lunedì 14 febbraio 2011

San Valentino


Questa caccia all’amore, questa pesca
piuttosto, questo mercato gridato
delle parole d’amore ad un’esca,
questa scritta a riva: povero cuore.

venerdì 11 febbraio 2011

Decantazione


Quando penso al futuro di questo paese, mi torna in mente un mio caro amico sommelier. Gli ho domandato una volta come stava la figlia di otto anni, malata di influenza, la sera prima. Lui aveva preferito raggiungerla e non unirsi a noi per un piatto di risotto con pesce persico al burro e salvia, in un ristorante sul lago dove per arrivare si deve prendere un ascensore tutto foderato di specchi, che gli ascensori senza porte e con gli specchi a me fan venire la claustrofobia (così così, tra parentesi, il risotto).
"Oggi sta abbastanza bene", mi ha poi risposto il mio caro amico sommelier. "La febbre le è passata. Però ho preferito lasciarla ancora a casa da scuola per farla decantare. Ma com'era il risotto, che gli ascensori con gli specchi non piacciono tanto nemmeno a me?"
(Decantare, tra parentesi. Ha usato proprio questa parola: decantare...)
"Hai presente" ho detto allora al mio caro amico sommelier, "hai presente quando ti sembra che il tuo piano non arrivi mai e guardi in terra per non incrociare lo sguardo di chi hai di fronte, mentre anche lui guarda in terra per non incrociare il tuo, di sguardo, i numerini che si accendono a intermittenza sulla pulsantiera, e alla fine guardate la stessa cosa ma non lo saprete mai?"
No, in realtà ho detto solo: "Così così", il risotto.
Ma avrei forse dovuto dirglielo, dell'ascensore. E anche del viaggio, degli specchi, del futuro di questo paese. E del fatto che prima o poi finiremo per dimenticarci di tutto questo, di alzare lo sguardo anche un solo istante per controllare a che piano è arrivata la discesa. Avrei dovuto dirlo al mio caro amico sommelier. Prima di accomodarci dentro una confortevole e distratta e tiepida e infinita convalescenza. Pardon: decantazione!"

Vitamine, o sulla grammatica del negativo




Nella speculazione teologica presente in molte tradizioni spirituali, specie orientali ma non di rado anche occidentali, il male, la sofferenza, il dolore vengono rubricati come "errore della mente"; insomma una cattiva interpretazione del nudo dato di realtà, che si presenta ai sensi svestito di qualsiasi intenzione. In quanto tale - cioè partecipe della sostanza eterna e onnipervasiva del divino - l'esperienza che l'uomo fa del negativo non può che essere intimamente buona e giusta, ci viene detto. Lo schema gerarchico di pensiero è quello che vede la morale discendere da un'evidenza ontologica: è buono tutto ciò che è. Punto. Sarebbe così l'interprete umano a originare il male, a diffonderlo successivamente nel mondo come fa Pandora, sotto forma di dubbio e fraintendimento. Ma si tratterebbe appunto di un male "insostanziale", difettoso...
Personalmente ho sempre trovato teologicamente dubitabile questa proposta. Che a ben vedere tende non solo a "bonificare" il male, per così dire, in un cortocircuito tra ambiti filosofici distinti (etica e ontologia), ma anche ad azzerare concettualmente la pregnanza di ciò di cui si discute: se tutto è bene per il solo fatto che è, in che modo potremmo ancora ricolmare di senso un contenitore linguistico svuotato, e quale significato non solo teologico ma quotidiano affidare al termine male? Inoltre: se ciò che è è, ciò che non è, di logica, non dovrebbe nemmeno possedere lo statuto di non-realtà, in quanto l'atto stesso di concepirlo mentalmente lo reifica e attualizza. Il verbo sostantivizzato essere, all'interno dell'esercizio formale della logica, è infatti l'unico termine a non possedere una specularità negativa, e ogni tentativo di uscire dalle categorie di esistenza ci porta contestualmente anche fuori dalle categorie della logica, in un esercizio che finisce con l'annichilire l'ordine stesso del discorso.
In questa diversa prospettiva il male è dunque
un fatto, una realtà come tutte le altre. E ciò perché l'uomo, pensandolo, contribuisce alla sua concreta manifestazione, in un processo che non rappresenta forse l'errore (la cattiva interpretazione) ma la stessa dinamica segreta dell'esperienza, che vede la creatura compartecipe del processo di creazione della sua stessa realtà. Tanto che in fisica stanno iniziando a prendere piede alcune teorie che vedono l'informazione come dato primo e irriducibile "dell'esistente"; termine quanto mai ambiguo, in questa nuova percezione. Ciò che è concepibile e concepito è comunque sempre qualcosa, non potendo di necessità essere niente, se non al prezzo di svuotare di significato e consistenza l'intero castello di carte del ragionamento; e qui molto si deve all'intuizione originaria di Parmenide, che vede nel pensiero una dimensione "consistente". La Creazione andrebbe a questo punto riformulata quale processo dialettico e inconcluso, come per altro ben intuito dalla straordinaria finezza teologica dell'Islam.
Ma per alleggerire un poco questo pensierino, copio di seguito una mia vecchia poesia sul tema. Dove un bambino impegnato a scuola in un esercizio di associazione linguistica, per un errore fonetico - una elle al posto di una erre - spalanca nel mondo l'incolmabile abisso del male. Sì, a volte basta davvero una farfallina che sbatte le ali, il minuscolo errore di un bimbo, perché il male possa dilagare nuovamente tra noi...

Vitamine

Vitamine ai bambini malati. Ai bambini.
A chi vuole entrare con il piccolo passo
del tuffatore, sul trampolino, prima
di precipitare nel calmo abisso
accogliente – vitamine!
Vitamina A, B, C, D, E, F… con figure
di cartone si imparava così l’alfabeto
nel calduccio di mattine già affilate
dai temperini, ancora chiusi negli astucci:
P: una paperella per la P.
D: una damigiana per la D.
C: un cucciolotto di per la C
(quella aspra però, come il limone per la L).
Ma al momento della M di mare
sempre una gran confusione
tra la F di fiume e la S di stagno;
tanto che qualcuno, un compagno, lo disse:
"IL MALE".

Poi ci caricarono in massa su un carrozzone
enorme e ci inondarono di raggi con la X,
per smascherare, dissero, il vizio che dorme
giù giù fin nei polmoni e la gola e il cuore
e ai più fragilini
prescrissero alte dosi di vitamine;
ma per lo iodio con la I, vacanze al mare.

lunedì 7 febbraio 2011

“Starace, dove vai?”, o sul perché sono antifascista ma non (sempre) anti-fascisti


Provo a spiegare perché ho una certa tenera simpatia per i fascisti; per un certo tipo di fascisti, almeno.
Il Fascismo è stato quel che è stato, ok. E il giudizio storico e ideologico su quell'esperienza definitivamente conclusa non può che essere negativo; salvo il riconoscimento obiettivo di alcune innovazioni al sistema para-feudale quale era ancora l'Italia giolittiana, in particolare in campo urbanistico e dei servizi sociali. Il Fascismo termina dunque con il suo ribaltamento, fisico e metaforico, il 29 aprile del 1945 in piazzale Loreto. Da lì in poi si può parlare solo e correttamente di neofascismo.
Ciò che resta di un'esperienza drammatica e fallimentare nel dopoguerra prende quindi due direzioni diverse e alternative, per quanto non di rado in contatto. Da una parte abbiamo il culto spontaneistico e anarchico della violenza fine a se stessa; anche se di frequente, e per paradosso, diviene pratica organizzata ed eterodiretta da strutture più o meno occulte del potere. In tale prospettiva la violenza viene percepita come equivalente della gioventù, uno dei temi comuni alla speculazione culturale delle destre: la potenza primigenia e fondante della giovinezza, non a caso cantata come "primavera di bellezza". L'età anagrafica viene così traslata in funzione di premessa biologica ed estetica al processo di civilizzazione, l'elemento implicito di un ethos successivo.
In quella specifica declinazione nostrana alla cultura di destra, ed è appunto la vicenda ventennale del Fascismo, tende però, in seguito, a prevalere un secondo aspetto: la nostalgia.
Ma nostalgia di cosa?
La mia idea è che ciò che viene rimpianto dai "neofascisti light", la seconda categoria, più che una realtà concreta e determinata sia la rappresentazione fabulatoria di un mito. Che li vede al centro di un incrocio immaginario tra vita e storia, identità personale e partecipazione a un'esperienza comunitaria, la quale culmina e si identifica con l'angusto perimetro della terra e del sangue.
Nei neofascisti è dunque più bruciante che in altri la percezione di una ferita che non si rimargina: non quella della sconfitta militare e dell'affermazione, almeno formale, di una democrazia di stampo liberale e borghese, ma dell'esilio da una Terra mitologica; Terra più che promessa tramandata, in effetti. Da queste premesse si origina una fede totalizzante, ma anche l'assoluta confusione tra mito e storia, aspirazione emotiva e dato di realtà. Impasto indigesto e contraddittorio che si traduce nella vicenda emblematica di uno dei gerarchi più famosi. Achille Starace.
Achille Starace viene catturato la mattina del 28 aprile 1945. “Starace, dove vai?”, gli urla un gruppo di partigiani ancora incerti sulla sua identità. In tuta sportiva e modi all'apparenza spensierati, il passo svelto di chi ha consuetudine con lo sforzo ginnico, l'uomo da loro intravisto sta uscendo di casa per l'abituale corsetta. Tra le macerie di una Milano che sembra uscita da una pellicola neorealista, prima ancora che dai calcinacci spigolosi della realtà, Starace, come sempre, pensa innanzitutto alla forma fisica. A iniziare bene la giornata con un po' di jogging.
“Vado a prendere un caffè”, risponde dunque incurante mentre inizia a corricchiare.
Inutile aggiungere che nemmeno ventiquattro ore dopo si trova di fronte a un plotone di esecuzione. Ma non mancò, prima di cadere perforato dalla pallottole, di elevare il braccio teso al suo Duce. La cui sagoma dimagrita e livida stava già appesa con una canottiera bianca e lorda, la testa lucida e glabra da cui non smettevano colare i succhi umani, una piccola goccia scura dopo l'altra che dileguava nelle pieghe terrose di piazzale Loreto. La terra e il sangue, già...
Per quanto reso quasi completamente irriconoscibile dalle botte e dagli sputi, gli insulti feroci, infiniti e avvilenti gesti di rivalsa che non si arrestano nemmeno di fronte a un cadavere straziato, era lo stesso Duce che negli ultimi anni aveva iniziato a cestinare le lettere lamentose di Starace, invitando i collaboratori ad allontanarlo qualora avesse cercato di avvicinarsi.
Ecco, per me il neofascimo si riassume allora in queste immagini: il cane che lecca la mano di chi impugna il bastone, la compiacenza servile del suddito al proprio sovrano che lo umilia e lo sfrutta. E nella fotografia di Starace che esce di casa la mattina del 28 aprile 1945 per fare jogging, rispondendo cortesemente a chi lo chiama per nome.
In un comportamento autolesionista e intimamente delirante, si cela però, a ben guardare, anche il candore infantile dell'idiota sapiente. Dove l'idiozia starebbe appunto nella più completa mancanza di strumenti critici e analitici. Accompagnata dalla saggezza nell'intuire come un sogno che non è nemmeno più storico, a differenza della dottrina comunista, ma meta-storico, totemico, potremmo perfino azzardare "religioso", in quanto composto da una metafisica della presenza carismatica, possa riscattare il presente di una vita totalmente alienata da ogni parvenza di autenticità.
In altre parole io trovo che i neofascisti contemporanei, almeno quelli che si sono votati al culto di una pacifica nostalgia, da un certo punto di vista si pongono perfino in opposizione agli ideali e alla prassi originaria del Fascismo, che potremmo riassumere nell'azione tonitruante e nell'estetica sublime del gesto marziale.
Con ciò, come il loro modello effettivo che è appunto Starace e non certo Mussolini, i fascisti si sono trasformati in qualcosa come una mite setta dedita al culto moderno della memoria, dei monaci che seguono il precetto coranico della ripetizione, al netto dell'interrogazione. E così rammentano di continuo il tempo immaginario dell'Origine, lo onorano, lo glorificano deponendo una lacrima di eternità nella fontana sacra di Predappio. E poi le spille e i fasci e i gagliardetti appuntati all'orlo di una giacca in orbace, come il santino di Padre Pio infilato sotto al cuscino dell'ammalato.
Se bisogna cautamente riconoscere come il lenzuolo tricolore, pietosamente disteso sul volto sfigurato di ciò che è realmente avvenuto, sottraendolo a una lucida comprensione, potrebbe nascondere anche il ghigno di un futuro possibile che ripeta gli errori del passato, nella reverenza verso una memoria fittizia si cela anche il tarlo di un'interrogazione sempre più difficile da rimandare: chi sono io, qual è il nome a cui rispondo?
E in che modo, in seguito, questo nome può essere posto in relazione a una destinazione pienamente umana: "Starace, dove vai?" Quindi col nome di altri uomini e donne, una comunità in senso non solo economico, finanziario? O il nome si riduce a uno stigma burocratico, funzionale allo sviluppo tecnico e scientifico, strumentale e asservito a un progetto illuministico ribaltato...
Un illuminismo a testa capovolta, già, come le tristi salme che penzolano mollemente dalle transenne di piazzale Loreto, nella forma già intuita e descritta dalle pagine affilate di Adorno ed Horkheimer.
Ma non sono dei filosofi, i miei "amici" neofascisti. E così sbagliano la risposta, pazienza, questo lo abbiamo capito e siamo perfino disposti a perdonarlo, almeno quando il loro comportamento sia pacifico e improntato a un folclore nostalgico e solo un poco kitsch. Perché sono tra i pochi ad aver intuito l'attualità e l'urgenza non più differibile della domanda.

