la mail di mia cugina. Al punto che quando mi è arrivato l’invito alla sua sfilata, e dopo aver letto attentamente la descrizione degli abiti della collezione, accidenti, ma proprio non ho saputo cosa risponderle, l'immagine del Devoto Oli che si frantuma in tanti coriandoli esplosi. Forse perché nel frattempo non ho più i baffi, come quando mi accordavo al testo degli anni ottanta recitando anche io la mia parte nel coro. E nemmeno tutti quei capelli sopra alla testa, l'odore buono e agrumato del Tenax, che ricordava quello di mio nonno che mi seguiva anche mentre impennavo con il PX, il vespone dai fianchi larghi e accoglienti come quelli di Cindy Crawford. Sono successe troppe cose, troppe cose davvero. O forse nessuna…

Quando esco a pranzo con mio padre, ad esempio. Anche a lui non so mai cosa rispondere. Estrae allora dal loden verde, ben riposto sopra una gruccia del ristorante dove abbiamo appuntamento per pranzo, un pacchettino di ritagli di giornale selezionati appositamente per me, quindi me li porge - meglio: me li dona - cercando la complicità tipica fra lettori (ciascun lettore cerca un “co-lettore”, suggerisce lo scrittore svizzero Peter Bichsel in un piccolo prezioso libricino, intitolato “Il lettore il narrare”). E sono, in genere, articoli pazientemente ritagliati dalla pagine “culturali” di Libero oppure del Giornale, da Panorama. Che lui in seguito appunta indicando data, tema e provenienza, in una calligrafia che gli ho sempre invidiato. E anche in quel caso, come con mia cugina, io continuo a non sapere cosa rispondergli, cosa rispondere a mio padre. Non capisco, cerco di leggere e però mi sfugge la grammatica turgida che sta alla base di quei giornali. Certo il suo gesto è bello, ma…

Troppe cose, sì. O forse nessuna, nessun fatto. Solo un altro gusto.

Negli anni cinquanta, quando l'Italia era appena uscita da una guerra fratricida - il fratello che spara al fratello, il cugino al cugino, altro che sfilate di moda e Ruby Rubacuori- negli anni cinquanta gli italiani si parlavano ancora in una lingua in cui risuonavano gli stessi accenti. Basta guardare un qualsiasi film con Gino Cervi e Fernandel, che hanno saputo dare carne e sangue agli archetipi universali (proprio perché così particolari) di Peppone e Don Camillo. Magnifica sintesi drammaturgica di due Italie diverse, alternative e perfino opposte, ma accordate dentro lo stesso diapason di umana compassione, appetiti alimentari e spacconate da strapaese. Questa consonanza patetico-gastronomica – e viene in mente anche Alberto Sordi con cappelletto e stivali da teddy boys, la tazza di latte freddo colma di corn flakes, da cui dirotta verso i "maccaroni" dimenticati pietosamente sul tavolo da mammà – questa consonanza basica che proviene da un fondo atavico di disincantata empatia, ha assicurato la persistenza e lo sviluppo di una lingua comune tra le persone, anche dentro le incompatibili aspirazioni programmatiche della scena politica di allora: da una parte i fascisti, al centro i democristiani e dell'altra parte i comunisti; con qualche spruzzata liberale e socialista e repubblicana qua e là, tanto per non farci mancare niente.

Eppure erano tutti e davvero italiani. Italiani che, indistintamente, si giravano ai tavolini degli infiniti bar sport al passaggio delle stesse femmine ancheggianti. Quindi riprendevano a bere un Cynar e a scannarsi su Stalin, il Papa e Mussolini. Salvo poi, pochi minuti dopo, zittirsi e girarsi nuovamente al rombo di una Lancia Aurelia sgommante, come quella da cui Gassman strombazza garrulo e spensierato nel Sorpasso di Dino Risi.

Ma se guardiamo alla politica contemporanea, potremmo dire lo stesso? I differenti menu politici esposti dai raffinati chef della destra e della sinistra attuali, si giocano entro lo scarto di poche centinaia di euro di tassazione, nel lenzuolo tirato un poco più alto o più in basso, lasciando sempre scoperti i talloni o le basette. Nella sostanza stanno davvero a un passo (a un passo dalle Sacre Leggi del Mercato), ma nella forma linguistica e simbolica si esprimono attraverso idiomi incomprensibili gli uni dagli altri, riconoscibili solo dentro i confini fonetici della propria tribù. Lingue che non sono più ricomposte dentro una medesima koiné civile, in una lingua franca dello stare assieme.

Ed è forse la stessa parete verbale contro cui incoccio con mia cugina stilista; oltretutto io e lei, ed è più che un sospetto, votiamo per lo stesso caravanserraglio politico, e cioè a sinistra. Quindi il problema è politico solo in un senso molto lato o successivo, e direi piuttosto antropologico. Al punto che di fronte al linguaggio con cui è presentato il suo lavoro sartoriale, continuo a rimanere afono: una parete, realmente. Un muro. Lo stesso quando ascolto gli aggettivi con cui trapunta le rare conversazioni telefoniche:"carinissimo" ad esempio, che è il superlativo di un diminutivo, roba da far impazzire le capacità processuali dei miei neuroni. E ora i miei poveri neuroni sono sottoposti all'incombere minaccioso della sua mail, in cui con gentilezza perentoria mi invita a un'imminente sfilata di moda. Io e la mia famiglia abbiamo perso le parole per comunicare, ecco.

Dopo una guerra civile con bombe e fucili, mi viene così da pensare, in questo paese è scoppiata una guerra meno sanguinosa ma ugualmente drammatica: la guerra civile dei linguaggi. Che parte dal tintinnio degli happy hour giù giù fin dentro al grembo opaco e furibondo delle parole.

Un esempio di dichiarazione di guerra è il modo in cui Vogue Italia definisce gli abiti di mia cugina, che per quella rivista ovviamente autorevole - titolo che ormai non si nega più a nessuno - sono "creazioni sartoriali post atomiche". Proseguendo, all’interno dello stesso articolo, a questo modo: "Nella collezione 2010\2011 si contendono la scena i drappeggi e la tendenza sartoriale: abiti semplici con complessità couture, dove il lusso è nonchalante e si armonizza con tagli innovativi. In una liason tra moda, sostenibilità e tecnologia, i tessuti hanno nomi da fantascienza".

Esiste una foto bellissima scattata forse da mio zio, in cui io e mia cugina ci troviamo al Museo nazionale della scienza e della tecnica di Milano. Millenovecentosettantatré o settantaquattro, il tempo deve essere quello. Alle nostre spalle - la foto è verticale e noi ne siamo al centro, ripresi a figura intera - è intuibile la sagoma massiccia di una vecchia locomotiva a vapore, di cui scorgiamo solo le grandi ruote motrici unite dagli assali. Mia cugina Alessandra indossa una cuffietta di pelo scuro, un cappotto striminzito, che le arriva appena sopra le ginocchia, da cui proseguono due gambette esili e dritte infilate dentro a calzini bianchi e leggeri, che stridono con la cuffia per "temperatura percepita". Io le sono coetaneo ma di statura superiore, e forse per ricercare una maggiore intimità fisica tengo le gambe incrociate e flesse, faccio un po' lo scemo come scusa per adeguarmi alla sua altezza. Il mio cappotto è appena più lungo e pesante, sembrerebbe a doppio petto. Faccio decisamente lo scemo, sì, nelle forme tipiche di un innamorato felice, che appoggia il capo al capo della sua bella - ora che osservo meglio mi accorgo che portiamo entrambi la frangetta - mentre con la mano l'abbraccia e la protegge.

Non vorrei pigiare troppo sui facili accordi sentimentali, mimare la voce tremula di un cantante da piano bar, ma questa immagine a me sembra possedere qualcosa di struggente, o meglio ancora di “originario”. Una confidenza umana che scaturisce dalla forza viva del corpo, da un riconoscimento immediato che non ha bisogno d'altro se non dello specchio chiaro della pelle – forse è la nozione arcaica di parentela, che discende da partorire -, prima che possano manifestarsi le parole di un discorso vero e compiuto. E' da dal testo nudo e crudo di questa fotografia, la semplice immagine di due bimbi colti in momento di gaia spensieratezza, che vorrei allora ripartire per cercare di rispondere alla mail di una giovane donna che si sta affermando nel mondo della moda, nella speranza di acciuffare a questo modo la ragioni che altrimenti mi sfuggono. Come se a parlare fossero le nostre sagome di un tempo, da cui scaturiscono le parole come dentro la bolla dei fumetti.

“Cara Alessandra” dice dunque il bambino con i denti sporgenti e il cappottino con il doppio petto, “io non verrò alla sfilata della tua collezione autunno inverno. Però ti assicuro che ce ne ho messa di buona volontà, ma proprio non mi riesco a ficcare in testa cosa cavolo vuol dire una creazione sartoriale post atomica, o come si fa ad avere una liason tra moda, sostenibilità e tecnologia, quando io pensavo che stavamo parlando solo di vestiti. O forse è che a scuola non ce le hanno ancora insegnate, queste parole qui. Il prossimo anno ce lo spiegherà probabilmente la maestra. Nel frattempo ti giuro che ci ho pensato a lungo, anche mentre giocavo con quelle fialette gialle che mi hai regalato tu. Poi le ho scagliate in terra nello spogliatoio delle bambine e sono scappato via, assicurandomi prima che si fossero spiaccicate in mille pezzi. Ci ho pensato ma adesso non riesco e non posso e non voglio capire, come può esistere una cosa che si chiama lusso nonchalante. O magari è il mio gusto, tutto qui. Il mio gusto a preferire parole come cazzarola e a non essere nonchalante. Eppure io penso che anche i bambini piccoli come noi - stiamo imparando solo ora a scrivere, io mi macchio sempre con l'inchiostro - io penso che c'è un momento, un punto in cui anche i bambini possono capire. Come quando rientriamo sudati dall’intervallo, o nel finale di un film di quel regista, sai quello che piace ai nostri papà e che prende sempre le attrici con le mammelle grosse, un momento, un punto, un eppure…"

…eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…

Mica tanto, solo un po’ di silenzio. Ed era un Benigni più lunare che mai, a sussurrarlo ne La voce della luna di Federico Fellini. Quel sacrosanto e urgente silenzio che forse riuscirebbe a farmi capire anche cosa vuole comunicarmi mio padre, con i suoi articoletti, ben piegati e rubricati, ritagliati dal fervore linguistico di Libero o il Giornale. E lo so - l'ho imparato - che è ancora e semplicemente il suo gusto, la forma che il piacere ha preso dentro la biografia di mio padre. Ma a me quel suo gusto non piace e non lo capisco. E gusto evidentemente anche quello di una giovane donna con capacità e talento, gusto linguistico a me totalmente incomprensibile, niente più che gusto, quando mia cugina si produce in creazioni sartoriali post atomiche. Assegnandogli poi dei nomi di fantascienza, ma così complessi di couture, davvero troppo complessi… perché si possa umanamente comprendere cosa accidenti sia un lusso, un lusso nonchalante!?

