martedì 25 maggio 2021

Il casco arancione


Uno girava con un casco arancione da ciclista, lo indossava anche quando camminava con un'andatura vagamente saltellante, oppure entrava trafelato nei negozi, ma perlopiù sopra una bicicletta del genere chiamato Graziella, su cui pedalava con ostinazione. Era sempre da solo, mai che qualcuno gli passasse la borraccia. Se avevi la fortuna di trovarlo fermo a sistemarsi il casco (fermo si fa per dire, rimaneva nel corpo un moto sussultorio, come nei terremoti), potevi chiedergli dove andava così di fretta, un dubbio che era venuto a molti. Ma lui forse confondeva dove con devo, devo andare rispondeva con gli occhi fissi al campanello cromato, devo andare... E scompariva all'orizzonte con la sua Graziella, il casco arancione un po' sbilenco.

lunedì 24 maggio 2021

Sono vaccinato

Assieme a migliaia di altri italiani, domenica ho fatto la vaccinazione. Pfizer fortunatamente. Chissà perché da bimbi si temono così tanto le iniezioni - guarda che ti faccio la puntura, minacciavano le nonne per acquietarci - quando sono perlopiù indolore e durano pochi secondi. Non fa eccezione il vaccino per prevenire il Covid. Dopo si viene invitati ad attendere quindici minuti, nel caso si verificassero delle reazioni avverse, nei quali mi sono trasferito su una seggiola di plastica all’interno di una grande palestra. Al mio fianco un coetaneo, siamo sulla cinquantina dunque, anche lui è in decantazione, la distanza è quella prevista di un metro, forse qualcosa meno. Squilla il suo telefono, suoneria di Ricky Martin. Risponde. Nel farlo si abbassa la mascherina, e così continua in un’affabile conversazione. Mi scusi dico io quando vedo che va per le lunghe, ma la mascherina è obbligatoria, e faccio segno. Non si preoccupi risponde con un sorriso largo, sono vaccinato. Clic.

Battiato, o sull'esotismo come fattore artistico


Dopo quanti giorni un morto è davvero morto? Di Socrate si parlava ancora al presente a centinaia di anni dalla morte; con Napoleone si è scesi a qualche decennio; Battiato, e le polemiche innescate con lui ancora in vita da Michela Murgia sulla qualità dei suoi testi (ma Tommaso Labranca era arrivato prima, vent'anni fa includeva l'artista catanese nella sua arguta fenomenologia del cialtronesco), Battiato è già stato rimpiazzato sui social da più nuove e ghiotte polemiche su cui azzuffarsi, ad esempio la vittoria dei Maneskin all'Eurovision. E così dopo nemmeno una settimana Battiato è morto definitivamente, riposi in pace o si reincarni, come gli è forse più congeniale.

A noi il compito di provare ad articolare un ragionamento equilibrato sul suo lascito corposo. Sulla musica credo non ci siano dubbi: era quasi sempre ad altissimi livelli, con alcuni capolavori che resteranno. Ma io credo resteranno anche i testi, e non perché gli argomenti della Murgia, Labranca e, più di recente, Fulvio Abbate siano del tutto infondati. È vero, nelle rappresentazioni verbali di Battiato era a volte presente qualcosa di approssimativo, a compiacere un immaginario che si sovrappone, occultandolo, al miserabile dato di realtà. Come le passeggiate sulla prospettiva Nevskij, italianizzazione del russo prospekt che a regola andrebbe lasciato così com'è o tradotto con viale, come fanno gli anglosassoni dicendo Nevskij Avenue, su cui Battiato non incontra dei poveracci infreddoliti ma niente di meno che Igor Stravinskij. Urca!

