mercoledì 5 giugno 2019

Noa, o sulla morte della comunicazione

Noa Pothoven. 17 anni. Morta in Olanda per suicidio assistito, o così almeno è stato detto in un primo e strombazzato momento di clamore mediatico, quindi per suicidio e basta, quando i parametri vitali erano già stati compromessi da un lungo e tenace digiuno.
Una vicenda sui cui è stato scritto probabilmente più del necessario, per quanto non mi sento di criticare questo verboso volo d'avvoltoi subito trasferito ai social network, rispondendo, perlopiù goffamente, a uno sconcerto autentico, da cui si cerca di smarcarsi al costo di balbettanti strafalcioni. Offro addirittura il mio contributo allo smembramento simbolico del cadavere, sollecitando l'attenzione su un dettaglio trascurato.
In questi anni – quando già manifestava intenzioni conclusive, intendo – Noa ha pubblicato un libro sulla sua storia di sofferenze e abusi, cominciati poco dopo i dieci anni di età. E ho scritto libro e non ad esempio diario perché di questo si tratta: un libro con un editore, numerose pagine, copertina scura con il volto della giovane che vi campeggia con un mezzo sorriso leonardesco, illuminato da una studiatissima vampa di luce laterale. Addirittura sono state fatte promozioni in libreria, ed è ancora Noa a mostrare orgogliosa il volume in direzione dell'obiettivo fotografico, lo sguardo che non si capisce se più dolente o sornione, l'aspetto da fatina buona di Pinocchio, così contribuendo alle vendite che si sono ora di certo impennate, causa del tragico ma ampiamente annunciato epilogo.
In un acuto saggio di alcuni decenni fa, Cesare Garboli ricordava che il gesto di scrivere e, quindi, di pubblicare, già che i due momenti sono distinti e non necessariamente collegati, contiene sempre una monetina da puntare speranzosi sul settore rosso della vita, nella sua essenza costituita dalla relazione. Al pensiero aggiungeva degli esempi, mostrando come autori le cui pagine grondano di tragico sgomento o quiete e disilluse geremiadi, nelle fasi in cui furono più prolifici godevano di un certo equilibrio personale; non possiamo certo chiamarlo felicità, ma è comunque distante dalla resa biografica allo sconforto, da sempre annichilente anche sull'espressione artistica. Non si scrive, insomma, quando il mal di vivere ha preso il sopravvento. E a maggior ragione non si pubblica, istituendo così un interlocutore a quel livello solo potenziale o ancora meglio implicito, come lo chiamano gli studiosi della materia: ma è comunque un altro da sé, a cui rivolgersi per uscire dalla solitudine creativa. 
C'è dunque uno scarto, per Garboli, tra la disperazione scritta e quella vissuta, e a sostegno della sua tesi citava anche il caso di Leopardi, sbrigativamente rubricato come campione del pessimismo, un pessimismo addirittura cosmico; così però omettendo che il grande e corrucciato poeta si coricava con dei dolcetti sotto al cuscino... Ma avrebbe potuto ricordare anche Pasolini, il quale considerava la morte come collasso dello scambio significativo ed emotivo tra le persone, quella con-versazione cara allo stesso Leopardi: morire, per l'artista friulano, sarà allora "smettere di comunicare". 
Bene, anzi malissimo, perché Noa, in questi ultimi anni della sua breve e dolorosa vita, stava comunicando di continuo. Ma la sua comunicazione è evidentemente stata unilaterale, come avviene con i segnali lanciati verso remote e forse immaginarie civiltà aliene, per verificare se ci sia vita intelligente nell'Universo. Fino a ora nessun segnale coerente è ritornato, o, magari, siamo noi a non averlo saputo interpretare.
Allo stesso modo temo sia stato per Noa, che non ha saputo cogliere le risposte del mondo alle sue continue e disperate richieste d'attenzione; sarebbe precipitoso chiamarle invocazioni d'aiuto, ma certo implicavano una reciprocità interrotta dalla morte. E ciò anche e soprattutto per nostra incapacità – e con nostra intendo educatori, medici, famigliari, amici ma anche semplici lettori – che non abbiamo saputo trovare il codice giusto per far breccia nel suo universo tutt'altro che chiuso. Una incapacità che era forse impossibilità, non voglio dare giudizi, attribuire colpe, ma quel tentativo spero sia stato fatto, perché a una domanda deve sempre seguire una risposta. Diversamente saremmo irresponsabili, come a dire complici.
In fondo solo questo chiedeva Noa, anzi urlava per quanto in forma paradossale, come spesso avviene nei suicidi. Non di morire in un silenzio discreto, ma di ristabilire una relazione che, come tutte le relazioni, deve costruirsi sul fragile fondamento dialettico di un tu e un io, a premessa linguistica della formazione del più ampio pronome noi. Invece, per la fatina bionda di Arnhem, noi siamo rimasti loro, gli altri, quelli che non possono capire. E senza comprensione non c'è neppure comunicazione, dunque vita.

venerdì 10 maggio 2019

Gli alberi e le persone, o sulla cultura come monopolio politico

Casa Pound sembra ancora essere il tema del giorno. Che sia un movimento neofascista è fuori dubbio, e ciò per diretta e orgogliosa rivendicazione. Ma per comprenderne l'essenza andrebbe forse scomposto proprio quel termine, neo-fascismo, nelle sue formazioni nominali, cercando ad esempio di capire a cosa allude il prefisso neo.
In questo aiuta l'altro riferimento linguistico al poeta americano Ezra Pound. Più che dal vecchio fascismo in orbace, trovo infatti che i casapoundini siano ispirati dalla critica all'economia liberale svolta a suo tempo da Pound, in una prospettiva non internazionalista (come avvenuto a sinistra) e piuttosto marcatamente identitaria, perciò votata al culto della sovranità nazionale. Aggiungiamo un po' di vitalismo testosteronico sempre pronto alla scazzottata, che a destra non manca mai ma non è in effetti un'esclusiva di quella cultura  penso ad esempio a Hemingway, o a Curzio Malaparte  e otteniamo un' approssimazione più realistica. 
Semplificando: i corpi, come le piante, sono espressione dei luoghi. Così se sei stato generato dagli stessi luoghi da cui anche io provengo, e prima ancora la mia famiglia, sono generazioni che la terra ci informa e produce, sei parte di me, frutti del medesimo albero. Ma se al contrario ti percepisco come pianta esotica, sei altro da me, divenendo una minaccia quando entriamo in contatto spaziale, specie nella circostanza in cui l'incontro avvenga su quello che io vivo come "il mio territorio" .
Io non penso che questa interpretazione sia sensata e come si dice all'altezza dei tempi 
 basterebbe per smontarla l'obiezione di Pino Cacucci, il quale ci ricorda che gli uomini hanno gambe e non radici, gambe che sono per definizione fatte per andare altrove , ma è comunque un'idea di mondo: semplificata, grossolana, vagamente tribale, ma antropologicamente legittima. La stessa idea di mondo che troviamo, certo ad altri livelli di decantazione intellettuale, in un pensatore raffinato come Carl Schmitt, che pure non condivido. Il Salone del libro di Torino mi sembra in ogni caso il posto giusto in cui idee di mondo alternative si confrontino. Perché i libri servono a questo, da sempre.
Non provo dunque rammarico per le dimissioni di uno dei suoi dirigenti, in polemica con la presenza, alla stessa manifestazione, di un editore collegato a Casa Pound, che per la terza volta dichiaro di non condividere. Ma cosa non condivido io non mi sembra argomento di una kermesse letteraria, così come cosa non condivide Christian Raimo. Che i libri continuino dunque a dialogare tra di loro, e anche le persone.