Un po' di silenzio, Alessandra. Dimentichiamoci allora anche dei nostri gusti e facciamo un po' di silenzio. E lo chiedo e lo offro anche a te, papà. Silenzio e bambini che stanno abbracciati di fronte a un'enorme locomotiva, prima che la caldaia vada in pressione e lo sbuffo nero se li porti via.

Ma dopo qualche minuto di silenzio, proviamo a ridare voce al nostro Castorino, ancora molti anni in là – un romanzo di fantascienza, in pratica – dal pensare anche solo lontanamente di poter diventare un giorno un fotomodello. Che dal cuore pulsante degli anni ottanta sfila con lusso, con lusso... sì, insomma, quella parola lì:

“Cara Alessandra, ora che sono nuovamente vicino alla tua cuffietta di pelo morbido e scuro, sento qualcosa, la sento con il naso, e quella cosa io penso che è il tuo odore quella cosa che sento. Ma non somiglia per niente alle fialette che ho rotto nello spogliatoio delle bambine, ho fatto come mi avevi detto tu. Poi però ho dato la colpa all'Assunta, ho detto che era stata l’Assunta a mollare una scureggia, e tutti abbiamo riso forte. Perché è un odore buono, invece il tuo. Ricorda quello che ha nostro nonno quando esce dal bagno con la canottiera azzurra, e se ci vede che lo spiamo ci insegue gridando sangue di Budda, sangue di Budda, così per farci sorridere un po’ mentre la nonna gli dice di andarsi a rivestire. Ed è anche l’odore del mio papà, lo sai Alessandra? Un odore un po’ di limone e un po' di lavanda e un po' di erba che non ha fretta di diventare fieno, a me sembra. Ma che ne so poi io del nome degli odori... Perché gli odori si sentono, mica si parlano."

E piano piano, dicendo queste parole, il fumetto dilegua dal capo reclinato del Castorino, non si riescono più a leggere le sue lettere, mentre l'immagine torna muta e sorridente. Silenziosa. Tanto che forse dovremmo ricominciare a costruire la nostra torre proprio da lì: da quella fotografia che ci ritrae, come dovrebbe essere sempre una famiglia e forse anche un paese. Attento, silenzio e attento al proprio odore. E questo te lo dico adesso, Alessandra, che abbiamo quarantaquattro anni suonati e molti capelli dimenticati in chissà quali intervalli, almeno io. Però ora ho i denti dritti come le pareti della casa della Barbie, e tu, come sognavi, sei diventata una stilista brava e affermata. Io invece a prendere i bisonti al lazo non l'ho mica ancora imparato...

Silenzio e odore, dai, proviamoci ancora per una volta?

E chissà che poi non tornino anche le parole belle e semplici di un tempo, come nelle imprecazioni del nonno e nelle storie dello zio Cesare, quelle che ci raccontava la nonna prima di addormentarci e di cui era protagonista lei bambina - la nonna bambina, che ossimoro delicato... - in un vecchio casale dove c'era sempre e solo nebbia. Non ce l'ha mai raccontato, ora che ci penso, la nonna non ce l'ha mai rivelato dove si trovava quel posto di nebbia e bambini. Ma adesso forse lo intuisco e mi viene un po' da piangere... Storie dove i vestiti erano vestiti, servivano a ricoprire i bambini quando avevano freddo, per colpa della nebbia, e non erano atomici e "nonchalanti". Erano semplicemente vestiti. E poi silenzio, ancora. Silenzio e odore e nebbia.

Però promettimi che poi non rompi una di quelle tue fialette gialle e dici che sono stato io, mentre sono girato a guardare sfilare i tuoi abiti drappeggiati. Che sicuramente saranno bellissimi anche quelli, quando la nebbia si diraderà e noi potremmo finalmente vedere, ascoltare. E magari sarà lo stesso giorno in cui questo paese ritroverà le parole per parlare. Per parlarci.

lunedì 21 febbraio 2011

All'Autogrill, o sull'eterno ritorno dell'identico


(Continua la mia personale rivisitazione della storia della filosofia occidentale... Dopo Wittgenstein, è così il turno di Nietzsche. Con la teoria dell'eterno ritorno che finalmente si mostra - dopo anni in cui ci ho cocciato come una mosca sul vetro, in lontani e pigri pomeriggi di studio - in un Autogrill sull'autostrada. Costruzioni sempre uguali a se stesse, rassicuranti: somigliano vagamente ai piccoli grani del rosario, da accompagnare all'instancabile vocazione delle medesime sillabe, che si fanno preghiera forse proprio in virtù di tale ripetizione. E introducendo così il sospetto che la modernità, al suo fondo simbolico che non è per nulla segreto, ma pienamente manifesto, non sia essenzialmente altro che questa rassicurante litania dell'identico. Ma a differenza di quando Nietzsche elaborava la sua ipotesi ricorsiva, ora ciò avviene in forme non più - o non solo - cronologiche, quanto piuttosto orizzontali. Tanto che l'orizzonte, come nella mistica, finisce col soppiantare la temporalità verticale, instaurando una sorta di dominio dell'Unico, di punto zero della coscienza che coincide con il paesaggio. E' davvero una preghiera, quindi. Con l'Autogrill quale tempio maestoso dell'identità realizzata nel molteplice, correlativo visibile di un ordine implicato che è solo un disco rotto: la puntina sobbalza, arretra, salta e risalta ancora, balbettando all'infinito la stessa ipnotica strofa. La modernità non smette di accadere, già, perché a ben vedere è già da sempre accaduta. E dunque, può solo ritornare...)


All'Autogrill mi piace di più
(la caciotta affumicata,
il panino Fattoria, corone
di cioccolato e viole e anche tu
mi piaci di più, con il soldino
in mano per la sfacciata toilette).
Acqua e olio tutto a posto?
Sì grazie, e ripartiamo allegri
canticchiando gli Alunni del sole;
ma subito ti affacci a me
e sulla spalla dormi
fino al prossimo uguale Autogrill.
Lo capisci, ora, perché sorrido
quando mi parli di Nietzsche?


(ps - anche questa poesia è stata scritta intorno allo scavallare del secolo)

venerdì 18 febbraio 2011

Ai giardinetti



Ai giardinetti cacca di cane.
Vuoi ancora un po' di focaccia?
Strana questa nostra domenica oziosa
con la televisione in agguato

per il giudizioso rientro,
per la conta dei morti ammazzati,
per poterla spegnere e dirti:
Non è nel tempo che ci scaglia

fuori dal centro come un lottatore
di sumo - è la periferia che assale
da dentro, finché leva
in resa la mano (o per cambiare canale).

(ps - anche questa poesia è stata scritta da me a cavallo del 2000, più o meno)

giovedì 17 febbraio 2011

Seminario sul Buddhismo (Milano)


Ricordo che domenica prossima, 20 febbraio, si terrà a Milano il nuovo incontro del ciclo sulle religioni orientali. Organizzati da Fontana con soldino in collaborazione con il filosofo Gianfranco Bertagni, relatore della giornata, questi appuntamenti mirano a una migliore comprensione delle principali tradizioni spirituali, messe in relazione tra loro e con i saperi moderni che provengono da altre discipline, quali ad esempio la fisica quantistica e la psicologia transpersonale. Il tema di questo secondo seminario sarà il Buddhismo, accostato a partire dalla biografia mitica del suo fondatore fino alle varie correnti contemporanee; e passando ovviamente attraverso la chiarificazione dei suoi concetti cardine, o "Nobili verità".

Per informazioni o adesioni potete contattarmi al seguente indirizzo mail: fontanaconsoldino@gmail.com - oppure al numero di telefono 393.2941746. Nonostante una conferma, non vincolante, sia gradita, è possibile anche solo presentarsi in via Bovisasca 85, presso i locali della trattoria l'Antica. L'inizio è previsto alle 10 del mattino.

(Il costo per l'intera giornata, grazie a una serie fortunata di combinazioni, è rimasto di 35 euro. In cui è compresa una breve dispensa didattica.)

Aggiungo un link alla brochure dell'iniziativa
: http://www.gianfrancobertagni.it/seminariobuddhismomilano.pdf

mercoledì 16 febbraio 2011

Waterloo


(Concludo con questa vecchia poesia la mia personale trilogia di San Valentino. Ricordo esattamente quando l'ho scritta: era il novembre del 2000. E credo proprio che sia stata l'unica poesia d'amore della mia vita. Di quel novembre la memoria anche di un freddo precoce, una ragazza lontana, bella, che parla una lingua diversa e vagamente cantilenante, illuminando le cose che osserva con occhi azzurri e affilati. Dopo pochi mesi dalla poesia l'amore non ci stava già più, naturalmente. Rimanendo solo l'inchiostro del testo con cui ancora si scriveva. Ma quella ragazza, ormai donna, da qualche parte deve esserci ancora. A cercarci bene, dovrebbe stare perfino nell'elenco delle mie conoscenze su Facebook, insieme a tutti gli altri scarti delle nostre vite, che finiscono nella confusa miseria di quel contenitore di giocattoli guasti. E sono tamburini di stagno che continuano a battere ostinatamente il loro tamburo, anche da soli, di notte, quando annoiato li spegni attratto dallo scintillio di nuovi ammiccanti balocchi. Eppure mi verrebbe voglia di andarli a ricercare proprio stasera: quegli occhi azzurri e affilati, i capelli lunghi e la voce che sale e scende come seguendo invisibili astri, interi cicli cosmici riassunti in una manciata di respiri. Ed è tipico forse dei paesi dove l'estate viene tenuta stretta, capitalizzata in piccoli tranci di sole, da gustare all'ombra dei lunghi mesi invernali. Cercarne gli occhi per capire come potessi scrivere delle scemenze del genere... Tanto che mi viene adesso da pensare che l'amore somigli un poco alla gente che sta lassù: gente strana, ma che ha imparato a succhiare l'amore, piano piano, come si fa con l'osso di una renna, senza tralasciarne nemmeno un minuscolo boccone. Prima di buttare via l'osso e non pensarci davvero più.)