Eppure sarebbe un errore, anche nel caso dei numerosi riferimenti alla spiritualità orientale, confondere questi richiami con l'imputazione d'inconsistenza teologica o peggio di kitsch, che i dizionari fanno coincidere con un'emulazione semplificata di modelli alti, del tutto priva d'ironia. Come in Indiana Jones, nelle canzoni di Battiato l'ironia invece abbonda, e la figura estetica corretta non è dunque quella di kitsch ma di esotismo, in cui l'altrove (geografico, culturale, perfino mistico) viene ricostruito all'interno di un orizzonte a un tempo finzionale e funzionale; quando la funzione è ovviamente quella di evocare, indurre stati emotivi alterati che facciano tutt'uno con la musica.

Ma esiste anche un esotismo di altissimo livello, diciamo pure artistico, affatto letterario, di cui L'isola del tesoro di Stevenson e i romanzi di Salgari sono esempio. Viene così il dubbio che anche nell'epica in genere, e, in particolare, in quella omerica e shakespeariana, si attinga a piene mani alla strategia retorica dell'esotismo, per non dire nel melodramma. Vogliamo dunque liquidare anche Omero, Shakespeare, Salgari, Stevenson, Puccini e Verdi, affermandone l'inconsistenza perché si discostano dalla realtà storica e sociale?

Ma l'esempio più vicino a Battiato mi sembra quello di Paolo Conte. Non è necessario che canti di aguaplani che sorvolano sfrenate danze tropicali, o di Africa in giardino tra l'oleandro e il baobab, quando anche Genova viene completamente trasfigurata dentro lo sguardo di un piemontese di provincia, che intimorito dal suo stesso immaginare (il sole diviene un lampo giallo al parabrise, scimmia di luce e di follia) preferisce arretrare a un'immobile campagna, e il resto è pioggia che ci bagna. Meglio mantenere il sogno esotico, sembra suggerirci Paolo Conte, che sfidare la realtà rugginosa. E così la canzone si risolve nella supplica: Genova, lasciaci ai nostri temporali, ai giorni tutti uguali.

Ciò che distingue Conte da Battiato è che quest'ultimo non arretra invece dalle sue visioni, le offre, le condivide come un eucarestia laica dentro marcette elettroniche o larghi sinfonici, a volte ci lascia perfino nel dubbio se ci creda o ci faccia, ma alla fine il suo esotismo (artificiale come tutti gli esotismi) arriva e tocca in noi corde profonde, e per una volta l'aggettivo mitico non è qui abusato. Ed è così che ci sembra di sentire lo sferragliare lento di un treno per Tozeur, e chissà dove cavolo si trova Tozeur, se esiste veramente un luogo chiamato così... Tutti dilemmi pleonastici per l'immaginazione, in cui anche noi cominciamo a vivere a un'altra velocità, mentre da una casa lontana tua madre mi vede, si ricorda di me e delle mie abitudini.

martedì 18 maggio 2021

Ti saluto filosofia


Luigi Malerba pubblicò nel 2004 una raccolta di racconti intitolata Ti saluto filosofia. All'Università io ho studiato filosofia, oggi mi interessa molto meno: preferisco le storie, le parole che fluiscono lente dentro il fiume dell'invenzione, seguendo le anse di quell'inganno programmatico chiamato letteratura, in cui al reale viene sostituito il vero.

Semplificando, letteratura e filosofia si occupano, a un tempo, del mondo come tutto e come parti, e cioè della relazione tra di esse in cui si produce il significato complessivo. Ma anche differiscono in qualcosa, e forse la differenza più significativa non consiste nella necessità, in letteratura, della mediazione di personaggi, dialoghi, descrizioni di ambienti per ottenere la relazione significativa qui accennata, a costituire infine quel tutto che prende il nome di opera.

La letteratura è piuttosto un esercizio artigianale in cui si può concepire la parte come tutto; la relazione è in questo caso interna al personaggio, tra parti distinte che prima confliggono e poi convergono dentro l'individuazione del sé, direbbe uno psicanalista junghiano. È così possibile resistere, attraverso il linguaggio narrativo, alle pretese di ogni ordine simbolico a cui il singolo si debba asservire, fosse pure un ordine tecnico e scientifico; la scienza è una particolare forma di filosofia, per inciso.