domenica 5 maggio 2019

Jhumpa Lhairi, o sulla lingua dell'altro (la nostra vera lingua)

Dopo lunga e attenta riflessione – è quasi cinquant'anni che ci penso, e quando ho finito di pensare ci ripenso – sono arrivato alla conclusione che il mio ideale di donna è incarnato da Jhumpa Lahiri. Proprio lei, non un’altra.
Nulla nella scrittrice anglo-bengalese che non mi piaccia: è bella ma in un modo non forzato, quasi distratto, tipico di chi non subisce l’ipoteca del corpo come un trofeo oppure una colpa da emendare, dopo aver chiesto perdono al tribunale della mente. Un'assemblea occhiuta che si dà appuntamento sulla superficie dello specchio, a cui molte donne che si attribuiscono l'aggettivo emancipate (intellettuali, professioniste, donne come si dice in carriera) guardano con la stessa ansia di Grimilde, per poi cominciare a lambiccarsi: oddio sarò mica troppo bella, mi prenderanno per scema, meglio imbruttirmi un po’, e però non troppo…
Un ruminare interno che finisce col succhiarsi tutte le energie, da Jhumpa Lahiri, al contrario, riversate nelle cose altrettanto belle che scrive. Oltretutto, da qualche tempo la sua scrittura ha preso il suono della lingua italiana, guadagnata in un apprendistato tardivo che mi ricorda la tenace dedizione degli alpinisti; è frutto di un sapere introverso, quasi un segreto: si sa senza bisogno di dire che la vetta è un percorso e non un luogo; e così anche la lingua, ogni lingua ma in particolare quella di uno scrittore.
Scrivendo in parole, modulazioni, ritmi diversi da quelli balbettati fin dall'infanzia – non a caso si usa l'espressione lingua madre –, è come estorcere ogni frase al silenzio con la piccozza e con le unghie, rinunciando agli automatismi di ciò che si crede di conoscere fin troppo bene, e invece sfugge per eccesso di confidenza. Ed è a questo punto che la lingua dell’altro, per un paradosso solo apparente, si dimostra la nostra vera lingua, interrogandoci a ogni sillaba invece di lasciarsi semplicemente pronunciare. Che è poi quando succede nell’amore, in cui abbiamo bisogno di una maglietta fina e tanto stretta al punto di immaginare tutto, ma prima ancora di qualcuno che l'indossi. Viceversa, Baglioni l'aveva capito bene, avremo sempre e solo una parte. E non è detto che sia la nostra. 
Viene alla mente un vecchio Carosello con Mike Bongiorno, in cui salutava dicendo allegria, allegria, dal cucuzzolo innevato del Monte Bianco, su cui era planato in elicottero per farsi un grappino sempre più in alto! Sembrava finito chissà dove, ma Mike Bongiorno, senza incontrare la fatica e l’incertezza del viaggio, l'altri-menti quale via concreta verso l'altro, era in fondo rimasto nello stesso salottino da cui lo stavamo guardando in tivù. Secondo Paul Bowles, è la differenza che passa tra un turista e un viaggiatore. Jhumpa Lahiri, rifuggendo il turismo letterario, parlando la lingua dell'amore, non arriva all’ultima pagina dei suoi libri in elicottero. E a me piace anche per questo.
Domando dunque a chi mi sta leggendo se qualcuno la conosce di persona, va bene anche una conoscenza riflessa e di secondo grado; che so magari avete un cugino che vive a Princeton e fa il taxista e una volta lei è salita sul suo taxi. Non chiedo infatti di presentarmela (è già sposata), ma vorrei solo sapere che profumo ha; la pelle proprio, l'odore emanato dal corpo in certi torridi pomeriggi di fine giugno. Mi darebbe infatti sollievo saperlo sgradevole.
Forse sa di curcuma, quella sensazione che colpisce le narici quando passiamo di fronte a un negozietto in cui arrostisce il rullo del kebab; oppure inalazioni sulfuree di acqua di Tabiano, solette Converse All Star indossate da un adolescente, sotto pelo di bovaro del bernese in un giorno di pioggia; mi basterebbe anche della semplice e banalissima cacca. Magari, ecco, chiamatela escrementi, per non turbare il mio cuore di devoto.
Il fatto è che la trovo così maledettamente perfetta, un'altra che è troppo altro da me; quando, anche l'alterità, ha bisogno di un punto di accesso per iscriversi e uscire dalla dimensione della rêverie, divenendo storia. Il mio immaginario si contrae allora in un solo e inaccessibile punto, come una bandiera ammainata e poi ripiegata più volte, fino a farla diventare un fazzoletto da infilare nel taschino. E rimpiango i bei tempi in cui mi giravo al passaggio di ogni femmina, incantandomi di fronte ai capezzoli rosa delle ragazze Cin Cin.