Waterloo, novembre 2000


Che io ti amo – penso
è un fatto di natura
come sale e scende
il mare con la luna
o il girasole gira
al sole o – si sa – i cani
fanno pipì su muri
e copertoni. Ma
che tu mi ami
(e io penso che mi ami)

a quale scienza imputare...?
No questo non si può
spiegare con le leggi
naturali: è storia
il tuo amore, è cultura.
Nel libro polveroso
leggi qualcosa che
agli animali sfugge
e anche a me... Doveva
sentirsi così il soldato
francese nel campo
a Waterloo, lui
vivo e scampato e muto
a domandarsi: “Io
perché io e non Daniel
o Fracois o Jean-Paul...?”
Ma il girasole gira
ancora al sole e i cani
fanno sempre pipì.
Così il tuo amore – penso
è qui: è per me!

martedì 15 febbraio 2011

La volpe e l'uva, o su come l'amore riesca ogni tanto a fottere la geometria


San Valentino. Dopo averci incocciato un paio di volte distrattamente - credo sia passata all'autoradio durante un qualche viaggio, come una pioggia leggera che subito evapora in un agosto infuocato - ricerco su YouTube l'ultima canzone di Gianna Nannini. Malgrado sia più di vent'anni che ci ronzo attorno, io non l'ho ancora mica capito se mi piace Gianna Nannini. E però mi viene da prenderla ogni volta sul serio. Tanto che mi fa perfino un po' incazzare, certe volte.
Succede anche con quest'ultima canzone che ho finalmente trovato in rete e sto ascoltando. Il titolo è Ogni tanto e a sentir bene ti accorgi che non parla d'amore, come in genere le canzoni, ma dell'amore proprio, della polpa cognitiva che viene associata a questo termine, storico involucro nominale di un sentimento tra i più sfuggenti. E' San Valentino, lo dicevo. Ma anche fossimo nel ventre di una torta nuziale a forma di cuore, come potremmo digerire versi come i seguenti:

Ogni tanto mi sospendo foglie al vento vengo da te
Sei celeste melodia, tutto cambierai, per un attimo...


Qualcuno se lo immagina Paolo Conte con la sua vociona rauca a canticchiare di "foglie al vento" o di "celeste melodia", che "tutto cambierai, per un attimo"? Davvero, sono tra i versi più brutti dell'intera storia della canzone italiana. Eppure l'ultima canzone della Nannini l'ho già ascoltata per intero: una, due, anche sei o sette volte... E a ogni ascolto mi accorgo che è meglio dell'ascolto precedente, la pioggia non solo non evapora più, ma si fa lago. Fino a farmi concludere che non è semplicemente bella, ma, in qualche modo, ulteriore alle stesse categorie estetiche. Ossia un capolavoro, e provo a spiegarne il motivo.
Con capolavoro io intendo un gesto, qualsiasi gesto, non necessariamente artistico, in cui la volpe arrivi a cogliere l'uva da una pergola tanto più alta di lei. Un gesto insomma attraverso cui qualcuno riesca ad esorbitare i propri limiti, o quelli del contesto in cui si esprime. E Gianna Nannini è evidentemente più bassa della canzone che ha appena partorito, è il caso di dirlo. Quando utilizza espressioni come "celeste melodia" o "foglie al vento", si manifesta dunque, con estrema onestà, in tutta la sua statura. Che è quella di una persona normale, come me, come quasi tutti. Una buona cantante da Festival dei fiori, tuttalpiù. Ma dopo che ti sembra di averla inquadrata, di averle preso le misure, non sai come - come cavolo fa? - lei riesce ugualmente ad acciuffare l'uva. Quando ad esempio scocca il primo refrain, e al crescendo dei violini accompagna l'intonazione dantesca di un verso potentissimo:

Amor che nulla hai dato al mondo

Perfetto, davvero. L'amore è il più inutile e "ineffettuale" dei sentimenti. Non dà nulla al mondo, solo chiede, pretende: addirittura intima, di gettarsi con l'intero corpo dentro una fiamma che tutto arde e confonde, restituendolo in cenere. "Agnosco veteris vestigia flammae", confida così Didone alla sorella Anna nel quarto libro dell'Eneide. Ed è una confessione che esprime un fondo di malcelata tristezza, intuendo come l'amore - presto - ancora la farà bruciare di passione: un sentimento in cui si è per definizione esposti e passivi, persino doloroso. E attingendo alla stessa malinconica intuizione di Virgilio, la Nannini, subito dopo, aggiunge che "sarà il dolore di un crescendo". Riferendosi ovviamente anche al sofferto incalzare delle doglie di un parto fisico imminente, in un'identità simbolica tra amore e maternità che non possiede davvero niente di velleitario, o di retoricamente forzato. Intuiamo così che è sempre il figlio a non avere dato nulla al mondo, non avendovi ancora fatto comparsa. Fino al dilagare del finale, dove la musica si schiude in una melodia bella e semplice, e questa identità tra l'amore e il proprio oggetto diviene manifesta e gridata. Sì, gridata al mondo, a cui l'amore non ha nulla ha da dare, perché l'amore, scopriamo, è unicamente questo darsi nella carne e nel fuoco all'amore, darsi al mondo:

Amor che bello darti al mondo

Amor che bello darsi al mondo
Quando quest’alba esploderà
Vivrò nel fuoco di una stella
per lasciare con te la terra

Ecco, io nel giorno di San Valentino ho ascoltato una canzone che per me è un capolavoro, questa canzone qui. Un esempio dello sforzo umano verso la bellezza tanto più prezioso: perché sa alzarsi sulle punte dei piedi, spostare tutti i confini, come ancora viene detto nel testo. Dove partendo da versi bruttissimi ci si arrampica nella scalata alla pergola dell'uva più dolce e saporita. L'amore. Un sentimento da cui essere attraversati per attraversare, sporgersi. Saltando infine per darsi al mondo, vivere nel fuoco di una stella, esplodere nell'alba e lasciare in ultimo ed esausti la terra, ma non da soli. Un capolavoro, sì. Ma forse anche no. Già che questo, in effetti, come il figlio della Nannini, io ancora non lo so...

lunedì 14 febbraio 2011

San Valentino


Questa caccia all’amore, questa pesca
piuttosto, questo mercato gridato
delle parole d’amore ad un’esca,
questa scritta a riva: povero cuore.

venerdì 11 febbraio 2011

Decantazione


Quando penso al futuro di questo paese, mi torna in mente un mio caro amico sommelier. Gli ho domandato una volta come stava la figlia di otto anni, malata di influenza, la sera prima. Lui aveva preferito raggiungerla e non unirsi a noi per un piatto di risotto con pesce persico al burro e salvia, in un ristorante sul lago dove per arrivare si deve prendere un ascensore tutto foderato di specchi, che gli ascensori senza porte e con gli specchi a me fan venire la claustrofobia (così così, tra parentesi, il risotto).
"Oggi sta abbastanza bene", mi ha poi risposto il mio caro amico sommelier. "La febbre le è passata. Però ho preferito lasciarla ancora a casa da scuola per farla decantare. Ma com'era il risotto, che gli ascensori con gli specchi non piacciono tanto nemmeno a me?"
(Decantare, tra parentesi. Ha usato proprio questa parola: decantare...)
"Hai presente" ho detto allora al mio caro amico sommelier, "hai presente quando ti sembra che il tuo piano non arrivi mai e guardi in terra per non incrociare lo sguardo di chi hai di fronte, mentre anche lui guarda in terra per non incrociare il tuo, di sguardo, i numerini che si accendono a intermittenza sulla pulsantiera, e alla fine guardate la stessa cosa ma non lo saprete mai?"
No, in realtà ho detto solo: "Così così", il risotto.
Ma avrei forse dovuto dirglielo, dell'ascensore. E anche del viaggio, degli specchi, del futuro di questo paese. E del fatto che prima o poi finiremo per dimenticarci di tutto questo, di alzare lo sguardo anche un solo istante per controllare a che piano è arrivata la discesa. Avrei dovuto dirlo al mio caro amico sommelier. Prima di accomodarci dentro una confortevole e distratta e tiepida e infinita convalescenza. Pardon: decantazione!"