Un esempio che chiarisca il mio pensiero lo offre la polemica di questi giorni tra Rula Jebreal e Propaganda Live. Ora non è importante stabilire se l'accusa di maschilismo, mossa dalla Jebreal al programma di Diego Bianchi, sia fondata, ma che in un orizzonte filosofico e, dunque, concettuale, ogni orgogliosa rivendicazione di maschilismo viene destituita da qualsiasi appiglio razionale e a maggior ragione etico, almeno nella nostra epoca; per Paolo di Tarso essere maschilisti era premessa di salvezza, ma quella era un'altra filosofia, un altro tempo.

Il nostro tempo può essere incorniciato con la parafrasi di una battuta di Clint Eastwood, pronunciata in un film di Sergio Leone: quando l'uomo col fucile incontra la donna con il libro e la penna, l'uomo col fucile è morto. Ed è giusto così, nessun rimpianto premoderno, la filosofia si limita a fare da specchio al mutamento sopraggiunto.

Ma in letteratura si può essere nella verità – che è sempre la propria verità, la verità storico biografica del personaggio – anche mettendo in scena un mondo verbale senza quote rose, un mondo sovrastorico di intima attualità. Ad esempio uomini che fanno branco, vanno a pescare, o a caccia, come in un racconto di Hemingway. E sono contenti così. Talmente contenti di non avere donne tra i piedi, da esclamare la battuta presente in un altro film, questa volta di Monicelli: "Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini, ma perché non siamo nati tutti finocchi?!"

Dobbiamo ricavarne che Monicelli fosse maschilista, e anche Hemingway? Forse sì, forse no, o forse chi si pone la domanda non ha capito nulla dell'arte di raccontare, in cui soggetto e oggetto della narrazione si sfiorano come treni nella notte, scontrandosi solo nelle brutte storie, quelle in cui il tutto (morale, ideologico, estetico) pretende imporsi con un atto d'imperio sulla recalcitrante minuscola lucina della parte, che il lettore coglie di sfuggita dal finestrino.

Quando ciò accade e la narrazione viene costretta dentro un ordine esterno, o, meglio, estraneo alla brancolante ricerca dei personaggi, che si riflette in un viaggio speculare dell'autore per tracciati obliqui e interposti, come il dio di Eraclito che può solo accennare, mai dire compiutamente la cosa, quando ciò accade non solo si realizza della cattiva letteratura, ma anche pessima filosofia.

Per fare letteratura con qualche speranza di merito, bisognerebbe allora avere il coraggio di pronunciare lo stesso commiato di Malerba: ti saluto filosofia.


sabato 15 maggio 2021

Amicizia e verità

 


Rula Jebreal, all'ultimo momento, declina l'invito a Propaganda Live, aggiungendo quale lapidaria motivazione che sarebbe stata l'unica ospite femminile. Nella circostanza, ha perfettamente ragione. Resta da capire se essere l'unica donna intervistata in una trasmissione televisiva sia espressione di discriminazione sessista, come da lei adombrato, di più, condannato, o di qualcos'altro, come io sono portato a credere anche solo perché mi piacciono i percorsi tortuosi, arrivare alla meta in funivia mi annoia un poco.

Ne ritrovo traccia, di questo qualcos'altro, nella balbettante giustificazione di Diego Bianchi all'inizio del programma, e in particolare nel passaggio in cui spiega che il suo modo di fare televisione nasce da un rapporto tra amici, per pura combinazione (aggiunge) sono tutti maschi.

Io non credo che sia davvero una "pura combinazione", quando il genere, spesso, se non proprio sempre, rappresenta un elemento decisivo nelle dinamiche di rispecchiamento dell'amicizia, in special modo di quella vagamente cameratesca e provinciale da baretto di Tor Bella Monaca, genius loci di tutte le trasmissioni da lui condotte.