sabato 4 maggio 2019

Gastone, o sul neo-social-fascismo

Tra gli interminabili commenti a un post bruscamente e, forse, anche maldestramente politico di un mio contatto Facebook (al contrario suo, io non penso che i fascisti debbano “essere arrestati o ancora meglio scomparire dalla faccia dalla terra, così avremmo", sono parole sempre del mio contatto, “un bel po’ di coglioni in meno”, e ne conosco e frequento al Bar Piero anche di molto simpatici), leggo ciò che scrive tale Simona Bazzi: "Mussolini era un fiore all'occhiello del nostro Paese."
Con l’unica ombra, certo, continua Simona con quell'aria di obiettività pensosa che ha la consistenza di un bignè, dell'alleanza con Hitler. “Ma chi non ha mai fatto”, conclude come lo sputo di glassa sul suo bignè, "qualche piccolo errore?”
Il merito di tali affermazioni si commenta da sé, e lo trascuro con un sorriso non sarcastico (l'ignoranza è una delle espressioni involontarie del comico, e a questo modo va accostata) per provare a fare un breve ragionamento sull'involucro linguistico, e cioè sulla metafora con cui si è scelto di rappresentare l'ultimo dittatore italiano. E cioè fiore, ed occhiello. Ossia quella che, ai tempi in cui Petrolini ne faceva la parodia, era la divisa del dandy impomatato e blasè, incarnato da Gastone.
Gastone, un uomo che nasce in frac, "anzi quando sono nato mia madre mica mi ha messo le fasce, macché. Un fracchettino. Camminavo per casa sembravo una cornacchia". Gastone che l'ha rovinato la guerra, "se non c'era la guera a quest'ora stavo a Londra. I londrini vanno pazzi, io sono molto ricercato nel parlare nel vestire, ricercato dalla questura." Gastone e le sue cadenze rallentate, il volto ceruleo che piace tanto alle donne, da lui sedotte e abbandonate a profusione, forse perché "sei proprio un bell'adone, Gastone, Gaastoooneee..."
Mussolini come Gastone, dunque. Era questo l’obiettivo camuffato della satira di Petrolini? Non direi proprio. Il comico romano – che era molto intelligente ma anche molto fascista – aveva piuttosto in mente la decadenza borghese dei costumi, caratterizzata da un progressivo e languido svigorimento, non solo morale. Quando il fascismo, almeno quello adunato per la prima volta in piazza San Sepolcro, nel 1919, era muscoli, lampo, manganello; ma anche automobili rombanti ed elettricità, secondo la preveggente intuizione dal futurismo. Non certo fiori all’occhiello.
Ora però il cerchio si chiude, con il neofascismo che, oltre a minimizzare quali errori veniali delle immani catastrofi storiche, ribalta e si appropria dialetticamente di quell'immaginario esangue, a suon di ceffoni cercato di emendare proprio dal fascismo. Ma più che a Hegel il mio pensiero corre a Marx, quando affermava che "la storia si ripete due volte. Come tragedia, e poi come farsa."

mercoledì 1 maggio 2019

Un pesce di cui non ricordo il nome, o sulla responsabilità


C’è un tale di Livorno che allena un'importante squadra di calcio ed è soprannominato come un pescetto, adesso non mi viene in mente il nome ma è molto diffuso nel Mediterraneo. Pare che questo tale abbia negato l'autografo a un bambino, gli si era avvicinato con carta e penna  mi fa un autografo, Mister?  ma l'allenatore con il nome da pesce l'ha allontanato con un cenno del capo.
Molti stanno commentando l'episodio, specie, e con biasimo, i tifosi delle altre squadre. Io seguo poco il gioco del calcio ma mi piace molto la fidanzata di questo allenatore. Fa l'attrice, la presentatrice, fa un mucchio cose divertenti e la pagano pure. Una di quelle donne, insomma, che se dà un bacio a qualcuno la settimana dopo finisce sulla copertina di una rivista con la copertina lucida, così che io poi possa invidiare il fortunato.
Prima di baciare l'allenatore era sposata con un cantante dai capelli ricci ricci, tipo Ninetto Davoli ma senza l'accento romano, che in questo caso è bresciano. Anche i suoi baci finiscono sulla copertina della stessa rivista, anche a lui chiedono l'autografo per strada. E c'è chi lo invidia.
Le parole più precise e vere sull’invidia le ho sentite pronunciare da Paolo Villaggio, che si attribuiva, con un certo vezzo tipico di chi non intona la propria voce al coro, il sentimento più diffuso e negato. Ricordo di averlo incrociato una volta in un ottimo ristorante di Rio dell’Elba, dove avevo mangiato quei pescetti lunghi e sottili di cui ora non ricordo il nome.
Al termine della cena e quando era già diretto all'uscita, una mia vicina di tavolo l'ha chiamato per chiedergli o, meglio, intimargli l'autografo. Villaggio camminava con difficoltà, era già vecchio e visibilmente stanco e si appendeva al braccio di una donna riccia, che però non somigliava a Ninetto Davoli. Credo fosse la figlia. Tutti a quel punto abbiamo pensato: adesso la manda a cagare...
E invece, dopo essersi fermato un po' traballante, aver appoggiato le mani sulla tovaglia e preso un lungo respiro, ha risposto: "Con immenso piacere!" 
Da quel giorno, ogni volta che sento la parola responsabilità –
letteralmente: il sentimento che una risposta sia dovuta, poco importa se ne abbiamo voglia – mi torna in mente quella scena. Forse è solo una mia idea, ma la responsabilità a me sembra l’altra faccia dell’invidia. Lo ricavo dal fatto che il nome per cui ti giri quando qualcuno lo pronuncia, quel nome che è lo specchio pubblico del corpo, prima di finire, se ti va di culo, sulla copertina di un giornale pieno di baci, viene assunto senza filtri e riserve, anche se magari vorremmo scappare e infilarci nei panni di un altro, come fa l’invidioso. E invece stiamo lì, rispondiamo con nome e cognome.
Mentre ogni volta che sentirò la parola acciuga (ecco come si chiama l'allenatore, quello con la fidanzata che mi piace!) penserò a un bambino che torna a casa con un foglietto bianco, un foglietto, come la radiografia di un angelo, su cui non è rimasta impressa alcuna risposta. E nessun nome, per quanto da pesce.

Golpe sì golpe no, e se il problema fosse un altro...

Nicola Zingaretti, quale unico commento alla situazione in Venezuela, si è premurato di dire: "Quello di Guaidò non è un Golpe." Altri, da sinistra, ad esempio Fassina, denunciano ciò che sta avvenendo utilizzando lo stesso termine. Golpe.
È curiosa questa tensione nominale, pensavo. Ci si divide sul giudizio politico ma si converge sul principio di legalità: i golpe, quali effettiva rottura di un ordine costituito, non si fanno. Golpe uguale cattivo, legalità uguale buono.
Eppure, se ci pensiamo, fino a qualche decennio fa le cose stavano in modo diverso, e la sinistra si qualificava proprio per la sua disposizione a sovvertire; e poco importa se l’ordine da ribaltare fosse frutto di libere elezioni, come avvenuto nella Germania nazista, oppure conquistato con la forza, ed è il diverso caso della Spagna franchista. 
L'importante era il processo di conversione, il rovesciamento, anche violento, attraverso cui sarebbe stato ricostituito un nuovo ordine: a vantaggio delle masse diseredate e oppresse. Certo, non veniva chiamato golpe ma rivoluzione, per quanto la prassi fosse molto simile. 
La domanda che allora si sarebbe posta non è dunque sulla presenza di un golpe, ma se dal golpe o non golpe in corso (chi se ne frega cos'è) ne traesse vantaggio il popolo oppure il Capitale, come si diceva sempre in quel tempo che è solo l’altro ieri. 
Il giudizio di opportunità era limitato alla risposta a tale domanda, avendo quale interlocutore la Storia e non il computo delle schede elettorali; e ciò sia nel caso sia stato eseguito correttamente, sia truccando un po' come molti insinuano di Maduro...
Prendo dunque atto che la sinistra, nel frattempo, è divenuta un'altra cosa: non più l'interesse, se si vuole anche egoistico e scomposto (è stato lo stesso Marx a parlare di "dittatura del proletariato"), degli ultimi o penultimi della terra, ma la lealtà verso le regole del gioco. 
Cosa che potrebbe anche starmi bene, ma a patto che lo si dica finalmente. Che la sinistra non è più di sinistra. E lasciando stare la distinzione, di lana caprina, tra sinistra riformista e massimalista. Già che nel caso del Venezuela non si tratta d'instaurare un governo di sinistra, ma di valutarne l'attuazione.