Vitamine, o sulla grammatica del negativo




Nella speculazione teologica presente in molte tradizioni spirituali, specie orientali ma non di rado anche occidentali, il male, la sofferenza, il dolore vengono rubricati come "errore della mente"; insomma una cattiva interpretazione del nudo dato di realtà, che si presenta ai sensi svestito di qualsiasi intenzione. In quanto tale - cioè partecipe della sostanza eterna e onnipervasiva del divino - l'esperienza che l'uomo fa del negativo non può che essere intimamente buona e giusta, ci viene detto. Lo schema gerarchico di pensiero è quello che vede la morale discendere da un'evidenza ontologica: è buono tutto ciò che è. Punto. Sarebbe così l'interprete umano a originare il male, a diffonderlo successivamente nel mondo come fa Pandora, sotto forma di dubbio e fraintendimento. Ma si tratterebbe appunto di un male "insostanziale", difettoso...
Personalmente ho sempre trovato teologicamente dubitabile questa proposta. Che a ben vedere tende non solo a "bonificare" il male, per così dire, in un cortocircuito tra ambiti filosofici distinti (etica e ontologia), ma anche ad azzerare concettualmente la pregnanza di ciò di cui si discute: se tutto è bene per il solo fatto che è, in che modo potremmo ancora ricolmare di senso un contenitore linguistico svuotato, e quale significato non solo teologico ma quotidiano affidare al termine male? Inoltre: se ciò che è è, ciò che non è, di logica, non dovrebbe nemmeno possedere lo statuto di non-realtà, in quanto l'atto stesso di concepirlo mentalmente lo reifica e attualizza. Il verbo sostantivizzato essere, all'interno dell'esercizio formale della logica, è infatti l'unico termine a non possedere una specularità negativa, e ogni tentativo di uscire dalle categorie di esistenza ci porta contestualmente anche fuori dalle categorie della logica, in un esercizio che finisce con l'annichilire l'ordine stesso del discorso.
In questa diversa prospettiva il male è dunque
un fatto, una realtà come tutte le altre. E ciò perché l'uomo, pensandolo, contribuisce alla sua concreta manifestazione, in un processo che non rappresenta forse l'errore (la cattiva interpretazione) ma la stessa dinamica segreta dell'esperienza, che vede la creatura compartecipe del processo di creazione della sua stessa realtà. Tanto che in fisica stanno iniziando a prendere piede alcune teorie che vedono l'informazione come dato primo e irriducibile "dell'esistente"; termine quanto mai ambiguo, in questa nuova percezione. Ciò che è concepibile e concepito è comunque sempre qualcosa, non potendo di necessità essere niente, se non al prezzo di svuotare di significato e consistenza l'intero castello di carte del ragionamento; e qui molto si deve all'intuizione originaria di Parmenide, che vede nel pensiero una dimensione "consistente". La Creazione andrebbe a questo punto riformulata quale processo dialettico e inconcluso, come per altro ben intuito dalla straordinaria finezza teologica dell'Islam.
Ma per alleggerire un poco questo pensierino, copio di seguito una mia vecchia poesia sul tema. Dove un bambino impegnato a scuola in un esercizio di associazione linguistica, per un errore fonetico - una elle al posto di una erre - spalanca nel mondo l'incolmabile abisso del male. Sì, a volte basta davvero una farfallina che sbatte le ali, il minuscolo errore di un bimbo, perché il male possa dilagare nuovamente tra noi...

Vitamine

Vitamine ai bambini malati. Ai bambini.
A chi vuole entrare con il piccolo passo
del tuffatore, sul trampolino, prima
di precipitare nel calmo abisso
accogliente – vitamine!
Vitamina A, B, C, D, E, F… con figure
di cartone si imparava così l’alfabeto
nel calduccio di mattine già affilate
dai temperini, ancora chiusi negli astucci:
P: una paperella per la P.
D: una damigiana per la D.
C: un cucciolotto di per la C
(quella aspra però, come il limone per la L).
Ma al momento della M di mare
sempre una gran confusione
tra la F di fiume e la S di stagno;
tanto che qualcuno, un compagno, lo disse:
"IL MALE".

Poi ci caricarono in massa su un carrozzone
enorme e ci inondarono di raggi con la X,
per smascherare, dissero, il vizio che dorme
giù giù fin nei polmoni e la gola e il cuore
e ai più fragilini
prescrissero alte dosi di vitamine;
ma per lo iodio con la I, vacanze al mare.

lunedì 7 febbraio 2011

“Starace, dove vai?”, o sul perché sono antifascista ma non (sempre) anti-fascisti


Provo a spiegare perché ho una certa tenera simpatia per i fascisti; per un certo tipo di fascisti, almeno.
Il Fascismo è stato quel che è stato, ok. E il giudizio storico e ideologico su quell'esperienza definitivamente conclusa non può che essere negativo; salvo il riconoscimento obiettivo di alcune innovazioni al sistema para-feudale quale era ancora l'Italia giolittiana, in particolare in campo urbanistico e dei servizi sociali. Il Fascismo termina dunque con il suo ribaltamento, fisico e metaforico, il 29 aprile del 1945 in piazzale Loreto. Da lì in poi si può parlare solo e correttamente di neofascismo.
Ciò che resta di un'esperienza drammatica e fallimentare nel dopoguerra prende quindi due direzioni diverse e alternative, per quanto non di rado in contatto. Da una parte abbiamo il culto spontaneistico e anarchico della violenza fine a se stessa; anche se di frequente, e per paradosso, diviene pratica organizzata ed eterodiretta da strutture più o meno occulte del potere. In tale prospettiva la violenza viene percepita come equivalente della gioventù, uno dei temi comuni alla speculazione culturale delle destre: la potenza primigenia e fondante della giovinezza, non a caso cantata come "primavera di bellezza". L'età anagrafica viene così traslata in funzione di premessa biologica ed estetica al processo di civilizzazione, l'elemento implicito di un ethos successivo.
In quella specifica declinazione nostrana alla cultura di destra, ed è appunto la vicenda ventennale del Fascismo, tende però, in seguito, a prevalere un secondo aspetto: la nostalgia.
Ma nostalgia di cosa?
La mia idea è che ciò che viene rimpianto dai "neofascisti light", la seconda categoria, più che una realtà concreta e determinata sia la rappresentazione fabulatoria di un mito. Che li vede al centro di un incrocio immaginario tra vita e storia, identità personale e partecipazione a un'esperienza comunitaria, la quale culmina e si identifica con l'angusto perimetro della terra e del sangue.
Nei neofascisti è dunque più bruciante che in altri la percezione di una ferita che non si rimargina: non quella della sconfitta militare e dell'affermazione, almeno formale, di una democrazia di stampo liberale e borghese, ma dell'esilio da una Terra mitologica; Terra più che promessa tramandata, in effetti. Da queste premesse si origina una fede totalizzante, ma anche l'assoluta confusione tra mito e storia, aspirazione emotiva e dato di realtà. Impasto indigesto e contraddittorio che si traduce nella vicenda emblematica di uno dei gerarchi più famosi. Achille Starace.
Achille Starace viene catturato la mattina del 28 aprile 1945. “Starace, dove vai?”, gli urla un gruppo di partigiani ancora incerti sulla sua identità. In tuta sportiva e modi all'apparenza spensierati, il passo svelto di chi ha consuetudine con lo sforzo ginnico, l'uomo da loro intravisto sta uscendo di casa per l'abituale corsetta. Tra le macerie di una Milano che sembra uscita da una pellicola neorealista, prima ancora che dai calcinacci spigolosi della realtà, Starace, come sempre, pensa innanzitutto alla forma fisica. A iniziare bene la giornata con un po' di jogging.
“Vado a prendere un caffè”, risponde dunque incurante mentre inizia a corricchiare.
Inutile aggiungere che nemmeno ventiquattro ore dopo si trova di fronte a un plotone di esecuzione. Ma non mancò, prima di cadere perforato dalla pallottole, di elevare il braccio teso al suo Duce. La cui sagoma dimagrita e livida stava già appesa con una canottiera bianca e lorda, la testa lucida e glabra da cui non smettevano colare i succhi umani, una piccola goccia scura dopo l'altra che dileguava nelle pieghe terrose di piazzale Loreto. La terra e il sangue, già...
Per quanto reso quasi completamente irriconoscibile dalle botte e dagli sputi, gli insulti feroci, infiniti e avvilenti gesti di rivalsa che non si arrestano nemmeno di fronte a un cadavere straziato, era lo stesso Duce che negli ultimi anni aveva iniziato a cestinare le lettere lamentose di Starace, invitando i collaboratori ad allontanarlo qualora avesse cercato di avvicinarsi.
Ecco, per me il neofascimo si riassume allora in queste immagini: il cane che lecca la mano di chi impugna il bastone, la compiacenza servile del suddito al proprio sovrano che lo umilia e lo sfrutta. E nella fotografia di Starace che esce di casa la mattina del 28 aprile 1945 per fare jogging, rispondendo cortesemente a chi lo chiama per nome.
In un comportamento autolesionista e intimamente delirante, si cela però, a ben guardare, anche il candore infantile dell'idiota sapiente. Dove l'idiozia starebbe appunto nella più completa mancanza di strumenti critici e analitici. Accompagnata dalla saggezza nell'intuire come un sogno che non è nemmeno più storico, a differenza della dottrina comunista, ma meta-storico, totemico, potremmo perfino azzardare "religioso", in quanto composto da una metafisica della presenza carismatica, possa riscattare il presente di una vita totalmente alienata da ogni parvenza di autenticità.
In altre parole io trovo che i neofascisti contemporanei, almeno quelli che si sono votati al culto di una pacifica nostalgia, da un certo punto di vista si pongono perfino in opposizione agli ideali e alla prassi originaria del Fascismo, che potremmo riassumere nell'azione tonitruante e nell'estetica sublime del gesto marziale.
Con ciò, come il loro modello effettivo che è appunto Starace e non certo Mussolini, i fascisti si sono trasformati in qualcosa come una mite setta dedita al culto moderno della memoria, dei monaci che seguono il precetto coranico della ripetizione, al netto dell'interrogazione. E così rammentano di continuo il tempo immaginario dell'Origine, lo onorano, lo glorificano deponendo una lacrima di eternità nella fontana sacra di Predappio. E poi le spille e i fasci e i gagliardetti appuntati all'orlo di una giacca in orbace, come il santino di Padre Pio infilato sotto al cuscino dell'ammalato.
Se bisogna cautamente riconoscere come il lenzuolo tricolore, pietosamente disteso sul volto sfigurato di ciò che è realmente avvenuto, sottraendolo a una lucida comprensione, potrebbe nascondere anche il ghigno di un futuro possibile che ripeta gli errori del passato, nella reverenza verso una memoria fittizia si cela anche il tarlo di un'interrogazione sempre più difficile da rimandare: chi sono io, qual è il nome a cui rispondo?
E in che modo, in seguito, questo nome può essere posto in relazione a una destinazione pienamente umana: "Starace, dove vai?" Quindi col nome di altri uomini e donne, una comunità in senso non solo economico, finanziario? O il nome si riduce a uno stigma burocratico, funzionale allo sviluppo tecnico e scientifico, strumentale e asservito a un progetto illuministico ribaltato...
Un illuminismo a testa capovolta, già, come le tristi salme che penzolano mollemente dalle transenne di piazzale Loreto, nella forma già intuita e descritta dalle pagine affilate di Adorno ed Horkheimer.
Ma non sono dei filosofi, i miei "amici" neofascisti. E così sbagliano la risposta, pazienza, questo lo abbiamo capito e siamo perfino disposti a perdonarlo, almeno quando il loro comportamento sia pacifico e improntato a un folclore nostalgico e solo un poco kitsch. Perché sono tra i pochi ad aver intuito l'attualità e l'urgenza non più differibile della domanda.