In tale complicità tra maschi rispettosa fin che si vuole della controparte femminile – Bianchi e i suoi maschi-amici non fanno del cat calling, insomma –, Propaganda Live ha trovato la sua misura e il suo successo, rilanciando i giochi di sponda, gli ammiccamenti e l'empatia del baretto di cui sopra, grazie al quale ha saputo restituire un clima di familiarità ruspante difficilmente ritrovabile in altre trasmissioni. Ma familiarità tra maschi, appunto.

Se a Rula Jebreal sta stretta l'atmosfera complice degli amici di Bianchi, quel bonario darsi di gomito accompagnato da annamo, famo, daje, ha fatto benissimo a declinare l'invito per dedicarsi a salotti televisivi più internazionali e forbiti, dove la composizione degli ospiti viene pesata col bilancino ormonale: tre donne qui, tre uomini là, e già che ci siamo anche un diversamente cresciuto, un tempo e ignobilmente detto nano. È un suo diritto, forse perfino dovere: essere sé stessa fino in fondo, come lo è Diego Bianchi avvolto nelle t-shirt nere stampate.

Ma io eviterei di estendere al mondo questo personale sentire, con il ditino puntato a discriminare vittime da carnefici, buoni da cattivi. Quello stesso sentire che le ha fatto accettare l’invito a un'altra trasmissione, salire su un palco pieno di fiori, rose senza spine né profumo, accanto un bel mare dove navigano barche piccole piccole, come cantava Francesco De Gregori ironizzando sul Festival di Sanremo. Perché altrimenti diventano piccole anche le sue parole, diventano false.

Basterebbe ricordare che l’amicizia non è solo un fatto maschile, anche quando diviene pubblica. Serena Dandini aveva fatto televisione con le sue amiche, si chiamava La tivù delle ragazze, mentre Bianchi fa la tivù de li ragazzi de 'sta Roma bbella, ognuno faccia la tivù che gli pare, che non vuole dire essere sessisti ma semplicemente situati, direbbe una filosofa femminista. E cioè in un rapporto storico e incarnato con le cose che precede la verità sopra di esse.

A ben vedere, il tratto della tarda modernità consiste in un mutamento di segno della celebre frase attribuita ad Aristotele: Amicus Plato, sed magis amica veritas. Nell'oblio progressivo della Verità con la v maiuscola diviene vero il contrario, e la piccola verità a cui abbiamo accesso è quella dell'amicizia e della relazione, del sentire prima ancora del concepire.

In fondo lo spettatore ha il telecomando, può anch'egli indirizzarsi dove si sente meglio, trovare il proprio baretto nell'infinito palinsesto mediatico, i propri amici virtuali. E la Jebreal ha bellissime gambe con cui sfuggire da contesti in cui non si riconosce, più discutibile quando afferma che lì non venga riconosciuta. E amen.

domenica 9 maggio 2021

Rambo e Agamben

 


È un peccato che gli intellettuali abbiano poca confidenza con la cultura bassa, diciamo pure trash. Diversamente, sarebbe semplice spiegare a Giorgio Agamben perché, malgrado si ostini a specchiarsi nella pozza di un pensiero filosofico vagamente stagnante, continuino a sfuggirgli, come viscidissine trote, i termini della questione giuridica legati all'emergenza in corso, o quantomeno le gerarchie che devono sottendere la morale pubblica; è Kant a dirlo, non Paperinik. Insiste così nel sostenere che i poteri cosiddetti forti hanno profittato della pandemia per revocare fondamentali diritti civili, quali quello di sputacchiare sulle tartine in bella mostra sul bancone dell'Happy Hour. Lo spiega molto bene il Capitano delle forze speciali in Rambo, quando dice a un altro militare a capo delle ricerche del fuggitivo: "Non ha capito, io non sono qui per proteggere John Rambo da voi. Ma voi da lui." Avesse visto quella sequenza, forse anche Agamben avrebbe intuito come le blande disposizioni a limitare in questi mesi la libertà di spostamento e gozzoviglia, non servivano a proteggerlo dal Covid - continua infatti a essere libero di rischiare la propria vita, ad esempio uscendo dalla finestra a cavallo di una scopa, replicando il finale di Miracolo a Milano - ma a proteggere noi da lui. E da chiunque non abbia ancora inteso che la propria libertà si arresta dove comincia quella degli altri, la cui primaria è vivere.

venerdì 7 maggio 2021

Fiction

 


Sabato ho sparato a un gatto in un prato.
Stava già morto stecchito crepato
e così gli ho sparato
con un fucile a turaccioli.