Il muro della stupidità


Ho sempre pensato che gli anarchici fossero un po' stupidi. Non cattivi, almeno non al punto di mettere le bombe in una piazza gremita, al limite al passaggio di qualche principe ereditario col panciotto di vigogna, ma stupidi sì. Me lo conferma la scritta nella fotografia, che per eccesso di banalità, e non certo per censura, tralascio di riportare. Aggiungendo solo che è comparsa, puff, nelle notti scorse su una parete della stazione milanese di Bovisa.
Nemmeno un mese prima la stessa parete grigia, anonima e vagamente ottusa, era stata coinvolta in un piano di riqualificazione urbana. Come altre superfici del quartiere, un volonteroso gruppo di studenti del Politecnico (si sono dati il fantasioso nome di Repubblica del Design) l'aveva riverniciata di un bel giallo fluorescente, su cui si inseriscono, questa volta in bianco, divagazioni grafiche e disegni realizzati da bambini delle scuole elementari, quelli che hanno aderito al progetto KdzEnergy dell’ENEA; ed è infatti stato chiamato "muro dell'energia", a sollecitare una riflessione sui problemi energetici e ambientali del nostro tempo. Che non sono però gli unici problemi ad affliggerci…
Grazie a quei buontemponi degli anarchici e al loro ringhioso sigillo notturno – gli studenti avevano lavorato con cura e pazienza per giorni, ma come si vede basta un attimo, e uno spray nero, per mandare tutto a puttane –, ogni volta che prenderò il passante ferroviario per andare a bere un Moscow Mule da Radetsky, potrò infatti ricordarmi anche di un altro problema. Quello della stupidità. Un male atavico del nostro Paese, un male che, oltre cinquant'anni fa, così chiosava Pasolini: "il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d'Europa". Ma a questo punto tocca aggiungere: e gli anarchici più coglioni del mondo!

lunedì 29 aprile 2019

Berenice

"Potevo salvare Aldo Moro, i politici mi hanno fermato." Lo dichiara Raffaele Cutolo dal supercarcere di Parma. Grande Fratello, lettera a Serena dalla vera madre, da cui era stata abbandonata alla nascita per essere adottata dai coniugi Rutelli. Magalli, settantun'anni, lascia la fidanzata di ventidue: "Mi videochiamava in piena notte." Giovane modello brasiliano (ma i capelli erano già bianchi) muore sfilando in passerella, ancora ignote le cause del decesso. Francia. Uomo e donna rimasti vedovi in conseguenza della strage del Bataclan, si sposano, tra di loro, e danno alla luce una bambina di nome Berenice. Non so se qualcosa leghi questi fatti, se non lo sguardo con cui li ho letti, confesso un po' distrattamente, tra le notifiche quotidiane del mio smartphone. Ma mi piace pensarli nell'ordine appena scritto. E che dopo la sfilata di atrocità, beffe, lutti, gossip e cazzi vari, venga sempre una Berenice. Nome macedone composto da due parole: portare e vittoria.

domenica 28 aprile 2019

Il canto della neve rumorosa, o sulla differenza e la relazione

Canto della neve silenziosa. È il bellissimo titolo di un racconto, altrettanto bello, di Hubert Selby Jr, che dà il nome anche alla silloge in cui è contenuto, pubblicata in Italia da Feltrinelli. Oltre al potere evocativo, la sua efficacia viene rafforzata dalla presenza di una strategia retorica sottile: quella dell'ossimoro, che attraverso l'accostamento di termini opposti – silenzio e canto, nella fattispecie – produce effetti spiazzanti.
Ci pensavo rileggendo il racconto. Parla di sofferenza e depressione, con cui lo scrittore americano ha sempre convissuto, ma anche di possibile riscatto, forse si potrebbe azzardare un termine religioso: redenzione. Nella vicenda narrata coincide con la percezione di pace e identificazione, quasi mistica, con tutto ciò che è, sperimentata dal protagonista durante una passeggiata. All'improvviso comincia a nevicare. I fiocchi cadono senza far rumore, anche il paesaggio sembra ammutolire, le pene si acquietano, per accorgersi che tra fuori e dentro non c'è più alcuna differenza. Ma se nel bianco tutto risuona, anche il silenzio non è più una sensazione acustica, ma musica, canto. 
Una caratteristica della grande letteratura è quella di funzionare come uno specchio, secondo una formuletta che i lettori conoscono bene: “questa cosa avrei potuto scriverla io, ma mi mancavano le parole”. A maggior ragione nel mio caso, in cui, oltre a una consuetudine con gli antidepressivi, si unisce l’origine alpina, un luogo dove in inverno nevica spesso e con implacabile abbondanza, o almeno così era un tempo. Ma più procedevo nella lettura, più mi accorgevo che il mio pensiero stava virando in un'altra direzione.
Quando ero bambino a Sondrio, in via Parolo 10, per capire se aveva nevicato non c’era bisogno di fare una passeggiata, in fondo neppure di alzare la tapparella e guardare fuori, era un altro senso ad annunciarlo. L’udito, appunto. Il suono e non il silenzio.
Ancora rincucciato sotto a numerose coperte, lo capivo, ad esempio, dallo sferragliare dello spazzaneve, che poco prima dell'alba passava a ripulire le strade. Era seguito a breve dal rumore dei badili – toc, da principio, quando la porzione da rimuovere viene delimitata come una fetta di torta; poi trrr, ed è la pala che si carica sfregando sul porfido ghiacciato; quindi tunf, da cui si riconosce il lancio a margine, dove la neve si accumulava e rimaneva fino agli ultimi giorni di febbraio, quando si scioglieva incalzata dal galanthus nivalis, più comunemente detto bucaneve.
Il condominio la Gioiosa, che si era coricato nel buio punteggiato dai televisori, Carosello e poi Canzonissima sul minsucolo schermo in bianco e nero (i transistor impiegavano un interminabile minuto prima di restituire l’immagine di Topo Gigio, che volteggiava malizioso attorno all’ombelico di Raffaella Carrà), si risvegliava come un villaggio tribale, i ruoli ben distinti per genere ed età anagrafica; mentre le donne gettavano il sale, erano i maschi adulti a ripulire la rampa dei garage, con i bambini ad ascoltare tutto ciò. Ed era anche quello un canto, un canto rumoroso.
Più che cancellare i suoni, la neve ha infatti il potere di isolarli, rimuovendo il brusio di fondo, la tappezzeria sonora, per lasciar spiccare le linee
 del quadro. Nella circostanza, ciò che potevo scorgere in quell'immagine acustica era una comunità viva e operosa, che si stava occupando anche di me; dalla rampa sarei risalito con la mia bicicletta Gloria rosso cromato, sulle strade ripulite avrei raggiunto la scuola, per fermarmi, al ritorno, all'edicola Zarucchi, dove acquistare l'ultimo albo di Zagor e le figurine dei calciatori.
La capacità di individuare le differenze, non solo acustiche, insieme alle relazioni, in un depresso (parlo per esperienza) è ciò che va perduta, e il paesaggio emotivo finisce col somigliare non al fioccare della neve, ma a quello della città al secondo o terzo giorno dalla nevicata; una poltiglia grigia e indistinta, un sorbetto fetido, che ha il solo potere di insinuarsi nelle cuciture della scarpe, per gelare le dita.
Il canto a cui mi aggrappo quando la depressione ancora prova a cancellare i contorni delle cose, non è dunque un canto silenzioso, ma allo stesso tempo nemmeno fragoroso, il volume a palla, il cuore in affanno, che è un altro modo per fare del molteplice uno. Cerco piuttosto di ricordarmi il suono ovattato dello spazzaneve sul manto nevoso (il trunk trunk delle grandi gomme imbrigliate dalle catene, a cui si accompagna, ratratra, la lastra d’acciaio sagomata che gratta l’asfalto), oppure dei badili con cui mio padre, insieme al signor Alessi, il signor Ciccozzi, il signor Ottonetti, i grandi erano sempre dei signori, ripulivano la rampa, per restituire la pedalata della mia bicicletta al mondo.
Un mondo che era davvero piccino piccino, come quello delle bocce di vetro con all’interno le miniature e la neve finta, quando le ribalti inizia a fioccare, ma era pur sempre il mio mondo, anzi il nostro. E come tutti i mondi era fatto di differenze e relazioni, che grazie a quel canto potevo finalmente sentire.