La mascherina


Maghi faraoni appaiono in sogno
sussurrandomi sconcezze, oracoli
inverecondi, cupe sciagure
quotidiane che fanno tremare
me, non il bambino d'oro biondo;
lui guarda e dice: "Nessun problema",
riprendendo a giocare a dottore
con la gemella ancora più bella.

Lo vedo infilarsi la sua candida
mascherina e iniziare a operare.
Toglie il fegato, toglie il midollo,
toglie il cuore e poi di nuovo toglie
la mascherina: "C’è andata male...
Via, che si porti altrove il cadavere!"
Ma guai a cercare dentro un sogno
il senso feroce del risveglio:

meglio rimettere la mascherina.

venerdì 4 febbraio 2011

Madame Bovary, una cover postmoderna


Lui dice: “No no, non è lo stesso, è diverso. Con le altre scopo, ma con te faccio l'amore”.
Lei dice: “L'amore, capisci: l'AMORE?”
“L'amore”, dico io. “Puoi spiegarmelo meglio?”
Lei dice: “L'amore, sì, a me non importa mica nulla che uno mi sbatta sopra a un letto, un cuscino Ikea sotto la pancia. Piuttosto che ci sia, lì presente, ho bisogno di sentirlo. Sentire la presenza del mio uomo fuori e dentro di me...”
Lui dice: “Starò via una settimana con i miei compagni di rugby, ci risentiamo quando torno”.
Lei dice: “Per me un caffè d'orzo con una punta di latte caldo. Lo zucchero di canna, mi raccomando!”
La cameriera annuisce, ma prima di ripartire con l'ordinazione aggiunge: “Abbiamo anche del miele d'acacia in bustina, se desidera.”
Dopo aver scostato dal tavolino circolare l'allegato di un importante quotidiano, rimasto aperto alla notizia shock del matrimonio tra due vip famosissimi, che ovviamente non conosco, posando la rivista su una sedia dico io: “La differenza tra amore e scopare è dunque un fatto di presenza, umm...”
Lei dice: “Sì, quando stiamo insieme lui c'è, è presente, ne sono certa. Ma poi, quando torna a casa e dai suoi figli - e io lo so che sta invece con le altre, con me le bugie hanno davvero le gambe corte - non risponde nemmeno agli sms. Come fosse un'altra persona, un agente segreto in missione speciale.”
“Avevo dimenticato il telefono nel cassettino della Jeep, dai, non fare così... Gattina" dice lui, "lo sai che per me esisti solamente tu.”
“Un decaffeinato corretto grappa. Anzi, la grappa a parte" dico io.
Lei dice: “Rifatti vivo solo quando sarai finalmente capace di una scelta da maschio con le palle, altro che gattina e gattina. O me o loro, gli ho detto proprio così. Però io ci sarò sempre, se lui decide di cambiare. Nel fondo io lo sento che è un uomo sensibile e dolce.”
La cameriera, già di spalle, si volta come se avesse dimenticato qualcosa di fondamentale. Ricorda il tenente Colombo quando si gira attraversato da un dubbio residuo, ed è il dettaglio che inchioda definitivamente l'assassino alla sua colpa: “Morbida o dura, la grappa? Vuole provare un'acquavite di mosto d'uva, incontra molto in questo periodo...”
Io dico: “Scusa, puoi ripetere. Ero rimasto alla differenza tra scopare e fare l'amore. E in che modo un maschio mostra di avere, come tu le chiami, le palle?”
Lei dice: “Io con lui faccio all'amore, sì, in questo devo dargli ragione. Sono una persona molto fisica, ho bisogno di toccare ed essere toccata. Ma solo se avverto che c'è anche del sentimento. E un uomo con le palle è quello che sa tenere insieme forza e sentimento.”
“Se ho capito bene” dico io, “questo sentimento di cui parli è allora una specie di presenza dilazionata nel tempo, la forza della durata. Come quando pigi il pedale del pianoforte per prolungare la nota.”
Senza darlo a vedere, riprendo quindi l'allegato settimanale e lo apro alle immagini del matrimonio esclusivo tra questi due celebri vip - si abbracciano su una gondola a Las Vegas, sembrano felici - concentrandomi su dove posso averli già visti, sentito parlare di loro... No, decisamente non li conosco.
"Ecco, bravo, il pianoforte, la nota. Ma con lui questi discorsi non posso farli. Non è uno come te, di testa. Per questo mi è piaciuto dal primo momento in cui mi ha abbordato per strada: ci sentiamo a un livello molto più vero, più profondo. Usiamo il linguaggio paraverbale.”
Il linguaggio paraverbale, 'sti cazzi! Ma non lo dico. E dico invece: “In altre parole tu non pensi di andare a letto con lui perché è giovane e bello e di colore, alto quasi due metri, sportivo. Un gran figo, insomma. Ma perché è sensibile e dolce. E ciò significa che state facendo l'amore, quando questa sensibilità e dolcezza si traducono in continuità di presenza. Altrimenti sarebbe solo e volgarmente scopare.”
Lui dice: “E' diverso. Con le altre scopo, gattina, con te faccio l'amore.”
“Sì, questo l'hai già detto”, lo interrompo io. “L'ho pure piazzato quale incipit del racconto, non preoccuparti, puoi verificare tu stesso. Vedrai che ne uscirai alla grande, non temere. Stai già facendo un figurone.”
Richiudo nuovamente e con calma la rivista: porca miseria, ma come è possibile che non li conosca?!
Uno entra nel bar facendo tintinnare il portaombrelli per la fretta, è trafelato e pallido. Sotto il giaccone indossa una tunica porpora che gli arriva fino ai piedi, i capelli radi raccolti in un codino. Come se avesse ripassato la frase a memoria molte volte, ma fosse preso dalla smania di liberarsene, appena superata la porta in vetro esclama: “Posso-appendere-il-manifesto-per-un-corso-di-meditazione-bio-trans-energetica-globale?”
“Guarda che adesso non sono più innamorata di lui!”, dice lei.
Io sussurro con un filo di voce: “Ma come cavolo la tiro avanti questa storia? Forse dovrei uccidere qualcuno... dovrei strozzarla e infilarla nella macchina che rimesta la cioccolata calda... farla avvelenare come Emma Bovary...”
Di nuovo lei: “Prego?”
Io: “Niente.”
La titolare del bar, da dietro il bancone e con una voce stridula e alta: “No no, non vedi che a questo modo mi copri il programma del corso di pasticceria celtica, organizzato su un battello in crociera sul delta del Po. Appendi pure, ma più sotto.”
Io pago, intanto.
Lei dice, ma dopo, con un tono distratto e frettoloso: “Perché hai pagato tu, potevamo fare alla romana, con il mio lavoro di psicologa guadagno bene?”
Siamo in strada. Io, almeno. Lei probabilmente è già evaporata dal nostro testo, insieme al fantasma di lui che si è aggirato attorno al tavolino per tutta la durata della conversazione. Così mi rivolgo al primo che passa sul marciapiede – uno studente di architettura con i capelli rossi e una fascia di lana alla fronte in stile Ingemar Stenmark: mi guarda come un bracco italiano allo schioccare di un suono sconosciuto, inclinando di lato la testa e aggrottando le enormi orecchie pendule – e gli confido:
“Probabilmente gli uomini raccontano a se stessi un mucchio di fesserie – delle vere e proprie balle, ok - ma solo per la durata di quella cosa lì, di cui sono come turisti, eterni e attoniti visitatori. E sono una manciata di minuti appena, lui forse un po' di più, in cui sono fuori dal perimetro narrativo della loro storia, oscillando tra una retorica femminile e la brutale codificazione della pornografia. Non sei d'accordo?
Stenmark continua a fissarmi con il capo obliquo incorniciato dal paraorecchie blu, come se non avessi terminato la mia incursione e mancasse ancora il secondo atto. I compagni di corso, nel frattempo, si sono fermati anche loro. Ma non sembrano sorpresi. Lo aspettano all'angolo rollandosi una sigaretta con le cartine, la condensa del fiato anticipa lo sbuffo di nicotina nell'aria gelida.
E allora proseguo: “E' solo dopo, o prima, quando tornano a essere allineati - prima e dopo aver fatto sesso, sì, intendo - che gli uomini iniziano a mentire agli altri ma a riconoscersi nello specchio, su cui si arrampicano con le loro ingannevoli cazzate. Mentre le donne, certe donne, lo hai visto anche tu, almeno nella gestualità erotica sono sincere, completamente dentro il loro romanzo. Avendo tutto il tempo successivo, una vita intera, per raccontarsi e quindi credere alle mistificazioni di una favola maschile. Che le vede brave madri e mogli zelanti e devote, amanti pazienti. Buone per fare l'amore ma - per carità - guai a scopare!”
Dopo una breve pausa in cui continua a fissarmi con perplessità, incredibile, ma Stenmark mi risponde: “Vuoi dire che gli uomini trombano come in un film porno o seguendo le istruzioni dei Baci Perugina?!"
"Beh, sì, è più o meno ciò che intendevo... Forse perché mancano di un linguaggio proprio per l'intimità, le emozioni del corpo."
"E vuoi dire anche", continua Stenmark, "che le donne fanno invece tutto il resto dentro una sceneggiatura maschile?"
Annuisco con soddisfazione.
"Interessante..."
"Così anche quando mentono", riprende lui grattandosi la fascetta in corrispondenza della tempia, "le donne lo farebbero in conto terzi, per compiacerci, per dare nuovo inchiostro a una storia scritta da altri e per altri... Hai mica da accendere?”
“Assolutamente, è proprio quello che mi è venuto in mente parlando con Miss Sensibilità & Dolcezza. Ma è tutta cattiva letteratura: fra Liala e Rocco Siffredi e l'Isola dei Famosi, ecco dove ci ha condotto il trenino della modernità”, gli faccio eco mentre mi avvicino alla sua sigaretta con le dita nude, da cui spunta la scintilla della fantasia. “Nella più completa e definitiva falsificazione non tanto di quel che siamo, che non conosceremo mai per intero, se non al prezzo di smarrirci definitivamente, ma di una buona e autentica narrazione che accompagni i nostri giorni: plasmandoli in forma e bellezza, significato. Ma soprattutto assegnandogli un indirizzo, come una cartolina dal mare che si è perduta."
"Allora quello che ci manca è un postino!", ribatte lui.
"Un postino, giusto", interviene a sorpresa Jacques Lacan. Che proviene dalla direzione opposta e sta camminando senza fretta, l'esercito schierato dei capelli tali e quali alle fotografie degli anni sessanta, bianchi e fieri e fitti come crociati. "Ma come possiamo spedire qualcosa che non esiste a qualcuno altrettanto in debito di realtà: La femme n'existe pas, ricordi quel che insegnavo ai miei seminari?”
Stenmark assume l'espressione di chi sta per abbandonare un quiz televisivo perché non conosce la risposta, ma io gli do un leggero colpetto di gomito tra le costole, come dire non facciamoci riconoscere, ed entrambi facciamo sì sì con la testa.
“Se non che”, continua Lacan carezzandosi il ciuffo con la solennità di un cavaliere che si sistemi la visiera prima dell'attacco, “anche il maschio contemporaneo oramai n'existe pas. Da quando ho preso in giro tutti con quel gioco di parole sull'inesistenza della femmina – non sai come si sono incazzate le femministe... - il maschio occidentale è progressivamente dileguato, diventando il surrogato del vecchio spot di una marca di profumo: l'uomo che sa creare un sorriso e parlare col gli occhi comunicare col viso; o come direbbero le psicologhe che pronunciano invano il mio nome, con il linguaggio paraverbale.”
Ma alla terza ripetizione del termine paraverbale, anche la storia più robusta frana, si sfalda in chiacchiericcio da allegato di celebre quotidiano con celebri vip che, giuro, ma con tutta la buona volontà davvero non ho la minima idea di chi fossero. E così ora spariscono i vip ma – puff, puff – pure Lacan e Stenmark. Di cui rimane solo la fascetta distesa sul marciapiede come un cadavere ancora caldo, la decisiva prova di colpevolezza ricercata dal tenente Colombo.
Non avendo così più nessuno con cui parlare, nessun personaggio a cui riversare addosso i miei dubbi e pensieri, resto solo in una periferia italiana come tutte le altre, che in questo preciso momento mi sembra perfino e per la prima volta bellissima.
Solo con il mio respiro, che spingo fino alle estreme cavità dei polmoni, gonfiandoli di tutte le polveri sottili di questa città di parole e lampioni gialli, rotoli di kebab, centri fotocopie, passeri ingrigiti appollaiati sopra ai cavi sfrigolanti del filobus, mentre architetti con le toppe sulle maniche della giacca di velluto stanno lavorando nei loro loft con assistenti bionde e allampanate, che li chiamano per nome di battesimo, lavorando per reinventare un involucro a tutto ciò, come se volessero togliermi anche queste residue e minime certezze letterarie.
E così io respiro respiro respiro... Infine tossisco.