Vai a vedere se l'hai colpito
dice la nonna, e io mi sono avviato
verso il gatto morto sparato
da un cacciatore
che io pensavo dormire sdraiato
in un prato appena falciato.

Ma il gatto morto stecchito sparato
da me e dal cacciatore, l’avrà
scambiato per un tasso,
non faceva più ron ron come i gatti
se gli grattavo la schiena e il musetto.

Era morto. Stecchito. Sforacchiato.

Lo conoscevo, si chiamava Rosso,
era vivo inseguiva le lucertole
ieri, le puntava prima.

Io l'ho puntato con il mio fucile
a turaccioli, un ciuffo di peli
rossicci proprio al centro del mirino
e bum bum ho gridato,
i turaccioli erano due.

Vai a vedere insiste la nonna,
controlla se l'hai ammazzato.

E io sono andato, ho visto, ho toccato
e ancora ho gridato (ma non bum bum)
e ho spaccato – brutto fucile! –
il mio nuovo fucile a turaccioli.

Poi ho capito: le cose per finta,
le parole anche, perfino i pensieri
a pensarli bisogna stare attenti,
che diventano veri.

martedì 4 maggio 2021

Io sono un artista e dico quello che voglio, o sul perché Monsieur Fedez c'est nous

 


Dal palco del concerto del primo maggio, Fedez ha pronunciato parole condivisibili sui diritti degli omosessuali, di più: sacrosante. Mi ha però un po' inquietato, nella registrazione da lui effettuata della telefonata con i dirigenti Rai, sentirlo affermare: "Io sono un artista e dico quello che voglio, ha capito!"

Un'inquietudine che si è precisata con la memoria di una vecchia intervista a Pierpaolo Pasolini, in cui Enzo Biagi lo invitava a fare lo stesso. "No, non posso dire ciò che voglio in televisione" rispose Pasolini. "Non posso perché c'è la censura (e nel 1971, dentro la RAI diretta da Ettore Bernabei, la censura non era solo una parolina frivola strillata da un rapper incavolato), ma anche se non ci fosse sarei io ad auto censurarmi, per rispetto dello spettatore medio che non capirebbe."

Essere un artista, ci comunica Pasolini, non significa dunque dire quello che si vuole ma interagire con i contesti, sapendoli prima riconoscere e poi eventualmente plasmare, per renderli compatibili alla propria voce. Tutto ciò nella consapevolezza che l'interlocutore è sempre situato, ossia diverso da noi e, da quella differenza, deve muovere la comunicazione, non per compiacerla ma per porsi in una dialettica virtuosa.

Da qui il dubbio che sotto l'unanimità del consenso ottenuto da Fedez – le frasi da lui citate sono tristemente reali, "se avessi un figlio omosessuale lo brucerei" e schifezze del genere, che meritano una ripulsa severa e appassionata, come fatto dal cantante  , sotto si agiti un tema ancora più decisivo, che può essere sintetizzato in una domanda: perché a dirmi quelle cose giuste deve essere proprio l'artista Fedez e non, mettiamo, gli artisti Daniele Sepe o Riccardo Tesi o Rita Marcotulli o Nicola Piovani, ben più capaci come musicisti ma non invitati al concerto del primo maggio?