giovedì 25 aprile 2019

Nada Malanima, o sulla verità obliqua

Nada Malanima. Tempo fa ascoltai una trasmissione alla radio dedicata alla cantante livornese. Tra gli altri ospiti, un musicologo spiegava che la sua peculiarità è quella di lambire la nota, lambirla senza una coincidenza perfetta e scartando invece a lato – sopra, sotto, non importa – rispetto a quanto previsto dalla melodia. Non tanto però, solo qualche semitono, così da non perderla del tutto in quella che risulterebbe una stonatura, da lei sempre e miracolosamente evitata. Una sorta di microstonatura, ecco, che pare fosse conosciuta, e apprezzata, già in epoca barocca.
Io non ne capisco molto di teoria musicale, ma mi sembra una buona sintesi anche della persona: Nada si smarca dalla linea dominante della femminilità, non solo canora, inaugurando digressioni che la fanno percepire nel suo essere singolare, unico, o come si dice un po' retoricamente: una donna vera.
Ma a ben guardare, ottiene questo effetto di autenticità con un disallineamento minimo, non ha premura di stravolgere i modelli o di cimentarsi nella trasgressione (come Patty Pravo o la Bertè, mettiamo), e in ciò risulta sia straniante sia rassicurante, coinvolge, incuriosisce, nel mio caso appassiona. Per essere sé stessa, insomma, è semplicemente sé stessa. Tutto il resto, è un problema nostro.

In un'intervista trovata su YouTube (per vederla cliccare qui), Nada in tutta la sua obliqua e bellissima umanità.

lunedì 22 aprile 2019

La fabbrica del cacao, o sulla cittadinanza linguistica

Molti anni fa avevo un amico omosessuale. Come spesso accade ai gay, possedeva un linguaggio originale e irriverente, forse per il piacere, o il bisogno, di smarcarsi dal linguaggio comune, che è intimamente sessista. Ad esempio la parola gay, da me appena utilizzata con leggerezza, non è per nulla neutra e politicamente corretta, ma presuppone una disposizione garrula e perennemente gioiosa, come se un uomo attratto da un altro uomo non potesse avere il reflusso esofageo o essere triste per la morte del proprio cane; non a caso è di un omosessuale, Carlo Coccioli, il più struggente memoir sulla perdita di un animale amato. Sarà forse per questo che, tra di loro, gli omosessuali si chiamano froci, cecche, a volte perfino ricchioni.
Nel caso del mio amico, aveva parole corrosive anche per le donne, di cui definiva il sesso, il sesso femminile intendo, con una formula verbale senza scampo: “orrenda ferita”, e mi scusino le donne che stanno leggendo. Ma anche quando parlava dell’ano, in questo caso maschile, nel discorrere fluviale del mio amico si trasformava nella fabbrica del cacao, a dimostrazione del fatto che nemmeno il linguaggio omosessuale è neutro, nessun linguaggio lo può essere, e la verità è sempre nelle parole di chi la nomina, prima ancora che nei suoi occhi. 
D’accordo, non è una novità, e già Nietzsche aveva compreso che non esistono fatti ma solamente interpretazioni, per diventare interpretazioni inconsce con Freud e in particolare Lacan. Lo psicanalista francese intravede nel linguaggio una sorta di altro o, meglio, di Grande Altro, a definizione e misura della nostra provvisoria identità, che si riduce a un incessante brusio verbale dove non esiste parola senza chi la dica, ma nemmeno soggettività senza un codice alfabetico. Il linguaggio è insomma lo specchio in cui ci guardiamo. A volte confondendo, come Narciso, il riflesso per la sostanza.
Si potrebbe ripartire da qui, pensavo ripensando al mio vecchio amico e al suo buffo linguaggio, partire dalle parole per accostarsi all’annoso problema della cittadinanza agli stranieri, e in particolare ai loro figli. Se è vero infatti che ciò che oggi definisce un popolo, più che una terra, un suolo, è la relazione vissuta con quel suolo e quella terra – l’interpretazione che ne diamo, e che il linguaggio rivela –, si dovrebbe oltrepassare la retorica fintamente progressista dello ius soli (un concetto tematizzato al meglio dalla filosofia giuridica di Carl Schmitt, acutissimo pensatore ma inequivocabilmente nazista) con una sorta di ius lexis.
Non è complicato. Se una persona viene identificata dal proprio linguaggio, per mezzo del quale, più che parlare, viene parlata, l’appartenenza sarà con chi nomina il mondo allo stesso modo, attraverso parole che sono già di per sé un’ipoteca sul reale. Ad esempio un finlandese, per il semplice fatto di parlare in finlandese, possiede un’interpretazione del mondo diversa da quella di un francese, un russo, uno spagnolo. Interpretazioni verbali che, per quanto implicite, hanno una precisa e concreta ricaduta, se è vero che il matrimonio corrisponde alla trasformazione di una donna in madre e di un uomo in patri-monio.
E così si potrebbe pensare di agire anche nel caso dell’immigrazione: vuoi diventare cittadino italiano? Ok, sostieni un esame in cui dai prova di una conoscenza approfondita della lingua italiana. Negli Stati Uniti già esiste qualcosa di simile, anche se l’esame (a cui si ha diritto solo dopo molti anni di soggiorno) viene esteso alla storia nazionale; una materia di cui sono ignari gli stessi americani, e non vedo allora perché un portoricano debba conoscere vita morte e miracoli di Abramo Lincoln, quando, per un agricoltore Wyoming, il presidente assassinato resta un perfetto Carneade.
Ma se non sono più il suolo o la biografia nazionale, la bandiera, come si diceva un tempo, a costituire in epoca postmoderna gli unici possibili confini per un’identità collettiva, a questo punto estendiamo la verifica anche agli autoctoni. Non conosci il congiuntivo? Nessun problema, non voti. Il Parlamento italiano è infatti l’espressione di chi comunica attraverso la lingua italiana; se un senegalese parla l’italiano meglio di me, mi sembra giusto che abbia maggior diritto di rappresentazione. Lo specchio della lingua dice che è lui, e non io, il più italiano del reame.
Per concludere, aveva davvero ragione un altro filosofo poliglotta, Ludwig Wittgenstein, quando affermava: the borders of my language are the borders of my world. Al limite, poi facciamo un bel referendum per decidere se il sedere vada inteso come buco del culo oppure fabbrica del cacao…