Tema: La mia città


(Continua la pubblicazione di vecchie poesie. Questa è stata scritta più di dieci anni fa e, nella mia remota intenzione, credo fosse concepita come un pastiche infantile di Essere e Tempo di Martin Heidegger. Peccato che Essere e Tempo allora io non l'avessi ancora letto, e nemmeno oggi. Rimane dunque questa poesia, o meglio questo piccolo giocoso tema da terza elementare. Che prova ironicamente a interrogarsi sul tempo, sul rapporto tra le cose e i loro simulacri verbali, la polpa e la buccia spessa del mondo. Nel dubbio che davvero resti poco poco, quando decidessimo anche noi di mettere un filtro cromatico alla realtà...)

La mia città ha un nome brutto
e un fiume magro.
Anche il nome del fiume è brutto
come la mia città che è brutta
come il suo magro fiume.
Un tempo, da bambino, nel tempo
grasso e tondo,
il fiume della mia città cambiava
ogni giorno colore -
diventava rosso giallo blu
viola verde rosso rosa e blu.
I colori più frequenti erano
il rosso e il blu.
Una volta, tanti colori fa,
il fiume magro diventava grasso
e nero diventava come il tempo
bambino rischiava di straripare
(“tracimare”, diceva la tivù).
Poi, però, era rimasto al posto suo
come il nome della mia brutta città
e del suo fiume magro:
ogni cosa a suo posto,
tranne i colori che scorrono via.
Annamaria mi ha detto
che le cose sono di tutti i colori
tranne quel colore lì, che vediamo
ed è per questo
che viene scacciato via dalle cose
che per questo noi vediamo – non so
se Annamaria ha detto proprio così…
Comunque,
quando il tempo bambino ha iniziato
a invecchiare, a dimagrire
e a diventare spigoloso,
la mia città ha prescritto un filtro
depuratore alla sua fabbrica
dei colori, mentre i ghiaccioli
alla menta diventavano bianchi
e la Fanta appena appena giallina
e il fiume magro e chiaro
(“progresso”, “salute”, “finalmente”
diceva la tivù).

Poi c’è ancora un poi, in cui ho imparato
che il destino dei nomi è stare,
scorrono via i colori e le cose
un po’ stanno e un po’ vanno coi colori,
prima di scacciarli.

martedì 1 febbraio 2011

Barbabietole



Certi moscerini come risalgono
lenti alle volte del paralume
verso una luce troppo forte
per loro, troppo rovente, o forse solo
troppo semplice da evitare: è lì,
unicamente sta lì,
basterebbe un'esistenza casuale,
un nuovo lancio dei dadi…
Io Eva Braun me la immagino così:
un abito di cotone leggero
ma non vistoso, direi antracite,
o blu di Prussia,
i riccioli chiari sullo schienale
e le braccia avvolte alle ginocchia –
sì, un cerchio perfetto
penseremmo a cose fatte.
L'autista rallenta, mette una freccia;
poi riprende schiarendosi la voce
ma non dice – tanto sarebbe uscito
qualcosa di convenzionale,
come una barbabietola in più
conficcata in una Baviera
che doveva apparire necessaria
(ecco il freddo mattino,
tiepido mezzogiorno, primavera;
le Mercedes dei generali
altri moscerini impazziti
nell’andirivieni statico
delle foto d’epoca:
sempre qualcuno che sorride,
che guarda altrove...).
Eva guarda fuori,
tra campi di segale e ancora
e ancora barbabietole 
– cuore viola sprofondato in terra grassa,
cuore in attesa, cuore viola rappreso –
o già guarda Eva al bunker di Berlino?
(I cani, tra poco i cani lupo,
gli schnauzer; Blondi la riconosce
e muove forte la coda, solleva
ciuffi di peli e un gessetto bianco
nell’aria satura di comandi;
infine, quel frettoloso scambio
delle fedi, traccia diurna e smagrita
dei bei sogni borghesi con la sorella;
o ancora, semplicemente, necessari).
E poi lo vede l'operatore russo,
la distesa candida dei sei figli di Magda Goebbels?

domenica 30 gennaio 2011

Ancora sulla bellezza (e sulla patria, la tosse, lo sci alpino, le polene, le dita lunghe e affusolate di un pianista ucraino)


Opel Corsa Enjoy TD, 130 km all'ora di media, strada statale 36. Solo qualche Suv Mercedes che mi supera dopo avermi minacciato con il lampeggiio degli abbaglianti; sul tetto gli sci ancora incrostati di neve che trafiggono l'aria gelida, come una polena.
Il tratto di superstrada è quello tra Colico e Lecco, disseminato da gallerie e improvvisi squarci pittorici di lago, lo stesso che fa alzare il culo miliardario di George Clooney e prenotare un biglietto aereo per l'Italia. Ora è però calato un velo scuro e avvolgente di foschia. Somiglia alla nebbia padana che incontrerò tra pochi chilometri, ma qui sono semplicemente nuvole basse che si afflosciano come palloncini obesi. Tra una quarantina di minuti, prima di mezzanotte, dovrei essere arrivato a Cinisello Balsamo dove immettermi sulla bretella Milano-Meda, con cui raggiungere finalmente la mia abitazione in Bovisa.
Dal contenitore in cui si ammassano i cd, pesco a caso una raccolta di musica classica offerta in allegato con la Repubblica, e dopo averla imboccata all'autoradio partono le prime note del Preludio e Fuga n° 1 BWV 846 dal “Clavicembalo ben temperato” di Johan Sebastian Bach, con Svjatoslav Richter al piano. Bach è Bach, ok. E anche Richter. Se poi ci aggiungi la foschia, le nuvole basse, l'andirivieni ipnotico dei faretti gialli delle gallerie, in un tempo e in un luogo che non sono ancora nessun luogo e nessun tempo... Beh, io a questa sensazione riesco a dare un solo nome: bellezza.
All'inizio della passeggiata delle dita lunghe affusolate del pianista ucraino sulla tastiera, ecco però come un'incrinatura, la polena che cigola all'urto di un'onda più forte delle altre. Ma si tratta solamente, me ne accorgo in seguito, dell'accidentale colpo di tosse di una persona presente tra il pubblico. Il primo colpo di tosse, meglio. A cui dopo pochi secondi ne segue un altro e un altro ancora. Un produttore e un editore seri, anche se tu sei Bach, tu sei Richter, è chiaro che buttano via l'incisione, quando qualcuno tra i presenti inizi e continui ostinatamente a tossicchiare, per tutta la durata dell'esecuzione. Non la Repubblica, evidentemente.
Ma chi se ne importa, non è questo il punto, e io provo a mettermi in scia all'ennesima Mercedes continuando ad ascoltare, se è possibile con maggiore urgenza e piacere di prima. Come se ogni intrusione della laringe infiammata sottolineasse, per contrasto, la potenza espressiva e incantatrice della melodia, che in tal modo viene accresciuta della qualità preziosa e rara della consapevolezza.
Un piccolo e ripetuto incidente che mi suggerisce come la bellezza, per raggiungere la piacevole e universalmente sperimentata sensazione di benevola naturalità, sia spesso, e al contrario, un gesto sottilmente "anti-naturale". Ossia l'impegno umano nel sottrarsi al baricentro gravitazionale del caso, dell'incuria, degli infiniti accidenti quotidiani che senza sforzo o intenzione o coscienza sbocciano nel parco della vita alla rinfusa, con la grazia sghemba di un colpo di tosse durante un'esecuzione di Bach.
Questo tratto di resistenza al caso e, potremmo dire con un'espressione vagamente altisonante, all'entropia, che caratterizza la bellezza urticata dai continui assalti della tosse, mi sembra poi una struggente metafora di quel che siamo diventati, della direzione in cui stiamo andando con il piede spensieratamente pigiato sull'acceleratore.
Ma un secondo, scusate l'interruzione: "Massì massì, ho capito: piantala di farmi gli abbaglianti e passa pure tu! Con la tua Mercedes scalpitante e innevata, la fretta matta dei funghi che vogliono raggiungere la statura della quercia in una sola notte, mentre la punta degli sci mira al cuore pulsante di un qualche demone moderno, che dilaga per le strade."
Perché cos'è diventata l'Italia, il nostro paese, la stessa idea di patria, se non una sublime melodia continuamente infestata dagli assalti rauchi della tosse, che provengono da quello sterminato e disattento pubblico che sono ormai gli italiani in gita?