La mascherina


Maghi faraoni appaiono in sogno
sussurrandomi sconcezze, oracoli
inverecondi, cupe sciagure
quotidiane che fanno tremare
me, non il bambino d'oro biondo;
lui guarda e dice: "Nessun problema",
riprendendo a giocare a dottore
con la gemella ancora più bella.

Lo vedo infilarsi la sua candida
mascherina e iniziare a operare.
Toglie il fegato, toglie il midollo,
toglie il cuore e poi di nuovo toglie
la mascherina: "C’è andata male...
Via, che si porti altrove il cadavere!"
Ma guai a cercare dentro un sogno
il senso feroce del risveglio:

meglio rimettere la mascherina.

venerdì 4 febbraio 2011

Madame Bovary, una cover postmoderna


Lui dice: “No no, non è lo stesso, è diverso. Con le altre scopo, ma con te faccio l'amore”.
Lei dice: “L'amore, capisci: l'AMORE?”
“L'amore”, dico io. “Puoi spiegarmelo meglio?”
Lei dice: “L'amore, sì, a me non importa mica nulla che uno mi sbatta sopra a un letto, un cuscino Ikea sotto la pancia. Piuttosto che ci sia, lì presente, ho bisogno di sentirlo. Sentire la presenza del mio uomo fuori e dentro di me...”
Lui dice: “Starò via una settimana con i miei compagni di rugby, ci risentiamo quando torno”.
Lei dice: “Per me un caffè d'orzo con una punta di latte caldo. Lo zucchero di canna, mi raccomando!”
La cameriera annuisce, ma prima di ripartire con l'ordinazione aggiunge: “Abbiamo anche del miele d'acacia in bustina, se desidera.”
Dopo aver scostato dal tavolino circolare l'allegato di un importante quotidiano, rimasto aperto alla notizia shock del matrimonio tra due vip famosissimi, che ovviamente non conosco, posando la rivista su una sedia dico io: “La differenza tra amore e scopare è dunque un fatto di presenza, umm...”
Lei dice: “Sì, quando stiamo insieme lui c'è, è presente, ne sono certa. Ma poi, quando torna a casa e dai suoi figli - e io lo so che sta invece con le altre, con me le bugie hanno davvero le gambe corte - non risponde nemmeno agli sms. Come fosse un'altra persona, un agente segreto in missione speciale.”
“Avevo dimenticato il telefono nel cassettino della Jeep, dai, non fare così... Gattina" dice lui, "lo sai che per me esisti solamente tu.”
“Un decaffeinato corretto grappa. Anzi, la grappa a parte" dico io.
Lei dice: “Rifatti vivo solo quando sarai finalmente capace di una scelta da maschio con le palle, altro che gattina e gattina. O me o loro, gli ho detto proprio così. Però io ci sarò sempre, se lui decide di cambiare. Nel fondo io lo sento che è un uomo sensibile e dolce.”
La cameriera, già di spalle, si volta come se avesse dimenticato qualcosa di fondamentale. Ricorda il tenente Colombo quando si gira attraversato da un dubbio residuo, ed è il dettaglio che inchioda definitivamente l'assassino alla sua colpa: “Morbida o dura, la grappa? Vuole provare un'acquavite di mosto d'uva, incontra molto in questo periodo...”
Io dico: “Scusa, puoi ripetere. Ero rimasto alla differenza tra scopare e fare l'amore. E in che modo un maschio mostra di avere, come tu le chiami, le palle?”
Lei dice: “Io con lui faccio all'amore, sì, in questo devo dargli ragione. Sono una persona molto fisica, ho bisogno di toccare ed essere toccata. Ma solo se avverto che c'è anche del sentimento. E un uomo con le palle è quello che sa tenere insieme forza e sentimento.”
“Se ho capito bene” dico io, “questo sentimento di cui parli è allora una specie di presenza dilazionata nel tempo, la forza della durata. Come quando pigi il pedale del pianoforte per prolungare la nota.”
Senza darlo a vedere, riprendo quindi l'allegato settimanale e lo apro alle immagini del matrimonio esclusivo tra questi due celebri vip - si abbracciano su una gondola a Las Vegas, sembrano felici - concentrandomi su dove posso averli già visti, sentito parlare di loro... No, decisamente non li conosco.
"Ecco, bravo, il pianoforte, la nota. Ma con lui questi discorsi non posso farli. Non è uno come te, di testa. Per questo mi è piaciuto dal primo momento in cui mi ha abbordato per strada: ci sentiamo a un livello molto più vero, più profondo. Usiamo il linguaggio paraverbale.”
Il linguaggio paraverbale, 'sti cazzi! Ma non lo dico. E dico invece: “In altre parole tu non pensi di andare a letto con lui perché è giovane e bello e di colore, alto quasi due metri, sportivo. Un gran figo, insomma. Ma perché è sensibile e dolce. E ciò significa che state facendo l'amore, quando questa sensibilità e dolcezza si traducono in continuità di presenza. Altrimenti sarebbe solo e volgarmente scopare.”
Lui dice: “E' diverso. Con le altre scopo, gattina, con te faccio l'amore.”
“Sì, questo l'hai già detto”, lo interrompo io. “L'ho pure piazzato quale incipit del racconto, non preoccuparti, puoi verificare tu stesso. Vedrai che ne uscirai alla grande, non temere. Stai già facendo un figurone.”
Richiudo nuovamente e con calma la rivista: porca miseria, ma come è possibile che non li conosca?!
Uno entra nel bar facendo tintinnare il portaombrelli per la fretta, è trafelato e pallido. Sotto il giaccone indossa una tunica porpora che gli arriva fino ai piedi, i capelli radi raccolti in un codino. Come se avesse ripassato la frase a memoria molte volte, ma fosse preso dalla smania di liberarsene, appena superata la porta in vetro esclama: “Posso-appendere-il-manifesto-per-un-corso-di-meditazione-bio-trans-energetica-globale?”
“Guarda che adesso non sono più innamorata di lui!”, dice lei.
Io sussurro con un filo di voce: “Ma come cavolo la tiro avanti questa storia? Forse dovrei uccidere qualcuno... dovrei strozzarla e infilarla nella macchina che rimesta la cioccolata calda... farla avvelenare come Emma Bovary...”
Di nuovo lei: “Prego?”
Io: “Niente.”
La titolare del bar, da dietro il bancone e con una voce stridula e alta: “No no, non vedi che a questo modo mi copri il programma del corso di pasticceria celtica, organizzato su un battello in crociera sul delta del Po. Appendi pure, ma più sotto.”
Io pago, intanto.
Lei dice, ma dopo, con un tono distratto e frettoloso: “Perché hai pagato tu, potevamo fare alla romana, con il mio lavoro di psicologa guadagno bene?”
Siamo in strada. Io, almeno. Lei probabilmente è già evaporata dal nostro testo, insieme al fantasma di lui che si è aggirato attorno al tavolino per tutta la durata della conversazione. Così mi rivolgo al primo che passa sul marciapiede – uno studente di architettura con i capelli rossi e una fascia di lana alla fronte in stile Ingemar Stenmark: mi guarda come un bracco italiano allo schioccare di un suono sconosciuto, inclinando di lato la testa e aggrottando le enormi orecchie pendule – e gli confido:
“Probabilmente gli uomini raccontano a se stessi un mucchio di fesserie – delle vere e proprie balle, ok - ma solo per la durata di quella cosa lì, di cui sono come turisti, eterni e attoniti visitatori. E sono una manciata di minuti appena, lui forse un po' di più, in cui sono fuori dal perimetro narrativo della loro storia, oscillando tra una retorica femminile e la brutale codificazione della pornografia. Non sei d'accordo?
Stenmark continua a fissarmi con il capo obliquo incorniciato dal paraorecchie blu, come se non avessi terminato la mia incursione e mancasse ancora il secondo atto. I compagni di corso, nel frattempo, si sono fermati anche loro. Ma non sembrano sorpresi. Lo aspettano all'angolo rollandosi una sigaretta con le cartine, la condensa del fiato anticipa lo sbuffo di nicotina nell'aria gelida.
E allora proseguo: “E' solo dopo, o prima, quando tornano a essere allineati - prima e dopo aver fatto sesso, sì, intendo - che gli uomini iniziano a mentire agli altri ma a riconoscersi nello specchio, su cui si arrampicano con le loro ingannevoli cazzate. Mentre le donne, certe donne, lo hai visto anche tu, almeno nella gestualità erotica sono sincere, completamente dentro il loro romanzo. Avendo tutto il tempo successivo, una vita intera, per raccontarsi e quindi credere alle mistificazioni di una favola maschile. Che le vede brave madri e mogli zelanti e devote, amanti pazienti. Buone per fare l'amore ma - per carità - guai a scopare!”
Dopo una breve pausa in cui continua a fissarmi con perplessità, incredibile, ma Stenmark mi risponde: “Vuoi dire che gli uomini trombano come in un film porno o seguendo le istruzioni dei Baci Perugina?!"
"Beh, sì, è più o meno ciò che intendevo... Forse perché mancano di un linguaggio proprio per l'intimità, le emozioni del corpo."
"E vuoi dire anche", continua Stenmark, "che le donne fanno invece tutto il resto dentro una sceneggiatura maschile?"
Annuisco con soddisfazione.
"Interessante..."
"Così anche quando mentono", riprende lui grattandosi la fascetta in corrispondenza della tempia, "le donne lo farebbero in conto terzi, per compiacerci, per dare nuovo inchiostro a una storia scritta da altri e per altri... Hai mica da accendere?”
“Assolutamente, è proprio quello che mi è venuto in mente parlando con Miss Sensibilità & Dolcezza. Ma è tutta cattiva letteratura: fra Liala e Rocco Siffredi e l'Isola dei Famosi, ecco dove ci ha condotto il trenino della modernità”, gli faccio eco mentre mi avvicino alla sua sigaretta con le dita nude, da cui spunta la scintilla della fantasia. “Nella più completa e definitiva falsificazione non tanto di quel che siamo, che non conosceremo mai per intero, se non al prezzo di smarrirci definitivamente, ma di una buona e autentica narrazione che accompagni i nostri giorni: plasmandoli in forma e bellezza, significato. Ma soprattutto assegnandogli un indirizzo, come una cartolina dal mare che si è perduta."
"Allora quello che ci manca è un postino!", ribatte lui.
"Un postino, giusto", interviene a sorpresa Jacques Lacan. Che proviene dalla direzione opposta e sta camminando senza fretta, l'esercito schierato dei capelli tali e quali alle fotografie degli anni sessanta, bianchi e fieri e fitti come crociati. "Ma come possiamo spedire qualcosa che non esiste a qualcuno altrettanto in debito di realtà: La femme n'existe pas, ricordi quel che insegnavo ai miei seminari?”
Stenmark assume l'espressione di chi sta per abbandonare un quiz televisivo perché non conosce la risposta, ma io gli do un leggero colpetto di gomito tra le costole, come dire non facciamoci riconoscere, ed entrambi facciamo sì sì con la testa.
“Se non che”, continua Lacan carezzandosi il ciuffo con la solennità di un cavaliere che si sistemi la visiera prima dell'attacco, “anche il maschio contemporaneo oramai n'existe pas. Da quando ho preso in giro tutti con quel gioco di parole sull'inesistenza della femmina – non sai come si sono incazzate le femministe... - il maschio occidentale è progressivamente dileguato, diventando il surrogato del vecchio spot di una marca di profumo: l'uomo che sa creare un sorriso e parlare col gli occhi comunicare col viso; o come direbbero le psicologhe che pronunciano invano il mio nome, con il linguaggio paraverbale.”
Ma alla terza ripetizione del termine paraverbale, anche la storia più robusta frana, si sfalda in chiacchiericcio da allegato di celebre quotidiano con celebri vip che, giuro, ma con tutta la buona volontà davvero non ho la minima idea di chi fossero. E così ora spariscono i vip ma – puff, puff – pure Lacan e Stenmark. Di cui rimane solo la fascetta distesa sul marciapiede come un cadavere ancora caldo, la decisiva prova di colpevolezza ricercata dal tenente Colombo.
Non avendo così più nessuno con cui parlare, nessun personaggio a cui riversare addosso i miei dubbi e pensieri, resto solo in una periferia italiana come tutte le altre, che in questo preciso momento mi sembra perfino e per la prima volta bellissima.
Solo con il mio respiro, che spingo fino alle estreme cavità dei polmoni, gonfiandoli di tutte le polveri sottili di questa città di parole e lampioni gialli, rotoli di kebab, centri fotocopie, passeri ingrigiti appollaiati sopra ai cavi sfrigolanti del filobus, mentre architetti con le toppe sulle maniche della giacca di velluto stanno lavorando nei loro loft con assistenti bionde e allampanate, che li chiamano per nome di battesimo, lavorando per reinventare un involucro a tutto ciò, come se volessero togliermi anche queste residue e minime certezze letterarie.
E così io respiro respiro respiro... Infine tossisco.