sabato 20 aprile 2019

Troppe puttane, troppo canottaggio, o sulle parole e l'esperienza

Leggo, sulla bacheca di un mio contatto Facebook, una frase che si conclude con la firma di Emil Cioran, un autore che sta al sistema culturale come l’aquilotto di Armani alla moda. Una vera e propria griffe, ormai. Qui il corrucciato pensatore rumeno dichiara di "vagare attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi".
La pratica è diffusa e il piacere sottile. Rilanciare sul web, opplà, basta un colpetto di mouse, le cover di maggior successo. Un piacere da disc jockey; e ciò vale non solo per la musica ma per ogni altra forma di riciclo, tra cui il più diffuso è certamente la cultura.
Ritrovo così, a stretto giro, anche la parrucca di Diderot, sotto la cui coltre spumeggiante faceva tanta un’intelligenza per antonomasia, da cui parole come le seguenti: “i pensieri sono le mie puttane”.
Puttane, ancora puttane. La citazione è ricavata da un altro social network e tecnicamente un ossimoro; ma, in pratica, è ancora la poetica del dj. Ossia il postmoderno in azione.
Nel flipper della mia mente la pallina però non si ferma qui, rimbalza, trova paralleli e accende lucine. I libri e il web sono infatti pieni di riferimenti alla prostituzione, vista, in alcune circostanze, come paragone, in altri metafora, correlativo oggettivo e in ogni caso quale sigillo arguto di chi scrive, che probabilmente a questo modo vuol comunicare confidenza con la cosiddetta vita vera. Come a dire guarda come sono anticonformista, snob, fuori dal coro. Basta parlare di puttane.
Un'esuberanza verbale, un ironico appello a ciò che Lou Reed cantava come lato selvaggio della vita (take a walk on the wild side), che mi porta a chiedermi se dietro le parole vi sia ancora esperienza…
Intendo. Il gusto, la consistenza, lo sfilacciarsi al tatto dello sperma, per arrestarsi sulle pareti della trachea al termine di un pompino, generando quei colpetti di tosse con cui gli ipocondriaci reclamano attenzione (lo vede, dottore, che sono malato!).
Tutto ciò, Diderot, Cioran, i miei amici sul web, l'avranno mai provato? E più in generale, è ancora necessario fare pratica delle cose per scriverne, come raccomandava Hemingway: "scrivi solo di ciò che conosci!"
Se dunque a qualcuno fosse sfuggito, è questo che fa una puttana: scopa, succhia, si fa inculare. In tal caso è il dilatarsi lento dei muscoli che compongono l’anello anale; all’inizio è doloroso, ma, dopo un po’, è in fondo un lavoro come un altro – il più vecchio del mondo, viene detto.
Nell’insopportabile trionfo di retorica maudit, per cui sempre e comunque bisogna épater le bourgeois – da questo punto di vista, negli ultimi tre secoli non è cambiato molto –, l'unico che mi appare sincero è al solito Balzac. Che così riassumeva i suoi giorni nella lettera a un amico: "troppe puttane, troppo canottaggio".

martedì 16 aprile 2019

Notre-Dame, o sul dolore e il suo limite


Sono a casa. Sono a letto e nonostante l'orario, per la precisione. Mentre mi rincantuccio sotto le coperte e guardo una macchia scura sul soffitto, dalla cucina, dove mia madre tiene la radio perennemente accesa, il volume proporzionato al degradare senile dell’udito, arrivano gli aggiornamenti sull'incendio della cattedrale di Notre-Dame.
Adesso è il momento delle interviste. Esperti, gente comune, tuttologi. Percepisco una grande afflizione nelle parole che ascolto, un dolore che mi sembra sincero. Cerco, a quel punto, lo stesso dolore nella mia pancia, trovando solo qualche sporadico gorgoglio; immagino un riflesso psicosomatico, ma temo sia solo perché non ho ancora fatto colazione.
Mi viene in mente un articolo di psicologia, letto su un vecchio inserto culturale stropicciato. Il dolore umano, stava scritto, è come una bottiglia, una grossa bottiglia di vetro in cui riversare tutte le nostre afflizioni. Ma oltre una certa misura non entra più nulla, strabocca, finisce in terra per esubero. Esiste forse il "plusamore" (l'espressione, geniale, appartiene a Giorgio Gaber), ma non il plusdolore. Mente e corpo si difendono da un eccesso di sofferenza.
Al contrario, quando si sta molto bene la natura umana ricerca un poco di tormento – non tanto, giusto quel cicinino per portarsi a livello, in una sorta di aristotelismo emotivo che contradistingue la nostra specie, sempre alla ricerca del giusto mezzo. Più che una bottiglia, ricordiamo in effetti l'olio del motore di un'automobile. Come va il dolore? E il meccanico, dopo aver controllato l'asticella bisunta: Tutto ok, c'è abbastanza dolore per altri ventimila chilometri!
Evidentemente, io devo aver accumulato già troppo dolore, sono ingolfato, avrei bisogno di uno spurgo. Sarà forse la mia depressione cronica, l'allergia ai pollini (nocciolo e betulla), rogne di salute, soldi, cazzi vari, ma di Notre-Dame davvero non riesce a importarmi. Non più della macchia sul soffitto e di una minuscola ragnatela accanto.
Potremmo rubricare il tutto come l'ennesimo post ombelicale, in fondo qui siamo nel luogo giusto. Eppure non credo sia solamente questo. Esiste infatti anche un risvolto comune, addirittura politico, civile, in gioco non è solo la mia rozza insensibilità, per la quale non reclamo scusanti.
Intendo: se la macchina umana funziona a questo modo, una società giusta e solidale potrà darsi solo tra persone mediamente soddisfatte, in cui empatia e piacere si riflettono come nel nuoto sincronizzato, rendendo il mondo simile a un musical di Esther Williams.
Gli americani hanno allora visto giusto, quando hanno inserito la felicità tra i diritti costituzionali. Ma quando la tua bottiglia di dolore è colma, la spia impallata sul rosso, la mente altrove, anche la più verticale delle spinte dell'ingegno umano finisce per essere vista per ciò che ora è: una vecchia stamberga bruciacchiata, ossia davvero poca cosa.