Perché vende un numero maggiore di dischi, mi sembra ovvio. Ne ricavo che la legittimità a stare su quel palco a denunciare quanto siano ignobili le dichiarazioni di alcuni politici leghisti (ma ne basterebbe uno, uno soltanto perché siano troppi), deriva da aspetti quantitativi più che qualitativi, o come si dice ora dal fatto che Fedez sia un influencer, aggiornamento della nozione latina di auctoritas. In altre parole, l'arte grazie a cui il suo dire verrebbe sottratto a ogni limite formale, è tutt'altro che libera e recalcitrante ogni sovranità che non sia quella delle muse, ma ricalcata dalle gerarchie che sono espressione di un ordine simbolico e materiale già individuato da Pasolini, lui lo chiamava "nuovo fascismo".

Allora era solo una cantilena spensierata che sgusciava dai juke box, stavano alla parete di baretti di periferia in cui venivi accolto dalla locandina metallica dei gelati Eldorado, musica leggera, anzi, leggerissima, a sussurrare nel refrain: tutto è possibile, tutto è consentito, tutto e subito.

Negli anni, quella canzone ha però guadagnato un'evidenza spettacolare e chiassosa, convertibile a stretto giro in moneta. Ed è nuovamente una questione di auctoritas, l'auctoritas economico-spettacolare che rende il bel musino di Fedez perfetto testimonial di Amazon, società che si distingue per mancanza di attenzione e rispetto nei confronti degli elementari diritti dei propri dipendenti; ed è utile ricordare che tutto è partito da un concerto che dovrebbe invece celebrarli, quei diritti.

Ma se allarghiamo l'inquadratura, vediamo che è la stessa auctoritas grazie a cui Miguel Bosè può dire ciò che dice sul Covid, immediatamente ripreso dalle principali emittenti pubbliche, poco importa se per smentirlo o riverirlo, quando è comunque in atto una dinamica di riconoscimento e cooptazione dei salvati, per usare la metafora di Primo Levi, lasciando ai sommersi analoghi pensieri di gramigna con cui infestare i social network. In fondo anch'egli è un artista e dice ciò che vuole, ci mancherebbe, anche che la terra è piatta e Ugo Tognazzi era il capo delle BR.

Se ne ricava che l'artista è oggi ben lontano dal ruolo critico che si assegnava Pasolini: una forza che viene dal passato, dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare; una forza ma a ben vedere anche una fragilità, antagonista perdente a ogni forma di potere; e ciò anche quando quel potere sia soft, light, senza glutine o grassi saturi, a scivolare in gola senza i sussulti provocati dall'olio di ricino. Basta una strisciata di Bancomat e un'alzata di spalle, che diviene ruggito solo in favore di camera.

Ed è quanto fa l'artista Fedez, l'artista Bosè, l'artista emblema di questo tempo da fustigare pubblicamente, ma a un centimetro dal nemico trasforma lo schiaffo in carezza, divenendo il custode di tavole della legge rimaste in bianco, il guardiano di una soglia per definizione sempre aperta, anche la domenica e i festivi (vieni, entra, compra!), secondo lo schema carnevalesco per cui la trasgressione rappresenta la glorificazione del limite.

Ma non vale nemmeno prendersela con il prima povero, censurato, e poi eroico Fedez, quando è una caratteristica generale della postmodernità: non importa se ce l'hai fatta a guadagnare il cono di luce dei riflettori, ci sentiamo tutti degli artisti, dei creativi la cui opinione è imperdibile, vitale per il mondo, richiesta dall'universo. E rivendichiamo così il diritto a dire/fare sempre tutto quel che vogliamo, senza alcuna auctoritas a limitare il nostro slancio infantile. Perché io sono un artista e dico quello che voglio, ha capito!