Tema: La mia città


(Continua la pubblicazione di vecchie poesie. Questa è stata scritta più di dieci anni fa e, nella mia remota intenzione, credo fosse concepita come un pastiche infantile di Essere e Tempo di Martin Heidegger. Peccato che Essere e Tempo allora io non l'avessi ancora letto, e nemmeno oggi. Rimane dunque questa poesia, o meglio questo piccolo giocoso tema da terza elementare. Che prova ironicamente a interrogarsi sul tempo, sul rapporto tra le cose e i loro simulacri verbali, la polpa e la buccia spessa del mondo. Nel dubbio che davvero resti poco poco, quando decidessimo anche noi di mettere un filtro cromatico alla realtà...)

La mia città ha un nome brutto
e un fiume magro.
Anche il nome del fiume è brutto
come la mia città che è brutta
come il suo magro fiume.
Un tempo, da bambino, nel tempo
grasso e tondo,
il fiume della mia città cambiava
ogni giorno colore -
diventava rosso giallo blu
viola verde rosso rosa e blu.
I colori più frequenti erano
il rosso e il blu.
Una volta, tanti colori fa,
il fiume magro diventava grasso
e nero diventava come il tempo
bambino rischiava di straripare
(“tracimare”, diceva la tivù).
Poi, però, era rimasto al posto suo
come il nome della mia brutta città
e del suo fiume magro:
ogni cosa a suo posto,
tranne i colori che scorrono via.
Annamaria mi ha detto
che le cose sono di tutti i colori
tranne quel colore lì, che vediamo
ed è per questo
che viene scacciato via dalle cose
che per questo noi vediamo – non so
se Annamaria ha detto proprio così…
Comunque,
quando il tempo bambino ha iniziato
a invecchiare, a dimagrire
e a diventare spigoloso,
la mia città ha prescritto un filtro
depuratore alla sua fabbrica
dei colori, mentre i ghiaccioli
alla menta diventavano bianchi
e la Fanta appena appena giallina
e il fiume magro e chiaro
(“progresso”, “salute”, “finalmente”
diceva la tivù).

Poi c’è ancora un poi, in cui ho imparato
che il destino dei nomi è stare,
scorrono via i colori e le cose
un po’ stanno e un po’ vanno coi colori,
prima di scacciarli.

martedì 1 febbraio 2011

Barbabietole



Certi moscerini come risalgono
lenti alle volte del paralume
verso una luce troppo forte
per loro, troppo rovente, o forse solo
troppo semplice da evitare: è lì,
unicamente sta lì,
basterebbe un'esistenza casuale,
un nuovo lancio dei dadi…
Io Eva Braun me la immagino così:
un abito di cotone leggero
ma non vistoso, direi antracite,
o blu di Prussia,
i riccioli chiari sullo schienale
e le braccia avvolte alle ginocchia –
sì, un cerchio perfetto
penseremmo a cose fatte.
L'autista rallenta, mette una freccia;
poi riprende schiarendosi la voce
ma non dice – tanto sarebbe uscito
qualcosa di convenzionale,
come una barbabietola in più
conficcata in una Baviera
che doveva apparire necessaria
(ecco il freddo mattino,
tiepido mezzogiorno, primavera;
le Mercedes dei generali
altri moscerini impazziti
nell’andirivieni statico
delle foto d’epoca:
sempre qualcuno che sorride,
che guarda altrove...).
Eva guarda fuori,
tra campi di segale e ancora
e ancora barbabietole 
– cuore viola sprofondato in terra grassa,
cuore in attesa, cuore viola rappreso –
o già guarda Eva al bunker di Berlino?
(I cani, tra poco i cani lupo,
gli schnauzer; Blondi la riconosce
e muove forte la coda, solleva
ciuffi di peli e un gessetto bianco
nell’aria satura di comandi;
infine, quel frettoloso scambio
delle fedi, traccia diurna e smagrita
dei bei sogni borghesi con la sorella;
o ancora, semplicemente, necessari).
E poi lo vede l'operatore russo,
la distesa candida dei sei figli di Magda Goebbels?

domenica 30 gennaio 2011

Ancora sulla bellezza (e sulla patria, la tosse, lo sci alpino, le polene, le dita lunghe e affusolate di un pianista ucraino)


