venerdì 29 agosto 2025

Gabbiani ipotetici

In una canzone di oltre trent’anni fa, Qualcuno era comunista, Giorgio Gaber compie del comunismo un’analisi psicologica minuziosa, è un crescendo musicale ma anche di emozioni e sentimenti contrastanti, a convergere in un unico contenitore elettorale: il PCI. Nel testo vengono enumerate le infinite ragioni per cui, nei decenni precedenti, gli italiani con i loro mutui per l'agognata casa di proprietà, le loro Seicento e i pochi risparmi in banca, avevano votato in massa per un partito che proclamava la collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, con percentuali superiori a qualsiasi altro omologo europeo. In una strofa centrale viene detto:

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come

Più di se stesso: era come due persone in una

Da una parte la personale fatica quotidiana

E dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo

Per cambiare veramente la vita, no, niente rimpianti

Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare

Come dei gabbiani ipotetici.

Io la trovo una riflessione acutissima, un’immagine veritiera non solo del suo specifico oggetto, ma che possiamo allargare al modo delle foto sullo smartphone, basta sfiorarle con due dita da divaricare per il pic to zoom. Nella sua estensione coglieremmo come, più in generale, la politica del passato conteneva due momenti: il possibile, rappresentato dal gabbiano ipotetico, e l’uomo reale immerso nella personale fatica quotidiana, che cerca di spiccare il volo senza esserne capace.

Ma forse è un meccanismo antropologico ancora più universale e antico. Lo ritroviamo, ad esempio, nel rapporto tra mito e rito. Anche il mito è una sorta di gabbiano, collocato in una dimensione intangibile e astratta; con Platone diventerà il cielo delle idee. Mentre il rito rappresenta il tentativo di riportarlo sulla terra – non per burlarsene come viene fatto nell’Albatros di Baudelaire, lo si reifica per fare del mondo un'immensa voliera –, o in alternativa di porre l’uomo allo stesso livello del gabbiano. Dante esprime il medesimo concetto con il termine indiarsi, farsi Dio, e cioè elevarsi fino a coincidere con il mito cristiano.

Se diamo una scorsa ai principali movimenti politici novecenteschi, è una dinamica puntualmente ritrovabile: il comunismo, ci mostra Gaber, era un mito aeronautico; ma lo era anche la DC che si nutriva dello sfondo etico e ontologico del cristianesimo; un mito di uguaglianza il socialismo e perfino il fascismo era un mito, intriso dei tratti omerici dell’eroismo marziale, l’esaltazione della gioventù, la bella morte etc.

Tutti miti, sì. Attraverso il rituale dell'azione politica si cercava di realizzarli, con molte inevitabili approssimazioni. Era infatti un tendere a, uno slancio desiderante, già che il rito non potrà mai coincidere con il mito, e la politica è l’arte della mediazione. Ma si può mediare solo a partire da un obiettivo che possieda forza di magnete, viene collocato nel futuro e da lì chiama, risucchia, è il canto delle sirene. Un buon politico si faceva legare all'albero maestro come Ulisse, a questo modo non rinunciava alle note sublimi ma per poteva dialogare con altre voci, altri miti. Ciò almeno nel passato. E adesso?

Adesso, a me pare, siamo entrati nel regime postmoderno della nostalgia. Non esistono più mitologie rivolte a oltrepassare il presente – un raggio di sole intravisto tra una coltre di nuvole – e così sì rammemora i miti del passato, ma senza crederci fino in fondo. Oppure ci si propone di compiere il già compiuto; facevo un esempio nei giorni scorsi riguardo al femminismo, le cui istanze fondamentali sono già state incluse nella Costituzione italiana: non svalutare, picchiare, declassare, uccidere le donne. Ed è così che il femminismo, mito realmente rivoluzionario, senza di esso non avremmo molti dei diritti attuali delle donne, corre il rischio di trasformarsi in un fenomeno di folclore.

Riprendendo la definizione di sacro di Rudolph Otto, in un certo senso anche il mito rappresenta un “mysterium tremendum et fascinans". Comunismo fascismo, non comparabili per responsabilità storiche e intenzioni, sono accomunati nell'avere convogliato energie psichiche vitali e al tempo stesso tremende. Ma ora anch'essi rischiano di essere risucchiati nel cono d'ombra del folclore. Al riguardo, suggerisco di guardarsi su YouTube le interviste ai gitanti in camicia nera in quel di Predappio: innocue macchiette, a cui si offrirebbe volentieri un bicchiere di Sangiovese per poi star lì ad ascoltare le loro favole, quando c’era Lui caro Lei…

D’altronde il folclore è ben accolto in questo tempo, è un diserbante, nemmeno troppo tossico, che fa piazza pulita dei semi reali di dissenso; perciò nei talk show televisivi è gradita la figura del balengo, con le sue sparate ci fa sorridere e non ostruisce le rotte dei padroni del vapore. Un po’ come il tizio a Portobello che si proponeva di abbattere il monte del Turchino per eliminare la nebbia in Valpadana.

Quando si tratta di fare politica per davvero, alla nostalgia subentra infatti una visione aziendalistica della cosa pubblica. Inaugurata in Italia da Berlusconi, si è in seguito estesa all’intero Occidente: la convinzione che il mondo sia questo mondo qui, tertium, ma neppure secundo, non datur. Da ciò il culto dei governi tecnici, gli esperti, i sindaci che devono essere dei manager di successo, alla Beppe Sala. Gente per cui sviluppo e progresso coincidono, non vengono distinti come faceva Pasolini.

In ciò possiamo scorgere un implicito, una vocina che sussurra senza bisogno di muovere le labbra: non esistono, ci dice la vocina, alternative all’organizzazione liberal-capitalistica dell'esistente, prima o poi verrà estesa anche a Marte, è solo questione di tempo ma Elon Musk già ci sta lavorando. Dunque tanto vale lasciar mano libera a chi di queste cose ne sa, se proprio volete cambiare vita iscrivetevi a un corso di mindfulness, oppure entrate in una libreria esoterica e prendete un bel libro di Rudolf Steiner; ancora meglio se mandate i figli a una scuola steineriana, come ha fatto Veronica Lario.

Il ragionamento non farebbe una grinza, se non avessimo l’ultima strofa della canzone di Giorgio Gaber. A insinuare dei dubbi che questo sia davvero il migliore dei mondi possibili:

E ora?

Anche ora ci si sente in due

Da una parte l'uomo inserito

Che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

E dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo

Perché ormai il sogno si è rattrappito

Due miserie in un corpo solo.

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