venerdì 28 gennaio 2011

Wittgenstein


Wittgenstein è il nome
di un gattino bianco
Wittgenstein è il nome
di un gattino nero
quando tu lo chiami
arrivano in due
e in due miagolando
attestano il vero

mercoledì 26 gennaio 2011

Bellezza & Bizzarria


E' solo un dettaglio, una lieve increspatura sulla superficie mobile e frusciante del reale. Ma forse, invece, già un sintomo. Mi riferisco al diffondersi di suonerie elettroniche sempre più bizzarre e stravaganti, non necessariamente belle ma tanto tanto originali, con cui carichiamo il colpo in canna ai nostri telefonini: certi dell'effetto ilare e seducente del suo BUM, quando qualcuno ci chiami in mezzo a una folla affaccendata o distratta.

Addirittura, da qualche tempo, ai ritornelli televisivi nostalgici come Heidi, Goldrake od Orzowei, si stanno affiancando veri e propri dialoghi espunti da film famosi; tanto da non essere poi in grado di distinguere la telefonata dal chiacchierio circostante, confondendola con l'ordinazione di un cappuccino – “con molta schiuma, mi raccomando” - della nostra vicina trafelata di bancone.

Eppure, nonostante la funzione di richiamo si renda così sempre più incerta, la bizzarria di queste brevi clip sonore deve procurarci una qualche forma di piacere, non se ne spiegherebbe diversamente la diffusione. E' come se ogni volta che parte la vocina di Topo Gigio dal nostro Nokia, pensassimo tra noi: adesso li stendo, li stupisco, mostrando a tutti quando è ganza la mia suoneria, quanto è singolare.

Il termine chiave di questo meccanismo psicologico mi sembra dunque proprio quello di singolarità. A significare quell'elemento discreto e particolare – la qualità che ci distingue dagli altri, che ci rende riconoscibili e unici – con cui scontorniamo il profilo della nostra sagoma dalla folla, la nostra esclusività di persona. Ma ancora i conti non tornano completamente: in che modo riusciamo a individualizzarci in Provolino, o sovrapponendo la nostra irripetibile impronta sulla sabbia a quella di Furia cavallo del West, che beve troppo caffè e poi fa il pieno di fieno...?

Ecco, il cortocircuito davvero inquietante è che l'identità è tale – cioè appunto singolare, distinta dal brusio di fondo dell'umano – se quel tratto di diversità che esibiamo comunica un aspetto davvero decisivo di noi; altrimenti è una forma di conformismo che ci rende ancora più simili agli altri, uniformati all'andazzo generale. Se io penso di denotarmi per il semplice fatto che mi appello a un'idea astratta e generica di diversità, quando anche il mio vicino si riferisse a categorie come bizzarro, eccentrico, caratteristico e appunto singolare - o come dicono gli anglosassoni: cool -, saremmo perfettamente omologhi nella nostra presunzione di distinguerci. Per quanto dal suo telefonino squillassero le note di Raffaella Carrà che canta il Tuca Tuca e dal mio il dialogo grottesco di un film di Quentin Tarantino, l'esibizione congiunta della nostra volontà di distinguerci, che è ben diversa dalla distinzione, ci renderebbe infatti perfettamente identici, speculari.

Questi stessi caratteri, che sono ovviamente estendibili - e anzi vanno estesi - a qualsiasi campo dell'esperienza e non solo alla telefonia, dovevano già covare dentro un'epoca di poco trascorsa, o forse sono addirittura un tratto distintivo e costante nel nostro paese. Si ritrovano così anche tra le righe di una breve e bellissima poesia di Sandro Penna, descrittiva quanto profetica:

Beato chi è diverso

essendo egli diverso,
ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Ne ricaviamo che un'autentica diversità, per Sandro Penna, non si manifesta nell'esibizione formale di una variazione di superficie, ma in qualcosa come un'essenza, l'intima comunione con se stessi. Intuizione che ha saputo poi precisare dentro altre poesie e riassumibile quale condizione vagamente febbrile, in cui si venga come trasportati in una dimensione dai confini incerti e non più definiti dal perimetro dell'identità, che senza esitazione io mi sentirei di chiamare “bellezza”.

Cos'è infatti la bellezza se non l'essere agganciati da una forza superiore, l'orbita di un pianeta invisibile a cui non siamo in grado di resistere, ne diventiamo satelliti, fino al progressivo sgretolarsi dei bastioni delle nostre minime certezze che si traduce in piacere vago, sperdimento dentro qualcosa che avvertiamo come altro, ma allo stesso tempo anche proprio. Per una sorta di paradosso questa sensazione, simile a un'epifania, alla manifestazione di una novità radicale in un orizzonte quotidiano, ci rende infatti anche intimi (gli psicologi lo chiamerebbero forse un “insight”) a quel nucleo emozionale che avvertiamo come realmente e definitivamente personale: non bizzarro o caratteristico ma semplicemente diverso, nostro.

Bellezza e bizzarria non solo non sono termini equivalenti, ma, allora, polarità antitetiche entro cui oscilla il pendolo estetico della modernità, che dalla bellezza e verso la bizzarria sembra dirigersi anche nei piccoli comportamenti senza apparente significato, come rispondere a una chiamata sul telefonino. La bizzarria come contrario della bellezza, è questo che ci raccontano dunque i nostri gesti. E i nostri gesti sono il tableau vivant della nostra storia.

Per libere associazioni potremmo perfino arrivare a sospettare che è proprio la bellezza, con il suo più immediato correlativo che è l'amore, la qualità che consente di perdersi affinché ci si possa ritrovare, come suggeriscono numerosi passaggi delle Scritture. O se preferiamo, perdersi nel mondo per ritrovarsi in Dio non significa forse altro che abbandonare l'ostinata e rassicurante sensazione di veder riflesso il volto in una canzoncina eccentrica e vezzosa, per incontrarsi finalmente dentro un'immagine dai contorni ancora inauditi e lontani, che non è me ma allo stesso tempo parla sempre e solo di me. Tanto che perfino Nietzsche, il filosofo probabilmente più frainteso, anche da se stesso, aveva intuito che si deve diventare e non già essere quel che si è.

Ma fino a quando rimarremo aggrappati allo scoglio roccioso dei nostri minuscoli piaceri singolari - “una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte, salva restando la salute” - non incontreremo mail la bellezza, non diventeremo mai quel che siamo, compiacendoci unicamente di come gli altri si girano incuriositi al trillo di vecchie e buffe canzoncine della nostra infanzia. Beandoci di essere diversi, sì, quando siamo invece soli e così disperatamente comuni...

giovedì 13 gennaio 2011

Generazione paròl


Ma quanto sono ganzo, quanto sono bravo! A volte ci frulla dentro la testa questa idea, perlopiù sconfitta da bancomat che non riusciamo a far funzionare, distributori automatici, videoregistratori e macchinette del caffè da cui non otteniamo nulla, nemmeno una goccetta nera nera e bollente, come la scrollatina di una divinità imperscrutabile e dispettosa. Ma quanto sono stronzo, pensiamo allora in questi altri e numerosi casi.

Oggi però tocca festeggiare: l'ottimismo, l'autostima hanno provvisoriamente sconfitto il malumore. Quanto sono ganzo, sì. Sono riuscito a individuare quella che a me appare come la definitiva tara della mia generazione, che ho appena deciso di battezzare “generazione paròl”.

Avete presente il gioco del poker? Dopo aver distribuito le carte e lanciato il cip nel piatto, quindi aperto con una manciata di fiches, cambiato le carte loffie dal mazziere, esistono diverse opzioni. E' possibile proseguire nella partita rilanciando, oppure vedere il gioco degli avversari o semplicemente mollare il colpo, ritirarsi per la consapevolezza dei propri limiti, rifiutandosi di mettere la posta richiesta per continuare la sfida.

In alternativa, si può chiamare paròl.

Che significa che tutto quanto maturato fino a quel momento, se c'è un accordo tra i giocatori, viene tenuto lì come sospeso, ibernato, affidando alla mano successiva il compito di decretare un vincitore. Le carte vengono allora deposte come i guantoni alla fine del round, se ne riparla al giro successivo.