Opel Corsa Enjoy TD, 130 km all'ora di media, strada statale 36. Solo qualche Suv Mercedes che mi supera dopo avermi minacciato con il lampeggiio degli abbaglianti; sul tetto gli sci ancora incrostati di neve che trafiggono l'aria gelida, come una polena.
Il tratto di superstrada è quello tra Colico e Lecco, disseminato da gallerie e improvvisi squarci pittorici di lago, lo stesso che fa alzare il culo miliardario di George Clooney e prenotare un biglietto aereo per l'Italia. Ora è però calato un velo scuro e avvolgente di foschia. Somiglia alla nebbia padana che incontrerò tra pochi chilometri, ma qui sono semplicemente nuvole basse che si afflosciano come palloncini obesi. Tra una quarantina di minuti, prima di mezzanotte, dovrei essere arrivato a Cinisello Balsamo dove immettermi sulla bretella Milano-Meda, con cui raggiungere finalmente la mia abitazione in Bovisa.
Dal contenitore in cui si ammassano i cd, pesco a caso una raccolta di musica classica offerta in allegato con la Repubblica, e dopo averla imboccata all'autoradio partono le prime note del Preludio e Fuga n° 1 BWV 846 dal “Clavicembalo ben temperato” di Johan Sebastian Bach, con Svjatoslav Richter al piano. Bach è Bach, ok. E anche Richter. Se poi ci aggiungi la foschia, le nuvole basse, l'andirivieni ipnotico dei faretti gialli delle gallerie, in un tempo e in un luogo che non sono ancora nessun luogo e nessun tempo... Beh, io a questa sensazione riesco a dare un solo nome: bellezza.
All'inizio della passeggiata delle dita lunghe affusolate del pianista ucraino sulla tastiera, ecco però come un'incrinatura, la polena che cigola all'urto di un'onda più forte delle altre. Ma si tratta solamente, me ne accorgo in seguito, dell'accidentale colpo di tosse di una persona presente tra il pubblico. Il primo colpo di tosse, meglio. A cui dopo pochi secondi ne segue un altro e un altro ancora. Un produttore e un editore seri, anche se tu sei Bach, tu sei Richter, è chiaro che buttano via l'incisione, quando qualcuno tra i presenti inizi e continui ostinatamente a tossicchiare, per tutta la durata dell'esecuzione. Non la Repubblica, evidentemente.
Ma chi se ne importa, non è questo il punto, e io provo a mettermi in scia all'ennesima Mercedes continuando ad ascoltare, se è possibile con maggiore urgenza e piacere di prima. Come se ogni intrusione della laringe infiammata sottolineasse, per contrasto, la potenza espressiva e incantatrice della melodia, che in tal modo viene accresciuta della qualità preziosa e rara della consapevolezza.
Un piccolo e ripetuto incidente che mi suggerisce come la bellezza, per raggiungere la piacevole e universalmente sperimentata sensazione di benevola naturalità, sia spesso, e al contrario, un gesto sottilmente "anti-naturale". Ossia l'impegno umano nel sottrarsi al baricentro gravitazionale del caso, dell'incuria, degli infiniti accidenti quotidiani che senza sforzo o intenzione o coscienza sbocciano nel parco della vita alla rinfusa, con la grazia sghemba di un colpo di tosse durante un'esecuzione di Bach.
Questo tratto di resistenza al caso e, potremmo dire con un'espressione vagamente altisonante, all'entropia, che caratterizza la bellezza urticata dai continui assalti della tosse, mi sembra poi una struggente metafora di quel che siamo diventati, della direzione in cui stiamo andando con il piede spensieratamente pigiato sull'acceleratore.
Ma un secondo, scusate l'interruzione: "Massì massì, ho capito: piantala di farmi gli abbaglianti e passa pure tu! Con la tua Mercedes scalpitante e innevata, la fretta matta dei funghi che vogliono raggiungere la statura della quercia in una sola notte, mentre la punta degli sci mira al cuore pulsante di un qualche demone moderno, che dilaga per le strade."
Perché cos'è diventata l'Italia, il nostro paese, la stessa idea di patria, se non una sublime melodia continuamente infestata dagli assalti rauchi della tosse, che provengono da quello sterminato e disattento pubblico che sono ormai gli italiani in gita?

venerdì 28 gennaio 2011

Wittgenstein


Wittgenstein è il nome
di un gattino bianco
Wittgenstein è il nome
di un gattino nero
quando tu lo chiami
arrivano in due
e in due miagolando
attestano il vero

mercoledì 26 gennaio 2011

Bellezza & Bizzarria


E' solo un dettaglio, una lieve increspatura sulla superficie mobile e frusciante del reale. Ma forse, invece, già un sintomo. Mi riferisco al diffondersi di suonerie elettroniche sempre più bizzarre e stravaganti, non necessariamente belle ma tanto tanto originali, con cui carichiamo il colpo in canna ai nostri telefonini: certi dell'effetto ilare e seducente del suo BUM, quando qualcuno ci chiami in mezzo a una folla affaccendata o distratta.

Addirittura, da qualche tempo, ai ritornelli televisivi nostalgici come Heidi, Goldrake od Orzowei, si stanno affiancando veri e propri dialoghi espunti da film famosi; tanto da non essere poi in grado di distinguere la telefonata dal chiacchierio circostante, confondendola con l'ordinazione di un cappuccino – “con molta schiuma, mi raccomando” - della nostra vicina trafelata di bancone.

Eppure, nonostante la funzione di richiamo si renda così sempre più incerta, la bizzarria di queste brevi clip sonore deve procurarci una qualche forma di piacere, non se ne spiegherebbe diversamente la diffusione. E' come se ogni volta che parte la vocina di Topo Gigio dal nostro Nokia, pensassimo tra noi: adesso li stendo, li stupisco, mostrando a tutti quando è ganza la mia suoneria, quanto è singolare.

Il termine chiave di questo meccanismo psicologico mi sembra dunque proprio quello di singolarità. A significare quell'elemento discreto e particolare – la qualità che ci distingue dagli altri, che ci rende riconoscibili e unici – con cui scontorniamo il profilo della nostra sagoma dalla folla, la nostra esclusività di persona. Ma ancora i conti non tornano completamente: in che modo riusciamo a individualizzarci in Provolino, o sovrapponendo la nostra irripetibile impronta sulla sabbia a quella di Furia cavallo del West, che beve troppo caffè e poi fa il pieno di fieno...?

Ecco, il cortocircuito davvero inquietante è che l'identità è tale – cioè appunto singolare, distinta dal brusio di fondo dell'umano – se quel tratto di diversità che esibiamo comunica un aspetto davvero decisivo di noi; altrimenti è una forma di conformismo che ci rende ancora più simili agli altri, uniformati all'andazzo generale. Se io penso di denotarmi per il semplice fatto che mi appello a un'idea astratta e generica di diversità, quando anche il mio vicino si riferisse a categorie come bizzarro, eccentrico, caratteristico e appunto singolare - o come dicono gli anglosassoni: cool -, saremmo perfettamente omologhi nella nostra presunzione di distinguerci. Per quanto dal suo telefonino squillassero le note di Raffaella Carrà che canta il Tuca Tuca e dal mio il dialogo grottesco di un film di Quentin Tarantino, l'esibizione congiunta della nostra volontà di distinguerci, che è ben diversa dalla distinzione, ci renderebbe infatti perfettamente identici, speculari.

Questi stessi caratteri, che sono ovviamente estendibili - e anzi vanno estesi - a qualsiasi campo dell'esperienza e non solo alla telefonia, dovevano già covare dentro un'epoca di poco trascorsa, o forse sono addirittura un tratto distintivo e costante nel nostro paese. Si ritrovano così anche tra le righe di una breve e bellissima poesia di Sandro Penna, descrittiva quanto profetica:

Beato chi è diverso

essendo egli diverso,
ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Ne ricaviamo che un'autentica diversità, per Sandro Penna, non si manifesta nell'esibizione formale di una variazione di superficie, ma in qualcosa come un'essenza, l'intima comunione con se stessi. Intuizione che ha saputo poi precisare dentro altre poesie e riassumibile quale condizione vagamente febbrile, in cui si venga come trasportati in una dimensione dai confini incerti e non più definiti dal perimetro dell'identità, che senza esitazione io mi sentirei di chiamare “bellezza”.

Cos'è infatti la bellezza se non l'essere agganciati da una forza superiore, l'orbita di un pianeta invisibile a cui non siamo in grado di resistere, ne diventiamo satelliti, fino al progressivo sgretolarsi dei bastioni delle nostre minime certezze che si traduce in piacere vago, sperdimento dentro qualcosa che avvertiamo come altro, ma allo stesso tempo anche proprio. Per una sorta di paradosso questa sensazione, simile a un'epifania, alla manifestazione di una novità radicale in un orizzonte quotidiano, ci rende infatti anche intimi (gli psicologi lo chiamerebbero forse un “insight”) a quel nucleo emozionale che avvertiamo come realmente e definitivamente personale: non bizzarro o caratteristico ma semplicemente diverso, nostro.

Bellezza e bizzarria non solo non sono termini equivalenti, ma, allora, polarità antitetiche entro cui oscilla il pendolo estetico della modernità, che dalla bellezza e verso la bizzarria sembra dirigersi anche nei piccoli comportamenti senza apparente significato, come rispondere a una chiamata sul telefonino. La bizzarria come contrario della bellezza, è questo che ci raccontano dunque i nostri gesti. E i nostri gesti sono il tableau vivant della nostra storia.

Per libere associazioni potremmo perfino arrivare a sospettare che è proprio la bellezza, con il suo più immediato correlativo che è l'amore, la qualità che consente di perdersi affinché ci si possa ritrovare, come suggeriscono numerosi passaggi delle Scritture. O se preferiamo, perdersi nel mondo per ritrovarsi in Dio non significa forse altro che abbandonare l'ostinata e rassicurante sensazione di veder riflesso il volto in una canzoncina eccentrica e vezzosa, per incontrarsi finalmente dentro un'immagine dai contorni ancora inauditi e lontani, che non è me ma allo stesso tempo parla sempre e solo di me. Tanto che perfino Nietzsche, il filosofo probabilmente più frainteso, anche da se stesso, aveva intuito che si deve diventare e non già essere quel che si è.

Ma fino a quando rimarremo aggrappati allo scoglio roccioso dei nostri minuscoli piaceri singolari - “una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte, salva restando la salute” - non incontreremo mail la bellezza, non diventeremo mai quel che siamo, compiacendoci unicamente di come gli altri si girano incuriositi al trillo di vecchie e buffe canzoncine della nostra infanzia. Beandoci di essere diversi, sì, quando siamo invece soli e così disperatamente comuni...

giovedì 13 gennaio 2011

Generazione paròl


Ma quanto sono ganzo, quanto sono bravo! A volte ci frulla dentro la testa questa idea, perlopiù sconfitta da bancomat che non riusciamo a far funzionare, distributori automatici, videoregistratori e macchinette del caffè da cui non otteniamo nulla, nemmeno una goccetta nera nera e bollente, come la scrollatina di una divinità imperscrutabile e dispettosa. Ma quanto sono stronzo, pensiamo allora in questi altri e numerosi casi.

Oggi però tocca festeggiare: l'ottimismo, l'autostima hanno provvisoriamente sconfitto il malumore. Quanto sono ganzo, sì. Sono riuscito a individuare quella che a me appare come la definitiva tara della mia generazione, che ho appena deciso di battezzare “generazione paròl”.

Avete presente il gioco del poker? Dopo aver distribuito le carte e lanciato il cip nel piatto, quindi aperto con una manciata di fiches, cambiato le carte loffie dal mazziere, esistono diverse opzioni. E' possibile proseguire nella partita rilanciando, oppure vedere il gioco degli avversari o semplicemente mollare il colpo, ritirarsi per la consapevolezza dei propri limiti, rifiutandosi di mettere la posta richiesta per continuare la sfida.

In alternativa, si può chiamare paròl.

Che significa che tutto quanto maturato fino a quel momento, se c'è un accordo tra i giocatori, viene tenuto lì come sospeso, ibernato, affidando alla mano successiva il compito di decretare un vincitore. Le carte vengono allora deposte come i guantoni alla fine del round, se ne riparla al giro successivo.

Generazione paròl significa dunque che c'è una generazione – la mia generazione – che ha rinunciato alla partita, preservando il proprio soldo di bellezza e verità da quel pericoloso azzardo che è la vita, dove sempre tocca rilanciare in moneta di sogno sulle generazioni che ci hanno preceduto.