 

martedì 27 aprile 2021

Sfornation


Mi viene da vomitare ogni volta che apro Facebook, e leggo quello che la gente scrive su Facebook, me compreso; in fondo un orinatoio è fatto per pisciarci dentro, e solo in una circostanza su un milione, se ti chiami Duchamp, riesci a cavarci un'opera d'arte. In ogni modo un chiaro segnale, di più, un sintomo, che rientra nel mio sistema bioritmico. Succedeva anche a Thomas Bernhard, dopo un mese che abitava in un luogo gli veniva a noia, e se insisteva la noia si tramutava in fastidio, congestione, ripulsa e infine orrore. Un orrore, nel mio caso, che si appunta come una medaglia al disvalore sulle cose, fa esplodere con fantasie di tritolo palazzi e villette, per sterminare, quando non c'è più nulla da abbattere, ciò che rimane di quel monumento di cartapesta che la specie a cui appartengo si edifica da sola. Ne è defilata briciola il panettiere con la bustina bianca sul capo, pedala in un alba rugginosa con la cesta colma di biovi e francesi e michette, sono ancora tiepidi e fragranti, io sto dormendo ma mi piace immaginarlo canticchiare sfornation, la stessa contagiosa canzoncina di Ninetto Davoli in un celebre spot degli anni settanta. Solo trasferendosi in un luogo diverso, non migliore, diverso, il grande scrittore austriaco (sto parlando di Bernhard, non del panettiere e nemmeno di Ninetto che era romano de Roma, una di quelle persone che sembrano generate dalla geografia, più che dalla storia), Bernhard riusciva a placare la sua avversione; per breve tempo trovava il nuovo approdo persino simpatico e grazioso, se non proprio amabile. Poi doveva andarsene anche da lì, magari per tornare nell'odiato luogo di partenza, di cui si era provvisoriamente scordato la sensazione di ripugnanza; o forse, semplicemente, aveva iniziato a percepire lo spazio esterno come estraneo, con quello sguardo benevolo che i turisti riservano al folclore locale, anche quando contiene intollerabili abusi. Ne ricavo che, come per Bernhard, ma in fondo anche Ninetto, è giunto per me il momento di montare sulla mia bicicletta per trasferire sguardo e parole da un'altra parte, nel viaggio canticchiare sfornation, mentre qualcosa di radicalmente nuovo lievita al mio interno; se avrò forza e determinazione riuscirò a impastarlo e poi metterlo in forno, trasformarlo in pane. Ma già sapendo che anche quella parte, prima o poi, comincerà a procurarmi disgusto, il pane diventerà secco, i denti si spezzano se provano ad azzannarne la crosta, le mammelle delle mucche avvizziscono come tanti cazzettini mosci e privi di sperma, e tornerò a pisciare nell'orinatoio di Facebook. Che alla fine, chi non piscia in compagnia o è un ladro o una spia

Invisible Monsters

Ieri ho scritto su Facebook un post sui giovani che è stato schifato da tutti. Bene, mi piace quando vengo schifato, significa che sono sulla strada giusta, in un medium-messaggio che per sua natura fa schifo. Insisterò allora sull’argomento, nella speranza di risultare ancora più sgradito.

I giovani, si diceva. Se la società fosse un congegno quale probabilmente è, i giovani ne rappresenterebbero la propaggine estrema, mossa, anche se non determinata (stiamo parlando di un congegno sul modello della cibernetica), da ingranaggi anteriori. Sono insomma quello che si dice l'ultima ruota del carro, ma per attualità metaforica aggiorneremo il carro a camion, anzi autotreno, visto che quella dell’Occidente è una lunga e auto-articolata storia, una soria in cui io so io e voi  i barbari, gli africani, gli altri  nun siete un cazzo. E mi pare evidente: l’autotreno è guasto, un autotreno guasto che passa correndo lungo la statale con un carico di sale, come cantava Francesco De Gregori in un album del 1992.

Dal momento che il motore non è visibile, richiuso com'è dentro al cofano – non ho mai capito dove sia il cofano in una motrice, ma immagino ve ne sia uno –, possiamo però cogliere solo il movimento delle ruote, il loro spostarsi ondivago tra le corsie, viene il dubbio che il conducente sia impazzito oppure abbia bevuto, per restare all'opera di Francesco De Gregori. Ma cosa potevamo aspettarci da una società che ha eletto il motto va dove ti porta il cuore a proprio navigatore satellitare, spesso confondendo cuore e minchia, in un mondo di nani sono lì a pochi centimetri, e lascio da scovare di quale canzone si tratti nel caso.