Generazione paròl significa dunque che c'è una generazione – la mia generazione – che ha rinunciato alla partita, preservando il proprio soldo di bellezza e verità da quel pericoloso azzardo che è la vita, dove sempre tocca rilanciare in moneta di sogno sulle generazioni che ci hanno preceduto.

O meglio: abbiamo differito il momento presente, delegato al futuro tanto gli inciampi che le possibilità.

Con ciò abbiamo naturalmente anche risparmiato in errori, velleità mal risposte, smottamenti al culmine della piramide dei gettoni colorati, che come sono arrivati possono sempre scappare via. Non c'è insomma il rischio di incappare nel Marsigliese con gli occhi di ghiaccio che ti spenna fino all'ultimo quattrino, con l'aiuto magari di un asse di troppo nel risvolto della giacca. No, non è una minaccia che corriamo noi, che ha corso la mia generazione ormai già lontana cento mutui e assicurazioni sulla vita dal tavolo da gioco, con le sue nebbie dense di Marlboro.

Noi abbiamo smesso di giocare e siamo rientrati a casa prima del gong finale, dove ci aspettavano mogli e figli ancora alzati davanti un vecchio film di John Wayne: lui che avanza nell'ombra opprimente di una casa, si gira un'ultima volta a osservare gli altri dalla cornice pittorica della soglia, la sua famiglia finalmente riunita, felice...

Ma infine si rigira e incammina verso la luce abbagliante della prateria. Titoli di coda.

Saranno dunque Loro a proseguire nel gioco, i nostri figli, di cui siamo entusiasti al limite della nevrosi, euforici e orgogliosi come nessun'altra generazione mai. E sì che fare un figlio è per un maschio così semplice: basta scopare, una rapida sveltina. Ma è quel che serve perché compaiano finalmente Loro, come il Settimo cavalleria, Loro che giustamente fanno rima con oro: a riprendere le carte in mano o rimontare a cavallo, il cappellaccio di tre quarti.

E' dunque alle generazioni future, contraltare radioso di ogni negligenza presente, che la mia ha demandato l'azzardo di una qualche idea di mondo, la scommessa della forma; perfino la vertigine inebriante del male o il ratto delle squaw. A noi è apparso sensato credere che per essere padri è sufficiente generare dei figli, da accudire poi come madri premurose e care.

Quindi abbiamo chiamato paròl.

domenica 9 gennaio 2011

Apprendistato



Hanno un odore buono i tedeschi al lago –
e sono, pare, le creme da sole
al cocco con alto filtraggio, o peggio
taluni unguenti in uso ai contadini
bavaresi per le mammelle
delle mucche. Ma chiara
la carnagione tedesca dei tedeschi
al lago, ugualmente arrossa:
da principio le spalle
e poi via via a gonfiare palloncini
di siero, si sfoglia, ecco che casca
come casca l’abito nel camerino
e la commessa, da fuori, che chiede:
“Allora, come va?”

Ma non c’è davvero qualcosa
che non va, del nuovo abito è giusto il taglio
e anche il colore, buono il tessuto – eppure...
Qualcosa, sì, come un presentimento
da un tempo ulteriore che potrebbe
diventare presente con un niente,
con un gesto rapido e brusco
della mano che ti troverebbe
certo in mutande, curvo, abbattuto
mentre stai infilando i pantaloni
e lei, di nuovo, con identico tono
distratto e la tendina schiusa
e la più feroce tra le domande:
“Allora, eh, come va:
ha trovato ciò che cercava?”

I tedeschi al lago poi richiamano
bambini tedeschi dal lago
e loro corrono, corrono
fuori con una risata argentina
che non è esattamente una risata
ma, di quella, intendi, l’apprendistato.

venerdì 7 gennaio 2011

Ballerine


Davanti a Ballerine alla sbarra di Degas, mettiamo.
Il luogo è il British Museum,
la tecnica compositiva il disegno;
siamo nel 1873, non sappiano altro,
con le due ragazze, due ballerine
appena sbozzate e tutto intorno e fin dentro loro:
l’azzurro.
La struttura del quadro è semplice.
Le due ragazze stanno l’una in fronte all’altra;
quella di destra è di spalle, un poco più definita
e un poco più grande anche, per via della prospettiva;
entrambe hanno una gamba tesa sulla sbarra,
provano una figura di danza, sembra.
Questa cosa mi ha sempre affascinato: le figure
della danza classica – la prima, la seconda, la terza...
Ma di preciso, quante sono?
Mettiamo che non lo si sappia.
Che nessuno sappia quante figure
si debba imparare per avere accesso
finalmente a una danza vera.
Mettiamo questo azzurro, e queste figure.
Stanno alla sbarra e provano: due ballerine
alzano la gamba destra, poi la sinistra,
si flettono, si inarcano; ritte sulle punte
stanno per giorni e giorni, mesi, anni
come aspettando qualcosa...
Ma cosa?
E continuano così a muoversi piano,

nell’azzurro, sempre più piano;
 
qualcosa, sì, chi dice un segno
e ognuna fa uguali i movimenti dell’altra,
proprio gli stessi, attenzione,
ma piano, piano,
nell’azzurro,
forse un segno,
facendo e rifacendo le figure...

Poi qualcuno entra all’improvviso e dice a una
- a una soltanto, attenzione ancora: "Ecco
sono finite le tue figure, puoi iniziare a danzare."
E mettiamo che in quel preciso esatto momento
si delinei un profilo, prenda un suo proprio colore.

martedì 4 gennaio 2011

Fuckin Anne, o sull'intransitività del duale


Stavo guardando un vecchio filmato su YouTube in cui Anne Sexton legge una sua poesia. E pensavo: bella. Non la poesia, intendo, che il mio grado di comprensione dell'inglese parlato afferrava solo per brevi e improvvise schegge sonore, come se una grande nuvola nera lasciasse filtrare i raggi del sole secondo l'estro del vento, i singhiozzi del caso. Ad essere bella era dunque lei, Anne Sexton. Di quella bellezza, però, di solito non attribuita agli artisti e ai poeti – non era la bellezza del vento, della nuvola – ma conficcata dentro la polpa viva e pulsante del sole; una bellezza che ti fa socchiudere gli occhi, se la fissi troppo a lungo.
Avevo già provato una simile sensazione con Ingeborg Bachmann, o con Sylvia Plath. Anche Alda Merini, che onestamente non era proprio bella, bella come lo è invece in modo flagrante e quasi teatrale la Sexton - gli occhi chiari e affilati fissano l'obiettivo che la riprende, prima di fare l'occhiolino allo spettatore - mi provocava a volte lo stesso leggero capogiro, mescolato a un inquieto senso di stupore e d'attesa. Io non sono un consumatore abituale di poesia, lo confesso. E a maggior ragione nella poesia femminile avverto una distanza che non sempre ho voglia di colmare con sforzo e intenzione. E' il corpo stesso delle poetesse, specie quelle vissute tra il dopoguerra e gli anni settanta, con biografie complesse e tormentate, a procurarmi questo turbamento dei sensi. Mi appaiono come la propaggine estrema di un continente perduto, sommerso dagli anni ottanta e poi dall'arguzia ermeneutica, quando non del tutto cialtrona, poco importa, del presente letterario.
Ancora più che negli scrittori maschi, nelle poetesse “perdute” si percepisce invece lo stigma di una risoluta serietà, riflesso di una totale e perfino scandalosa coerenza tra esito formale e proposito emotivo. Che non ha nulla, tra parentesi, di manieristico o sperimentale, ma quasi il tratto evangelico di chi dica sì il suo sì, e no il suo no. Così se Anne Sexton, con una voce dalla tonalità ruvida, quasi teppistica nell'intonarsi sornione e dilatato, pronuncia la parola love, tu avverti che sta parlando proprio d'amore, quella roba lì, la senti crescere tra la pancia e il plesso solare e poi salire ancora, a bagnarti gli occhi. Lo stesso per death, avverti la morte, il fiato sul collo della morte, che nel suo caso aveva la consistenza densa e opaca del monossido di carbonio, a saturare prima le pareti del piccolo garage e poi i polmoni ed il cuore. E infine fuck, lo capisci che vuole dire proprio scopare, fottere, cif ciaf di corpi che si incastrano senza il filtro di qualche romantica nuvoletta e viceversa la cosa in sé, che non è forse nemmeno una cosa ma la parola che ad essa rimanda, in un continuo richiamarsi con l'esperienza, mai concluso.
Ecco, questo assurdo cortocircuito tra parole e mondo io ormai riesco ad avvertirlo solo nelle poetesse, prima ancora che nei poeti; e poi nei matti, gli ammalati, gli ossessi ed i mistici. E naturalmente anche nel sesso, to fuck again. Scopare non vuole infatti dire fuggire il mondo e le parole dentro un altro corpo, protettivo e tiepido come la coperta di Linus – per quello basta un corso molto soft di meditazione New Age, o ancora meglio una domenica pomeriggio davanti alla televisione. Nel sesso si percepisce piuttosto l'assoluta divaricazione che, tanto tra una parola e il suo simulacro quanto tra un cazzo e una fica, si spalanca tra di noi senza possibilità di una vera e definitiva sintesi. Uno spazio che nemmeno il gesto riesce a ricolmare: si scopa per riscopare, almeno quando le forze lo consentono. Ed è un cerchio che non si chiude mai, se non al prezzo del cerchio stesso.
Scrivere poesie allora non significa forse altro che il medesimo gesto, sempre sconfitto sul nascere, di chi provi a prendere sul serio questa impossibilità, e con la corrucciata fede di un bambino che si traveste da indiano pronunci anch'egli il suo "facciamo come se": come se il mondo fosse ricomponibile in sillabe, sapendo perfettamente che non lo è. L'intransitività del duale, potremmo dire così, che per quanto impossibile va condotta fino alle estreme conseguenze di una lingua. O se preferiamo, ma che poi è lo stesso, di una vita. Perché vivere significa in fondo anche scoparsi Anne Sexton, con trentasette anni di ritardo in uno sgranato bianco e nero su YouTube.