O meglio: abbiamo differito il momento presente, delegato al futuro tanto gli inciampi che le possibilità.

Con ciò abbiamo naturalmente anche risparmiato in errori, velleità mal risposte, smottamenti al culmine della piramide dei gettoni colorati, che come sono arrivati possono sempre scappare via. Non c'è insomma il rischio di incappare nel Marsigliese con gli occhi di ghiaccio che ti spenna fino all'ultimo quattrino, con l'aiuto magari di un asse di troppo nel risvolto della giacca. No, non è una minaccia che corriamo noi, che ha corso la mia generazione ormai già lontana cento mutui e assicurazioni sulla vita dal tavolo da gioco, con le sue nebbie dense di Marlboro.

Noi abbiamo smesso di giocare e siamo rientrati a casa prima del gong finale, dove ci aspettavano mogli e figli ancora alzati davanti un vecchio film di John Wayne: lui che avanza nell'ombra opprimente di una casa, si gira un'ultima volta a osservare gli altri dalla cornice pittorica della soglia, la sua famiglia finalmente riunita, felice...

Ma infine si rigira e incammina verso la luce abbagliante della prateria. Titoli di coda.

Saranno dunque Loro a proseguire nel gioco, i nostri figli, di cui siamo entusiasti al limite della nevrosi, euforici e orgogliosi come nessun'altra generazione mai. E sì che fare un figlio è per un maschio così semplice: basta scopare, una rapida sveltina. Ma è quel che serve perché compaiano finalmente Loro, come il Settimo cavalleria, Loro che giustamente fanno rima con oro: a riprendere le carte in mano o rimontare a cavallo, il cappellaccio di tre quarti.

E' dunque alle generazioni future, contraltare radioso di ogni negligenza presente, che la mia ha demandato l'azzardo di una qualche idea di mondo, la scommessa della forma; perfino la vertigine inebriante del male o il ratto delle squaw. A noi è apparso sensato credere che per essere padri è sufficiente generare dei figli, da accudire poi come madri premurose e care.

Quindi abbiamo chiamato paròl.

domenica 9 gennaio 2011

Apprendistato



Hanno un odore buono i tedeschi al lago –
e sono, pare, le creme da sole
al cocco con alto filtraggio, o peggio
taluni unguenti in uso ai contadini
bavaresi per le mammelle
delle mucche. Ma chiara
la carnagione tedesca dei tedeschi
al lago, ugualmente arrossa:
da principio le spalle
e poi via via a gonfiare palloncini
di siero, si sfoglia, ecco che casca
come casca l’abito nel camerino
e la commessa, da fuori, che chiede:
“Allora, come va?”

Ma non c’è davvero qualcosa
che non va, del nuovo abito è giusto il taglio
e anche il colore, buono il tessuto – eppure...
Qualcosa, sì, come un presentimento
da un tempo ulteriore che potrebbe
diventare presente con un niente,
con un gesto rapido e brusco
della mano che ti troverebbe
certo in mutande, curvo, abbattuto
mentre stai infilando i pantaloni
e lei, di nuovo, con identico tono
distratto e la tendina schiusa
e la più feroce tra le domande:
“Allora, eh, come va:
ha trovato ciò che cercava?”

I tedeschi al lago poi richiamano
bambini tedeschi dal lago
e loro corrono, corrono
fuori con una risata argentina
che non è esattamente una risata
ma, di quella, intendi, l’apprendistato.

venerdì 7 gennaio 2011

Ballerine


Davanti a Ballerine alla sbarra di Degas, mettiamo.
Il luogo è il British Museum,
la tecnica compositiva il disegno;
siamo nel 1873, non sappiano altro,
con le due ragazze, due ballerine
appena sbozzate e tutto intorno e fin dentro loro:
l’azzurro.
La struttura del quadro è semplice.
Le due ragazze stanno l’una in fronte all’altra;
quella di destra è di spalle, un poco più definita
e un poco più grande anche, per via della prospettiva;
entrambe hanno una gamba tesa sulla sbarra,
provano una figura di danza, sembra.
Questa cosa mi ha sempre affascinato: le figure
della danza classica – la prima, la seconda, la terza...
Ma di preciso, quante sono?
Mettiamo che non lo si sappia.
Che nessuno sappia quante figure
si debba imparare per avere accesso
finalmente a una danza vera.
Mettiamo questo azzurro, e queste figure.
Stanno alla sbarra e provano: due ballerine
alzano la gamba destra, poi la sinistra,
si flettono, si inarcano; ritte sulle punte
stanno per giorni e giorni, mesi, anni
come aspettando qualcosa...
Ma cosa?
E continuano così a muoversi piano,

nell’azzurro, sempre più piano;
 
qualcosa, sì, chi dice un segno
e ognuna fa uguali i movimenti dell’altra,
proprio gli stessi, attenzione,
ma piano, piano,
nell’azzurro,
forse un segno,
facendo e rifacendo le figure...

Poi qualcuno entra all’improvviso e dice a una
- a una soltanto, attenzione ancora: "Ecco
sono finite le tue figure, puoi iniziare a danzare."
E mettiamo che in quel preciso esatto momento
si delinei un profilo, prenda un suo proprio colore.

martedì 4 gennaio 2011

Fuckin Anne, o sull'intransitività del duale


Stavo guardando un vecchio filmato su YouTube in cui Anne Sexton legge una sua poesia. E pensavo: bella. Non la poesia, intendo, che il mio grado di comprensione dell'inglese parlato afferrava solo per brevi e improvvise schegge sonore, come se una grande nuvola nera lasciasse filtrare i raggi del sole secondo l'estro del vento, i singhiozzi del caso. Ad essere bella era dunque lei, Anne Sexton. Di quella bellezza, però, di solito non attribuita agli artisti e ai poeti – non era la bellezza del vento, della nuvola – ma conficcata dentro la polpa viva e pulsante del sole; una bellezza che ti fa socchiudere gli occhi, se la fissi troppo a lungo.
Avevo già provato una simile sensazione con Ingeborg Bachmann, o con Sylvia Plath. Anche Alda Merini, che onestamente non era proprio bella, bella come lo è invece in modo flagrante e quasi teatrale la Sexton - gli occhi chiari e affilati fissano l'obiettivo che la riprende, prima di fare l'occhiolino allo spettatore - mi provocava a volte lo stesso leggero capogiro, mescolato a un inquieto senso di stupore e d'attesa. Io non sono un consumatore abituale di poesia, lo confesso. E a maggior ragione nella poesia femminile avverto una distanza che non sempre ho voglia di colmare con sforzo e intenzione. E' il corpo stesso delle poetesse, specie quelle vissute tra il dopoguerra e gli anni settanta, con biografie complesse e tormentate, a procurarmi questo turbamento dei sensi. Mi appaiono come la propaggine estrema di un continente perduto, sommerso dagli anni ottanta e poi dall'arguzia ermeneutica, quando non del tutto cialtrona, poco importa, del presente letterario.
Ancora più che negli scrittori maschi, nelle poetesse “perdute” si percepisce invece lo stigma di una risoluta serietà, riflesso di una totale e perfino scandalosa coerenza tra esito formale e proposito emotivo. Che non ha nulla, tra parentesi, di manieristico o sperimentale, ma quasi il tratto evangelico di chi dica sì il suo sì, e no il suo no. Così se Anne Sexton, con una voce dalla tonalità ruvida, quasi teppistica nell'intonarsi sornione e dilatato, pronuncia la parola love, tu avverti che sta parlando proprio d'amore, quella roba lì, la senti crescere tra la pancia e il plesso solare e poi salire ancora, a bagnarti gli occhi. Lo stesso per death, avverti la morte, il fiato sul collo della morte, che nel suo caso aveva la consistenza densa e opaca del monossido di carbonio, a saturare prima le pareti del piccolo garage e poi i polmoni ed il cuore. E infine fuck, lo capisci che vuole dire proprio scopare, fottere, cif ciaf di corpi che si incastrano senza il filtro di qualche romantica nuvoletta e viceversa la cosa in sé, che non è forse nemmeno una cosa ma la parola che ad essa rimanda, in un continuo richiamarsi con l'esperienza, mai concluso.
Ecco, questo assurdo cortocircuito tra parole e mondo io ormai riesco ad avvertirlo solo nelle poetesse, prima ancora che nei poeti; e poi nei matti, gli ammalati, gli ossessi ed i mistici. E naturalmente anche nel sesso, to fuck again. Scopare non vuole infatti dire fuggire il mondo e le parole dentro un altro corpo, protettivo e tiepido come la coperta di Linus – per quello basta un corso molto soft di meditazione New Age, o ancora meglio una domenica pomeriggio davanti alla televisione. Nel sesso si percepisce piuttosto l'assoluta divaricazione che, tanto tra una parola e il suo simulacro quanto tra un cazzo e una fica, si spalanca tra di noi senza possibilità di una vera e definitiva sintesi. Uno spazio che nemmeno il gesto riesce a ricolmare: si scopa per riscopare, almeno quando le forze lo consentono. Ed è un cerchio che non si chiude mai, se non al prezzo del cerchio stesso.
Scrivere poesie allora non significa forse altro che il medesimo gesto, sempre sconfitto sul nascere, di chi provi a prendere sul serio questa impossibilità, e con la corrucciata fede di un bambino che si traveste da indiano pronunci anch'egli il suo "facciamo come se": come se il mondo fosse ricomponibile in sillabe, sapendo perfettamente che non lo è. L'intransitività del duale, potremmo dire così, che per quanto impossibile va condotta fino alle estreme conseguenze di una lingua. O se preferiamo, ma che poi è lo stesso, di una vita. Perché vivere significa in fondo anche scoparsi Anne Sexton, con trentasette anni di ritardo in uno sgranato bianco e nero su YouTube.

lunedì 3 gennaio 2011

Seminari di studio sulle principali tradizioni spirituali, a Milano

Pensare l'impensabile

Seminari di studio e comparazione delle tradizioni spirituali

prof. Gianfranco Bertagni

L'associazione culturale Fontana con soldino, in accordo con il filosofo delle religioni Gianfranco Bertagni, organizza un ciclo di incontri sulle maggiori tradizioni spirituali, sia orientali sia occidentali. Lo scopo dell'iniziativa è quello di dissipare la quantità di dubbi, incrostazioni spurie, inesattezze e superstizioni che si accompagnano alla crescente diffusione delle tematiche spirituali. Senza volersi limitare a una prospettiva storica e antropologica, il “fatto” religioso viene quindi accostato e comparato, oltre che geograficamente e cronologicamente, anche alle recenti acquisizioni che provengono dalla ricerca scientifica e dalla psicologia del profondo; in particolare di quella corrente, inaugurata da Carl Gustav Jung, che è stata chiamata transpersonale. In altre parole viene preso come specifico oggetto di studio ciò che nel Novecento è stato chiamato “fenomenologia del sacro”, a cui approcciarsi con i molteplici strumenti della cultura e della sensibilità.