lunedì 8 aprile 2019

La prima fetta di torta, o su come i sogni si trasformano in incubi

Il libro con cui ho iniziato a leggere è stato l’autobiografia di Sandro Mazzola, seguito a ruota da Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Ma Hemingway non sarebbe probabilmente arrivato senza Mazzola, è lo zolfanello che ha acceso il fuoco, anche se il valore di quelle pagine mi sembra ora cenere. Ed è forse giusto così. 
Si intitolava La prima fetta di torta e aveva una copertina verde con un pallone di cuoio grezzo in primo piano; sullo sfondo i pali della porta, al cui interno, con le giubbe delle squadre di diversi club, alcune figure umane appena sbozzate, tra cui si riconosceva lo stesso Mazzola.
Era un uomo affabile, di solito le persone affabili sono un po' rotondette, mentre lui era secco secco ma dalle gambe lunghe e potenti, con cui riusciva a liberarsi dalle marcature a uomo dell'epoca, terzini alla Burgnich (nomen omen) che ti seguono anche negli spogliatoi.
 
Non certo a livello del suo rivale di sempre, Gianni Rivera, detto l'Abatino, e però Mazzola sapeva essere anche tecnico, come l'educazione tecnica che studiavo in quei giorni a scuola, un accostamento che non mi tornava mica tanto. Ma era quanto sentivo ripetere da mio padre e mio zio, e io prendevo per buone le loro parole. Anche perché ciò che davvero mi interessava non erano le spigolature, nemmeno in fondo i risultati, e piuttosto sentirmi parte di una formidabile macchina emotiva, ed era questo il calcio quando Vallanzasca ancora svaligiava le banche e la Fiat presentava (giustamente orgogliosa) la 128 Rally.
In fondo, in quei giorni, quasi tutto era calcio, o come pronunciavano i più forbiti football. Giocare a football nei prati dopo aver studiato le parentesi graffe, con i maglioncini avvoltolati al posto dei pali della porta, di cui il portiere riduceva la distanza con distratta nonchalance. Ma se un contadino infuriato o la neve impedivano quelle partitelle, era sufficiente la sciarpa nero e blu, blu e non azzurra, che cavolo quelli sono Napoli e Lazio, della tua squadra del cuore. In tasca le figurine, sempre di football.
Anastasi era introvabile, però se spuntava dal pacchetto giusto, scoprire che era il ritratto sputato di Lando Fiorini, o meglio la sua caricatura eseguita a carboncino sotto ai portici di Piazza Duomo. E poi parlare e dissentire e accapigliarsi sugli errori arbitrali, ma più tardi, al Bar Piero, non presentandosi (sono malato) se l’Inter perdeva il derby, per non ricevere gli sfottò.
Ripensandoci, mi chiedo come mai, adesso, è una delle cose che più detesto. Ti piace il calcio? No, mi fa schifo! Una sensazione quasi fisica, che avverto ogni volta che lo zapping televisivo mi precipita in una trasmissione sportiva, Abatantuono si liscia il pelo e Mughini dice abooorro…
La risposta provvisoria che mi do è che, tra la metà degli anni ottanta e i primi novanta, deve essere accaduto qualcosa. Volendo essere ancora più precisi, identificherei quel momento con l’apparizione pubblica di Bobo Vieri, la stagione calcistica è quella del 1991-92; vestiva allora la stessa maglia amaranto del padre di Mazzola, doveva essere ben piegata in valigia quando l'aereo incocciò la collina di Superga.
Con Bobo Vieri diventano tollerabili, anzi legittimi, anzi virtuosi i comportamenti più plateali e smargiassi. Seguirono i tatuaggi sfoggiati dai calciatori tutti, capelli tagliati alla moicana, fisici scolpiti in palestra, per arrivare a quell’epitome del calcio moderno che è Mario Balotelli. A quel punto, della torta di Mazzola erano rimaste solo le briciole.
Al suo posto una nuova pasticceria, in cui il calcio, che aveva riflesso gli umori popolari più diffusi e anche bassi, si trasforma in una sorta di specchio specchio delle mie brame, con cui cercare conferma su chi sia il più bello del reame.
I calciatori smettono così di essere dei nostri doppi, certo con più talento, estro, ma nella sostanza omologhi alla carne di cui siamo fatti, per impersonare ciò che vorremmo essere: ricchi, fichi, naturalmente ignoranti ("che la cultura, oggigiorno, non ci paghi nemmeno il biglietto di ingresso al Billionaire, con la cultura”), ma soprattutto grandi scopatori di veline.
Tutto il contrario di quel che era Sandro Mazzola, ma anche il vecchio Santiago, nel romanzo di Hemingway insegue qualcosa fino a dove finisce il mare. Un enorme marlin, sta scritto. O forse un sogno, un’ideale, un cazzo di cosa qualsiasi, purché non somigli a Bobo Vieri.