Gli incontri hanno cadenza mensile e durata giornaliera - dalle 10 del mattino fino alle 18 circa, con una pausa per il pranzo - e si tengono a Milano la domenica, a partire da gennaio 2011.

Grazie a una fortunata serie di combinazioni, si è riuscito a limitare il costo dell'intera giornata a 35 euro, nei quali è compresa una breve dispensa didattica. Ricordiamo che è possibile partecipare anche a un singolo incontro, senza aderire all'intero ciclo.

Di seguito il tema e il calendario dei seminari previsti:

23 gennaio - Filosofia Indiana

20 febbraio - Buddhismo

20 marzo - Zen

17 aprile - Taoismo e filosofia cinese

22 maggio - Islam e Sufismo

Per la ripresa autunnale, in data e luogo ancora da stabilire, sono previsti i seguenti incontri:

- Sciamanesimo

- Kabbalah ebraica

- Tantrismo

- Mistica cristiana

- Ermetismo e Gnosticismo

- Psicologia transpersonale (Ken Wilber e Stanislav Grof)

- Alchimia occidentale

- Alchimia orientale

- Teosofia e Antroposofia (da madame Blavatsky a Rudolf Steiner)

- Il Sistema di Gurdjieff

- Paganesimo e neopaganesimo

- Cos'è la Tradizione? (Eliade, Guenon e Zolla)

- I Ching

- La fisica delle particelle e la spiritualità orientale (la proposta di Fritjof Capra)

- Mito e simbolo

- Etica ed estetica

- Maestri moderni (Aurobindo, Osho e Krishnamurti)

- Raimon Panikkar, un teologo a cavallo di tre religioni

Gianfranco Bertagni nasce il 2 dicembre del 1971 a Palermo, vive a Bologna. Laureato in filosofia e specializzato in storia delle religioni, ha frequentato la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini, lo Studio Teologico Accademico di Bologna, il Centro Studi Bhaktivedanta di Pisa e il Centro di Terapia Strategica. Ha goduto di una Borsa di studio dell'Accademia dei Lincei per la specializzazione negli studi storico-religiosi. Già docente all'interno della cattedra di Storia delle Religioni dell'Università di Bologna e professore di Filosofia delle Religioni e Fenomenologia del Sacro presso l'IFST di Modena, svolge attività di docenza e formazione in diverse realtà aziendali italiane. Autore e conduttore della trasmissione settimanale radiofonica Dharma (sul buddhismo e le filosofie orientali in genere) a Radio K Centrale di Bologna, coordina la sezione "Filosofie orientali" del portale internet Supereva. Collabora inoltre con il Centro Natura di Bologna, presso il quale tiene regolarmente i corsi di meditazione ed è docente per i corsi della Scuola di Filosofia Orientale, con la Fondazione Istud (Stresa), con Aghape (Imola), con l'Associazione Senzanome (Modena) e il Centro del Cerchio (Ravenna). Fa parte del comitato scientifico del Centro Interculturale Raimon Panikkar e della Redazione di Filosofia e Teologia. (Sito Internet personale: http://www.gianfrancobertagni.it).

Per informazioni e adesioni ai seminari, scrivere a: fontanaconsoldino@gmail.com

Oppure telefonare al numero: 393.2941746

Gli incontri si svolgeranno nella saletta riservata della Trattoria l'Antica, via Bovisasca 85, Milano, aperta in esclusiva per il seminario nella giornata di domenica. Nel locale, durante la pausa meridiana, sarà anche possibile pranzare a un prezzo concordato di 15 euro, tutto compreso.

(Si richiede cortesemente una conferma, non vincolante, almeno un paio di giorni prima di ogni incontro. Anche perché la classe del seminario, per favorire l'interazione col docente, ha un limite massimo di 30 persone, e un minino di 10 iscritti per la sua attivazione. Si ricorda inoltre che dalla ripresa autunnale verranno attivati anche dei nuovi corsi, tenuti dallo psicanalista Roberto Maria Sassone e dal ricercatore indipendente Carlo Dorofatti).


mercoledì 29 dicembre 2010

Lettera aperta a Beppe Sebaste



Caro Beppe,
tu ed io non ci conosciamo di persona, ma per quella confidenza immaginaria che nasce dalla prolungata intimità con le pagine di un libro che hai molto amato, ti sto scrivendo una lettera aperta dal tono forse un po' troppo confidenziale, appunto.
Il libro in questione è Porte senza porta, che possiedo in una vecchia stropicciata edizione Feltrinelli. Ora ho appena iniziato a rileggerlo nella sua versione aggiornata (“rewind”) e una cosa, subito, mi ha colpito ascoltando il cd allegato al volume. Vorrei così parlartene senza pensarci troppo su; ancora a cavallo della bestia, come si dice. E' quando tu confidi della difficoltà di incrociare degli autentici maestri dentro la professione in cui forse più ti riconosci, quella di scrittore o in generale di artista, tanto da chiamare “fratelli maggiori” alcuni tuoi compagni di strada.
Vero, è una considerazione che anche a me è capitato fare di frequente. Imbarazzante la distanza che si apre tra le pagine di un libro di Aldo Busi, mettiamo, e le sue comparsate televisive. E come è riconoscibile lo sconforto di Paolo Villaggio che, dopo un intensa e asimmetrica amicizia con Federico Fellini – è lo stesso Villaggio a chiamarlo sempre maestro –, così conclude: “Fellini era un uomo che non aveva niente da darti.”
Ma come in tutte le intuizioni felici, subito vengono in mente casi particolari che le smentiscono e sembrano farti no no con il ditino, come le teste di certi cagnetti di pezza che venivano incollati sul lunotto posteriore delle automobili, sembrano passati un milione di anni. Marco Lodoli ad esempio e per restare all'attualità italiana. O per contiguità geografica penso a Eraldo Affinati e al suo quasi omonimo, non solo per l'onomastica, Edoardo Albinati. Beh, io trovo questi scrittori degli splendidi maestri, non sei d'accordo con me, Beppe?
Eppure eppure... al fondo hai proprio ragione tu: le qualità necessarie al magistero dell'esperienza, diciamo così con una formula vagamente altisonante, non hanno alcuna omogeneità con il talento artistico, e a maggior ragione con la sua espressione. Per riprendere quanto proponi già dall'epigrafe del tuo libro, maestro è infatti "colui che indica il cammino del ritorno a sé. Colui che aiuta a ritornare a casa”.
Verrebbe da aggiungere, in un tentativo ironico, ma non troppo, di collocare prossemicamente tale affermazione nello spazio, che maestro è chi si rivolge a un Tu nella convinzione che possa tradursi in un Egli. Meglio ancora: maestro è chi rivolgendosi a un Tu rotolante nello spazio (“like a rolling stone”) per effetto della propria interferenza crea le condizioni gravitazionali affinché Tu possa diventare Egli; Egli sarebbe cioè colui che cessa di rotolare e ritorna alla stabilità domestica. Tanto che potremmo a questo punto anche invertire i termini pronominali, visto che nel gesto del rincasare è presente l'intuizione che Egli fosse, già da sempre, Tu; almeno a un livello narrativo potenziale.
Jodorowsky sintetizza questo aspetto del magistero con il concetto di “io essenziale”. Ciò che noi abbiamo chiamato Egli, in altre parole, non sarebbe altro che l'identità più genuina dell'allievo, implicata al suo interno come vocazione individuale che può manifestarsi solo nel momento in cui prende consapevolezza di sé. Ma ciò può avvenire solo attraverso una sorta di processo di deprogrammazione, di cui tu Beppe parli diffusamente, che potremmo interpretare anche come ripulitura dalle incrostazioni sociologiche e dalle scorie culturali, di cui era inizialmente gravata e dunque anche falsificata l'identità iniziale o presunta. Così da sospettare che l'interlocutore del maestro – il Tu a cui si rivolge - fosse già da subito tale essenza sopita. Un'essenza, se ho ben inteso, che si attualizza solamente nell'interazione umana con il maestro, e non va perciò interpretata come cosa in sé già costituita, ma appunto come racconto che raccontandosi accade.
Bene, se, per approssimazione, mi sono avvicinato allo schema cognitivo della dialettica maestro allievo come da te descritta, provo ad avventurarmi in uno schema speculare che racchiuda quella che si sviluppa tra artista e pubblico. Che io mi sento così di proporre: artista, “vero artista”, è colui che, parlando a un Voi più o meno definito, trasforma il Voi in Loro. Non c'è infatti Tu per l'artista, ma solo una pluralità umana genericamente approcciata come identità culturale e civile di una comunità realizzata su base storica e geografica – ed è molto importante tale aspetto di attualità crono-geografica, specie nell'idea moderna di romanzo – che grazie anche alla relazione con la voce dei propri artisti è in grado di precisarsi e riconoscersi, e cioè ancora una volta di autotrascendersi attraverso il processo della narrazione.
Sì, certo, il personaggio narrativo appare individualizzato - e in effetti lo è, almeno negli esisti più riusciti dell'attività letteraria - ma non sulla base di sue presunte qualità essenziali, quanto nel reagire all'insinuarsi in lui delle voci circostanti, al rifiuto dei valori prevalenti nella collettività o nella famiglia di origine, che avverte come indebiti. Lo schema romanzesco, con una spregiudicata semplificazione, potrebbe essere ricondotto al tentativo del personaggio di sottrarsi alle influenze esterne, che cercano di conformarlo a un modello precostituito e impersonale, spesso anche ingiusto e violento. Potremmo insomma sospettare che la scaturigine romanzesca stia nel mito di Antigone che si oppone a Creonte.
Ma stiamo appunto parlando di opposizione, di un effetto che potremmo definire "di ritorno". E' come se il personaggio risultasse autentico solo nel gesto di rifiutare il falso. Si rifiuta di diventare ciò che non è, ecco. Ma sull'essenza cava della soggettività la narrativa, quanto le arti figurative e cinematografiche, sembrano afasiche, incapaci di pronunciare una parola realmente decisiva. Forse perché l'opposto del falso non coincide necessariamente col vero, e anzi finisce con il mantenere memoria dell'inautenticità d'origine da cui si è contro-definito, come intuì Nietzsche attraverso l'icastica formulazione di "malattia delle catene"; nel moderno linguaggio psicanalitico potremmo forse tradurre con formazione reattiva. Ciò che ci può dunque indicare l'espressione artistica, al suo meglio, è semplicemente che si deve andare avanti, continuare, proseguendo a dire l'indicibile e a mostrare l'invisibile, così come conclude Beckett la sua trilogia. Continuare cioè a confrontarsi con l'invadenza omologanate del noto alla ricerca di qualcosa di sconosciuto e di proprio, di qualcos'altro...
A me sembra così che il nocciolo della relazione tra artista e pubblico stia in questo aggettivo indefinito: altro. Al punto di reificarlo in sostantivo, come fa lo psicanalista Jacques Lacan quando sintetizza la formula di “Grande Altro”. A significare l'apparato di conoscenze, simboli, pregiudizi, timori, interessi economici e politici e sessuali che vanno a definire lo sfondo culturale inconscio di ogni socialità organizzata, ossia lo schema implicito dei suoi poteri. Il vero interlocutore dell'arte - il Creonte a cui si oppone - non sarà allora proprio il potere, inteso come quel Grande Altro che, interferendo subliminalmente con le nostre vite, contribuisce a determinarle?
Arte come interferenza di ritorno al potere simbolico, dunque. Che può essere critica quanto apologetica, naturalmente: l'arte non è necessariamente contro, ma direi piuttosto di contrasto, alla maniera dei reagenti utilizzati nell'analisi di laboratorio, che portano in evidenza e dunque favoriscono la dinamica delle forze in campo. Ciò significa che l'arte, per riprendere un'altra bella immagine dal tuo libro suggerita nell'intervista al filosofo Aldo Gargani, come nell'incontro da tra due onde di frequenza può entrare in fase con il potere, potenziandolo, quanto in una interferenza distruttiva che ne favorisce una diversa ricomposizione. In ogni caso l'arte, che ancora una volta dobbiamo distinguere dal mero esercizio calligrafico, non scorre mai neutrale come un ruscello accanto al grande fiume del potere, tanto da concludere che un gesto artistico realizzato è quello che riesce a rendere l'apparato simbolico del potere, anche solo di un piccolo poco, altro da ciò che è, ovvero a spostarne il limite. Ma per quanto venga di continuo riposizionato, il limite, a questo modo, viene anche confermato.
L'arte è insomma lo strumento che gli uomini si sono dati per rendere altro il Grande Altro, e con ciò garantirne l'esistenza. Mica male, come sfida!
Istituita la nostra modesta proposta ermeneutica, almeno nella sua cornice concettuale, non ci rimane che cogliere alcuni effetti derivati, andando così forse a rischiarare anche la tua originaria e felice intuizione: “quasi mai gli scrittori sono dei maestri”, pronuncia la voce bassa e profonda di Beppe Sebaste dalla casse acustiche della mia autoradio. E ciò dipende probabilmente dal fatto che il risveglio di quell'identità essenziale che un maestro provoca nel momento in cui si rivolge al Tu dell'allievo, consapevole o meno di esserlo, allievo ma anche maestro, è un effetto di rimozione cosciente proprio di quell'apparato simbolico e culturale che l'arte contribuisce a ridefinire: il Grande Altro del potere, di ogni potere, che è all'origine una semplice legislazione del dire e del significare, una macchina mitologica con le pale ancora impastate di sogno e d'argilla.
Se l'artista dunque mette, pone, reintegra e definisce criticamente, in questo simile al vasaio, il maestro spirituale toglie, alleggerisce, smantella come lo scultore. E ciò anche quando formalmente sia impegnato a trasmettere un insegnamento codificato, ossia ad "educare insegnando". La dimensione dell'autentico più volte richiamata nel volume, starebbe dunque nell'autenticità del possibile, inteso come uno spazio vuoto da ricolmare con un'intenzione spogliata da ogni incrostazione spuria.
Vengono alla mente i potentissimi versi contenuti in una poesia di Milo de Angelis, che riferendosi a un gruppo di medici chirurghi incrociati in un corridoio d'ospedale, tra lo scalpicciare degli zoccoli e l'odore penetrante dell'alcol tra le bende, mescolato alle risate e al cazzeggio di chi ancora una volta l'ha fatta franca nella partita con quel diverso Grande Altro che è la morte, conclude con queste disarmate parole: “... se ti togliamo quel che non è tuo \ non ti rimane niente”.
Ecco, il niente, per un artista, è inconcepibile! L'arte rifiuta la morte, intesa come annichilimento, come morte che immortala, bloccandole, le possibilità drammaturgiche di una storia, e afferma la vita come necessità della forma di forgiarsi in altre forme. E ciò anche al prezzo di modellare una materia che in effetti "non è tua", che non sei tu ma il riflesso che il mondo, l'Altro, il differente, ha su di te. Con l'unica eccezione della poesia, non a caso spesso accostata, anche nel tuo bellissimo libro, al magistero spirituale. La fiducia del narratore nell'epos sociale, nelle possibilità espressive e semantiche di una lingua e di un apparato di segni condiviso, lo portano invece al bisogno di uno scambio, anche conflittuale, appunto, come abbiamo visto, con le strutture significanti del potere. Ma mai a mettere in discussione che ci sia un potere – un potere Altro – e che questo Altro abbia una qualche funzione determinante le vite individuali. L'artista crede insomma in una polis, in una civitas e soprattutto in una lex, anche quando apparentemente vi irride posando in una gestualità eccentrica e autoriferita.
Al contrario un maestro esercita il suo magistero più prezioso nel momento in cui ricorda che, se ti togliamo quel che non è tuo, non ti rimane niente. Perché è proprio sulle fondazioni di quel niente che la pratica avviene, e che l'allievo diventa finalmente quello che è.



lunedì 13 dicembre 2010

Destra e Sinistra, o sul ventre cavo dei gazometri


Destra, sinistra, accidenti... A furia di girarli e rigirarli come una matita in attesa di una buona idea, i concetti geometrico-spaziali sembrano frantumarsi tra le dita, esplosi e decomposti in tante minuscole schegge di legno e grafite. O forse sono i concetti tout court, a rivelarsi inadeguati a illuminare la nuova scena politica. E' come se all'occhio dell'osservatore si presentassero ormai solo immagini decomposte, frante, e il suo compito quello di ricomporle dentro il puzzle di un quadro astratto. Un Lego, meglio, un meccano, dove dagli stessi materiali si può pervenire a infinite forme.
Esperienza che ha nella narrativa, in quanto gesto discrezionale nello stabilire rapporti significativi tra le cose, il suo riferimento più immediato. Non più la Storia, con i suoi legami certi di causa ed effetto, o la scienza politica, ma politica come arte, come costruzione del caso e della sensibilità. E sono allora le storie, a occupare la piazza deserta della polis.
In fondo ciò che si cerca da una buona politica è l'applicazione concreta, all'interno della vita di una comunità più o meno strutturata, di categorie come bello, buono e soprattutto giusto. Nozioni anch'esse sgretolate dal rullo compressore della decostruzione novecentesca. Lasciando al suolo solo macerie, frammenti di un racconto possibile, eventuale o addirittura fantastico, impossibile. Scriveva Lacan: “l'impossibile a volte accade”.
Provo allora a chinarmi sulle mie, di macerie, e a cavarne qualcosa come una minima storia politica, forse un apologo.
Io abito in un quartiere della periferia nord di Milano. Si chiama Bovisa, il mio quartiere. In tempi lontani ha preso il suo nome dall'attività agricola e di allevamento bovino che vi si svolgeva. Una zona poco edificata e molto nebbiosa, qualche prospera cascina, pascoli verdi e saporiti. Poi, nei primi anni del secolo scorso e con più forza nel secondo dopoguerra, Bovisa si è trasformata in area artigianale e di piccola e media industria; con una forte prevalenza del settore chimico. Ha dunque profondamente risentito, a partire dai primi anni settanta, della crisi industriale ed energetica, che ha portato alla ristrutturazione e alla Milano da bere degli anni ottanta.
Un quartiere bovino senza più buoi, ecco cosa rimaneva della Bovisa. Ma anche senza più fabbriche, e con laboratori artigianali che preferivano ingrandirsi nella più accogliente Brianza. Lo scheletro scintillante e vuoto dell'impianto di refrigerazione dei gazometri è forse l'emblema di tutto ciò. Come l'enorme colonna vertebrale di un Tirannossaurus rex, a ricordarci che è esistito un tempo diverso e remoto. Non necessariamente migliore.
Infine l'arrivo del Politecnico, una scommessa urbanistica coraggiosa e dall'esito incerto, con i muscolosi dipartimenti di ingegneria, architettura e design, che istallandosi nei vecchi opifici abbandonati hanno saputo risollevare la schiena del vecchio sauro, riconnotando il quartiere in funzione studentesca e di piccola borghesia; una zona dove fare buoni affari, per gli immobiliaristi che vi scorrazzano con scarpe lustre dalla punta rettangolare. C'è chi addirittura parla di futura silicon valley milanese.
Non so se cedendo alla lusinga di quelle scarpe ortogonali e imbarazzanti o a una periferia ruvida e confusa, che non ha ancora deciso cosa fare\diventare da grande, eccomi dunque a Bovisa, pure io. Con il mio appartamento da ricco e il mio portafoglio cronicamente vuoto, tale quale al ventre cavo dei gazometri.
Per mangiare, a mezzogiorno, funziona così. Più ti avvicini a uno dei numerosi edifici dell'università, più aumenta, proporzionalmente, anche l'incidenza di piccoli bar, trattorie, tavole calde dove pranzare con pochi spiccioli. Il mio preferito si chiama Speranza, chiaramente per il nome. Ma anche per il magnifico minestrone, nella doppia versione con o senza riso, cucinato dall'anziana madre di Paolino, il titolare del locale. Primo, secondo e contorno fanno sette euro e cinquanta. Che diventano nove se ordini anche una caraffetta di vino rosso. Io per me lo prendo, voi fate come vi pare.
Un altro posto dove vado spesso è la Montagnetta bis, da cui si deduce una primogenitura disseminata da qualche altra parte, sorta di archetipo platonico a cui tutte le Montagnette seguenti possano ispirarsi. Agli originali io ho comunque sempre preferito le copie, come per i Rolex o gli Adriani Celentani, di cui ogni bar Sport contempla una versione da esportare ai concorsi estivi per imitatori. Insomma, vado alla Montagnetta bis. Dove una volta ho mangiato: un piatto di spaghetti alle cozze seguito da pesce spada alla piastra con contorno di patate al forno al rosmarino; ma anche una porzione di spinaci saltati con aglio, olio e peperoncino, quale doppio contorno a cui avevo “diritto”; il tutto condito dal solito quartino di vino rosso; caffè; correzione di grappa. Quando sono andato alla cassa per pagare, sul mio scontrino ci stava scritto nell'angolino in basso a destra: otto euro.
Con otto euro, giuro, se io faccio la spesa riesco a comprarmi al massimo quattro budini di soya all'aroma di vaniglia; forse perché vado in posti dove vendono quei cibi da stronzi tipo budino di soya alla vaniglia, per ipocondriaci alimentari e gente priva di immaginazione gastronomica come me. In ogni caso: pesce spada, cozze, otto euro... Mica l'ho ancora capito come fanno.
Per penetrare dentro i segreti della loro economia domestica, ho così iniziato a fargli qualche domanda, dilazionata nel tempo e quando non stanno sparecchiando o servendo ai tavoli dove si accalcano gli studenti del Politecnico. Non che siamo proprio amici ma si è creato un buon rapporto, tra me e quelli della Montagnetta (la Montagnetta bis, sia chiaro!).
Sono quasi tutti egiziani e imparentati tra di loro, i montanardi. Il più anziano, come sempre succede, è arrivato per primo una quindicina di anni fa, e risalendo la scala dei lavori più umili deve essere riuscito ad aprire la Montagnetta; parlo di quella originale, l'archetipo gastronomico. Quindi sono arrivati tutti gli altri, che con il parente iniziale – “l'archetipo antropologico”, diciamo così per estensione – condividono poche certezze. La prima è il tifo incondizionato per la squadra del Milan. Il secondo, la passione politica per Berlusconi. E pur intuendo un nesso tra le due cose, non ho ancora capito quale viene prima e quale dopo, la causa e l'effetto. Per la costruzione della mia storia bastano però questi soli dettagli, di cui prendo atto e me li segno da qualche parte: otto euro; immigrati egiziani; Berlusconi; Milan. Prima o poi, vedrete, ci torneranno utili.
Quindi faccio un'ellisse spaziale e temporale, raggiungendo un altro locale presente nella zona. Si chiama Scighera, equivalente milanese per nebbia, ed è un circolo Arci piuttosto noto e attivo da queste parti, distinguendosi nell'organizzazione di numerose e belle iniziative serali. Si tratta perlopiù di concerti, ma anche teatro, conferenze, presentazioni letterarie o serate a tema di gastronomia regionale; oltre che il consueto menu diurno per studenti e lavoratori.
Una volta ci sono andato anche io, per pranzare alla Scighera. Ma osservando la lavagnetta in cui è esposta la lista dei piatti del giorno con i relativi costi, mi sono accorto che se mi fossi fermato a mangiare non me la sarei cavata con meno di quindici euro; anche più di venti, per un trancio di pesce spada e tutto il ben di dio che ti danno gli egiziani. Così sono tornato indietro e sono andato da Montagnetta bis, o da Speranza, ora non ricordo.
Con l'andar dei giorni si è però creato un rapporto di cordialità e simpatia anche con il personale della Scighera, che immagino ovviamente di sinistra; insomma, non so per quale squadra tifino, ma di certo non votano Berlusconi. Dovendo organizzare una serie di seminari sullo studio comparato delle principali religioni e tradizioni spirituali – sarebbe forse più giusto parlare di “fenomenologia del sacro”, ma non facciamola troppo lunga – ed essendo venuta meno la sala in cui il filosofo Gianfranco Bertagni avrebbe dovuto tenere le lezioni, mi è venuto in mente di domandare a quello che a me appariva come il capo della baracca se mi affittava, per un paio di domeniche o poco più, l'ampia sala che si allunga dietro una piccola porta alla Scighera.