sabato 6 aprile 2019

Il fascista e lo statistico, un dialogo possibile



Non è vero che il quindicenne di Torre Maura si è opposto agli “energumeni” di Casapound. Rivediamo il filmato, rivediamolo bene e magari in slow motion. Così facendo, ci accorgeremmo che gli energumeni, nella circostanza almeno, si sono mostrati assai più dialettici e colloquiali di un congresso del PD, per dirne una.
Ma il senso profondo dell'episodio a me sembra un altro ancora. Il ragazzo, che non si è opposto, repetita iuvant, agli energumeni di Casapound, non l'ha fatto per una ragione molto semplice: ne condivide l'assunto fondamentale, anche se in forma forse implicita. 
Un assunto che, a ben vedere, riguarda tutti noi, o almeno chi è intellettualmente onesto con sé stesso. Si tratta infatti di una richiesta elementare di giustizia e legalità, diffusa con particolare urgenza nelle periferie più degradate. Dovremmo dunque precipitarci in massa a sottoscrivere la tessera di Casapound?
Non proprio. E ciò vale anche per il giovane, che pur condividendo le premesse (etiche, civili) delle persone lì radunate, si dissocia dalle conclusioni. Domande giuste, ha probabilmente intuito, possono talvolta condurre a risposte sbagliate. Anche molto sbagliate, come nella manifestazione promossa dal movimento neofascista per opporsi al trasferimento di settanta Rom nel quartiere romano di Torre Maura. Settanta: non settecento, non settemila. E per lui i numeri sono importanti.
Prova a questo punto a spiegare le ragioni dell’errore. Lo fa con strumenti linguistici semplici, certo, commisurati alla sua età, ma non semplificati. L'essenza del suo ragionamento è il calcolo statistico. 
Non contesta l'illegalità dei comportamenti di alcune persone che appartengono alla comunità Rom. Pur senza affermarlo espressamente, assume che la frequenza di tali atti (l'incidenza statistica, appunto) possa essere superiore a quella di simili azioni compiute da norvegesi, olandesi e, perché no, italiani. Per quanto le persone che non rubano, di qualsiasi etnia, colore della pelle o altro, saranno sempre più di quelle che rubano. Questo cacciamocelo bene in testa!
Ma diciamo anche chiaramente – è verosimile, anzi provato – che in alcuni gruppi la percentuale di illegalità è maggiore che in altri, e non sempre ciò è legato alle condizioni economiche o sociali. Ad esempio, i dati carcerari ci dicono che la comunità senegalese crea molti meno problemi di ordine pubblico di quella nigeriana. È un fatto. Come è un fatto, studiato, mappato da sociologi e forze dell'ordine, che nelle popolazioni nomadi provenienti dall'India del nord la disposizione al furto sia piuttosto alta. 
Ah, lo vedi, allora, che ha ragione Casapound!
Alt. Pausa. Ragionamento. E’ infatti qui che appare l'inaspettata competenza statistica del quindicenne. Ok, ammettiamo pure, e noi l'abbiamo ammesso, che tra gli zingari (il termine non è offensivo, discende dalla casta indiana degli intoccabili) i furti vengano compiuti con una frequenza superiore agli italiani. Poniamo il doppio, anzi il triplo, esageriamo e ipotizziamo quattro volte tanto, e poi cerchiamo di capire cosa ciò comporterebbe.
Dovremo anche qui partire da una base statistica numerabile, chiedendoci: quanti sono gli italiani? Sessanta milioni, ricorda il ragazzino con la felpa agli energumeni. E gli zingari? E' impossibile avere un dato certo per popolazioni non stanziali, ma, tra Rom e Sinti, è stata stimata una presenza che oscilla tra 60.000 e 145.000 persone, di cui 45.000 nate e cresciute in Italia. 
Il rapporto, insomma, è di poco superiore a uno a cento. Se anche gli zingari rubassero in misura quadruplice ai nostri concittadini, sul computo totale dei furti andrebbero dunque a incidere in una misura compresa tra il 4 e il 10%; ossia del tutto irrilevante ai fini di ciò che Casapound dichiara di perseguire: portare giustizia e legalità nel Paese, e in specie in quelle periferie dove più difettano. Senza contare che i reati si puniscono dopo, non prima e sparando a casaccio nel gruppo.
Di questo e solo di questo ci parla il quindicenne protagonista del video che sta rimbalzando tra tablet e pc, facendo tappa sui nostri smartpone. Che poi i popoli nomadi siano anche liberi e vitali, non abbiano mai dichiarato guerra a nessuno stato (non avendone e non volendone uno proprio), per non dire delle musiche meravigliose estorte a chitarre pizzicate con foga, o i racconti epici e stralunati che escono da bocche in cui scintillano i denti d’oro, mentre gonne a fiori frusciano sullo sfondo e occhi nerissimi scrutano le linee incerte di una mano, che poi esista anche questo altro lato della medaglia, il ragazzo non lo nega ma nemmeno lo afferma.
Semplicemente, per la sua vita, sono cose troppo lontane. Quella è roba per chi ha il cuore a sinistra e il portafogli a destra, pensa forse anche lui in sintonia con gli energumeni di Casapound, come si ostinano a chiamarli i giornali. 
Così ha preso la parola solo per dire che, in quell’estremo lembo romano in cui prova a farsi spazio con un pensiero proprio, mai in conto terzi, non vuole che gli freghino lo scooter, né a sua madre il televisore nuovo preso a rate all’Unieuro; è largo e sottile e lei ci guarda i programmi pomeridiani di Rete 4, non Moni Ovadia e i suoi spettacoli su zingari ed ebrei, non gli zingari felici che, un giorno, vide in Piazza Maggiore Claudio Lolli.
Ma, il ragazzino con la felpa nera, il quindicenne che reclama la parola e sa anche tenerla, lo statistico di Torre Maura, ha capito che questo obiettivo non si raggiunge prendendo i piccoli numeri umani a calci nel culo, o spargendo il pane in terra. Perché il pane è fatto per magiare e i numeri per ragionare.


mercoledì 3 aprile 2019

Gnarly

Cosa hanno in comune un barbuto filosofo greco e un surfista californiano con la zazzera?
Molto, direi, se è vero quel che pensava Wittgenstein sul linguaggio, a coincidere per lui con il perimetro del mondo, un mondo sempre e solo in nome proprio ("the borders of my language are the borders of my world").
Ho scoperto la strana coincidenza ieri, assieme a una parola di inconfondibile provenienza americana, di più, slang, quello della West Coast con cui pronunciare narly, anche se si scrive gnarly e significa stupore, eccitazione, fascino, mescolato a un vago ma tenace senso di paura.
A provarla è come anticipato il surfista, di fronte l'oceano Pacifico e un'onda particolarmente maestosa. Sarebbe bello montarci sopra, pensa, sarebbe cool cavalcarla in equilibrio sulla sua tavola in schiuma di poliuretano, il culo a sbalzo su cui è disegnato l'arcobaleno delle braghette Sundek.
Ma, accompagnato a questo pensiero, cresce di pari passo il timore di essere precipitati fuori, inghiottiti dalla risacca spumeggiante, magari non riemergere più...
Mentre la pelle si arriccia in piccoli pallini, viene così alla bocca uno squittio che ricorda il ruminare del chewing gum, gnarly, gnarly, gnarly, possiamo immaginarlo servito sulla lettiera acustica di una canzone dei Beach Boys.
Eppure, ben prima della band californiana, nella penisola greca, di fronte onde ugualmente minacciose, esisteva un termine che restituiva un sentimento simile. Thauma.
Per Aristotele, la filosofia occidentale nasce da quella concentrazione legnosa e austera di suono, in cui meraviglia e spavento sono inseparabili come Castore da Polluce. Nasce e cresce nel tentativo di sbarazzarsene. 
Dobbiamo allora concludere, e qualcuno lo suggerisce, che la cultura americana rappresenta il più alto inveramento della tradizione classica?
Sì e no, mi verrebbe da rispondere.
Perché se è vero che il solo possesso della parola, thauma, fa del più umile contadino greco un potenziale filosofo – l'uomo che fissa stupefatto il mistero del fulmine, per comprendere ma anche difendersi, farla franca –, nella sua tardiva torsione nominale ha una funzione puramente ludica e operativa.
What I gonna do, si chiedono infatti i moderni epigoni di Socrate. Mi butto tra le onde, rischio, oppure resto sulla spiaggia a spalmare l'abbronzante a qualche nuova pollastrella... Oh, gnarly!
La storia, insomma, si ripete, ma ogni volta con sfasature e varianti. In questo caso e come suggeriva Marx, da tragedia divenendo farsa.