La sua risposta è stata: “Da noi, religioni... Stai scherzando, vero?”
“In che senso?”, ribatto io come quando tutti ridono dopo una barzelletta, di cui tu non hai capito il finale.
“Guarda, se vuoi posso darti una mano a trovare un locale dove tenere i tuoi corsi”, risponde questo uomo alto e con la barba, gli occhi rapidi e svegli dietro la montatura spessa degli occhiali; un uomo o forse un ragazzo che come me dimostra probabilmente più anni di quelli che ha; una quarantina forse appena scavallata, così a naso. “Ecco, prova al circolino nella parallela a via Candiani”, continua lui, “forse loro possono affittarti la sala. Ma noi, religioni, proprio non se ne parla. Mi dispiace”.
E così, negli appunti per la mia storia, io mi segno: circolo Arci; sinistra; religioni; “proprio non se ne parla”. Ma anche: primo, secondo, contorno: euro sedici. Il doppio esatto della Montagnetta bis. Ma in fondo anche “mi dispiace”, perché era un uomo o forse un ragazzo gentile.
Provando ora a tirare qualche somma (narrativa) da questi eventi completamente slegati tra loro, con una certa sorpresa mi accorgo che un soggetto, per quanto ricreativo e non direttamente politico, ma che comunque si richiama ai valori e alla storia della sinistra, si rivolge a una clientela che non è ciò che un tempo si sarebbe chiamata “base popolare”. Io, ad esempio, che pure possiedo una casa da ricco e ingurgito cibi da stronzi come il budino di soya alla vaniglia, non posso permettermi di pranzare alla Scighera, che ha prezzi doppi a quelli che si possono trovare in quasi tutte le trattorie che trapuntano il quartiere.
Eppure il circolo Arci della Scighera è effettivamente di sinistra, e me ne accorgo osservando con quale impeto viene difeso un tema che, fino a pochi attimi prima, io avrei giudicato anacronistico e del tutto estraneo alla scena politica odierna, quale è appunto l'idiosincrasia curiale che deriva da una convinzione di assoluta laicità (ma sarebbe forse più giusto dire "casualità") della condizione umana; che, tra parentesi, è cosa diversa dall'indipendenza religiosa a cui sono tenute le istituzioni democratiche. Una posizione che nella storia dei movimenti di ispirazione anarchica o marxista ha portato a una viscerale idiosincrasia per qualsiasi riflessione si insinui sopra a tale apodittica certezza: oppio di popoli, le religioni. Punto e a capo e non se ne parli più.
Ma se seguiamo il filo logico dei pensieri, è ugualmente doveroso riconoscere che anche gli egiziani della Montagnetta bis sono effettivamente di destra – votano a destra, hanno sogni e aspirazioni di destra, alle pareti stanno aggrappati televisori che inondano la sala di programmi e telegiornali di destra – nonostante i prezzi popolari della loro cucina, e le pezze al culo con cui probabilmente sono arrivati alla rincorsa della loro legittima fettina di modernità.
Ed è così che la nostra storia è tenuta a una svolta, un'agnizione. Non è vero, non lo è più, almeno, che i termini destra e sinistra qualificano dei comportamenti, una prassi non necessariamente morale ma comunque effettiva – che ha ricadute in ciò che chiamiamo realtà – quanto a me pare un'estetica, uno stile. Esiste cioè qualcosa come una coniugazione solo apparentemente contrapposta del gusto, o se vogliamo precisare psicologicamente il concetto io direi che si tratta del "principio di piacere". Tanto che questa cosa, questo piacere, può essere di destra in base a un semplice accordo, perlopiù implicito, attorno a una figurazione aggiornata del “godimento”, come direbbe ancora Lacan. O come sua alternativa, un godimento e un piacere formalmente di sinistra (ma visto che la sinistra possiede questa tendenza a dividersi e disperdersi, ne ricaviamo più godimenti, più tribù del gusto).
Potremmo perfino definirla una “moda”. La moda di sinistra è incompatibile con l'estetica religiosa, gli incensi, l'iconografia storica del sacro per il semplice fatto che siamo abituati a vederci allo specchio in questo modo, ereditato dalle fotografie seppiate di vecchi anarchici mangiapreti. Stiamo insomma facendo una citazione, come Giorgio Armani quando citava il taglio delle giacche dei gangster degli anni venti. Gli eventuali contenuti religiosi o spirituali prescindono totalmente da questo giudizio di superficie, ma non necessariamente superficiale. Essere al mondo, nel mondo, significa infatti e prima di tutto assumere una forma, una postura estetica. E i termini destra e sinistra fotografano ormai unicamente tale forma.
E' come se la trivella dell'esperienza si fosse arrestata alla scorza degli eventi, che vengono riconfigurati nel linguaggio non per i loro effetti, la loro presa sul reale e sulla storia, ma incisi sopra la tavolozza di una meta-storia che coincide perfettamente con i codici della narrazione: una sorta di tautologia simbolica, di ornamento lessicale. Se togliamo così dall'orizzonte della sinistra radicale i suoi oggetti concreti di rifermento – il popolo, la rivoluzione proletaria e la collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio – otteniamo un'impressionante implosione semantica, che viene colmata attraverso l'estetizzazione della propria vicenda politica. Non c'è nemmeno più bisogno di un Andy Warhol, per rendere del tutto afasica l'icona di Che Guevara che occhieggia dalla t-shirt stropicciata in un centro sociale. Pura moda.
Ma la stessa cosa, certamente, vale anche per la destra. Attraverso quella singolare novità testuale costituita dal berlusconismo, la destra si è trasformata in una schiumetta a pelo d'acqua allettante la sensibilità con i soli codici del piacere sensoriale: il sesso, il cibo, l'avvenenza esteriore e di status. E ovviamente e ancora la moda, di cui ha spostato i codici espressivi fatti di vincoli non causali, azzeramento delle gerarchie (cronologiche, significative, di valore) e centralità mistica del corpo, mentre la ritualità con cui si manifesta è al netto di una mitologia sottostante. Richiamandosi infine a una tradizione, il liberalismo, del tutto reinventata nella sovrapposizione di riferimenti politici del tutto incongrui.
Ma cos'è una tradizione che ha interamente perso ogni aderenza con la realtà vissuta che l'ha originata, se non folclore? Folclore di destra e folclore di sinistra, naturalmente. Comunque folclore.
Eppure, oltre al folclore e ai codici della moda a cui tacitamente si richiama, altri termini potremmo scovare dentro i nostri vocabolari quotidiani sempre più sfiniti. Termini antitetici, che dunque implicano il principio di responsabilità e una libera scelta, quali buono o cattivo, giusto o sbagliato, bello o brutto, vero o falso... Li abbiamo già incontrati, sì, nel nostro quasi racconto. Sembravano inservibili reliquie da un altro evo linguistico, e invece si dimostrano più che mai necessari. Perché è sopra a tali termini che diventa ora importante misurare le ricadute dei comportamenti individuali, l'aspirazione a un linguaggio che faccia nuovamente perno sulle cose. Le appartenenze politiche sono ormai dei semplici guardaroba, di nuovo come lo scheletro cavo dei gazometri: simulacro di ferro e bulloni, tralicci sospesi sul nulla che vedo sfilare all'orizzonte mentre rientro al mio appartamento da ricco alla Bovisa, con le tasche vuote.
Si può essere buoni e di destra, penso allora mentre estraggo dal frigor un budino di soya alla vaniglia, cattivi e di sinistra, giusti o veri o belli e di centro... E' solo nel sistema della moda che esiste questa ossessione del fare pendant, gli accostamenti suggestivi. Nell'etica individuale e politica contano molto più le ricadute delle azioni, non la coerenza espressiva ma quella tra propositi e risultati, tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, come suggeriva qualcuno.
Quanto a destra e sinistra, ognuno si tenga pure la moda e i gusti che preferisce. Io, per dire, io preferisco il minestrone che prepara la vecchia mamma di Paolino, quando plana fumante sul mio tavolo apparecchiato alla Speranza.

(ps - Ah, per la cronaca: i seminari sulle tradizioni spirituali sono stati organizzati per davvero. Chi fosse interessato può cliccare qui per informazioni, o scrivere o telefonare direttamente a me per adesioni o dubbi. Al link appena lasciato - di nuovo qui - trovate in ogni caso tutti gli estremi.)