Questi enigmatici e, almeno a me, vagamente ripugnanti sedicenni di cui ho scritto – con o senza mascherina, cambia poco –, sono dunque il postremo effetto di un albero motore mosso da adulti ancora più ripugnanti, che stanno rinchiusi al calduccio dei cilindri a guardarsi l’ultima serie di Netflix, dopo avere iscritto i figli a ogni cazzo di corso a disposizione: corsi di inglese, ovviamente, ma anche calcio, calcetto, karate, nuoto, scacchi, oboe, danza del ventre, blow job, qualsiasi corso meno quello che sarebbe davvero utile, ossia come aggiustare un autotreno che va in pezzi.

In ogni caso, non sarà stato del tutto inutile: col ritorno delle zone gialle e i figli fuori dai coglioni, divano e tivù sono nuovamente tutti per loro, mostri dal telecomando in pugno e le pantofole per non rigare il parquet. E quei mostri generatori di mostriciattoli, a scanso equivoci, siamo noi.

domenica 25 aprile 2021

Che ore sono?

 


A sedici anni io ero un coglione da manuale dei coglioni. Coerentemente, frequentavo solo coglioni come me, così non avevamo problemi con i neuroni a specchio. Ora che ci penso, tutti i sedicenni che ho conosciuto, a sedici anni (altrimenti non avrebbero potuto essere sedicenni), erano dei coglioni, compreso i pochi che mi accade di conoscere ora.

Le uniche eccezioni che mi vengono in mente sono Rimbaud e Mozart, ma in effetti non li ho conosciuti di persona. Anche Gesù, come viene descritto nel Vangelo dell'infanzia dello pseudo-Tommaso, a sedici anni era un coglione, con inquietanti manie di grandezza. Un’età in cui è del tutto irrilevante l'intelligenza – anzi gli intelligenti sono i peggiori, i primi della classe, i secchioni –, ma la disposizione al mondo che si traduce in simpatia; alla lettera: essere sim-pateticicon-senzienti verso gli altri, com-passionevoli nei confronti degli animali, meravigliati per il fatto che qualcosa, semplicemente, esista, invece di nulla. E soprattutto molto molto curiosi!

Tutte qualità che della futura intelligenza rappresentano la premessa, come ci mostrano romanzi di formazione quali Pinocchio o Le avventure di Huckleberry Finn, Il giovane Holden. Non ho perciò contrarietà alla proposta di estendere il voto ai sedicenni, peggio di noi non possono fare; per conto mio, si potrebbe votare perfino a dieci anni, fondare un partito per ripristinare la produzione del Big Jim. Tanto meno, mi fa storcere il naso il fatto che i sedicenni si salutino ora dicendo bella zio, oppure ascoltino canzoni con testi di puro demente turpiloquio, tengano la mascherina come un tovagliolo penzolante sotto il mento e poi vadano a trovare i nonni, cose così, da coglioni appunto.

Quel che mi inquieta è piuttosto l’impressione che mi ritorna ogni volta che ne incrocio uno, chiamiamolo il sedicenne tipo o Mr. Sixteen Junior: in lui non ritrovo il riflesso della mia coglioneria di allora, ma l’immagine di un alieno in un b-movie degli anni cinquanta, un marziano proprio, imbronciato e chiuso dentro un micro mondo impermeabile e semplificato, e cioè senza tanti giri di parole: Mr. Sixteen Junior mi è antipatico.

A Pasolini stavano antipatici i giovani capelloni, ci ha pure scritto un invettiva sulle pagine del Corriere della Sera, il politically correct era negli anni settannta solo un'espressione ben nascosta nei dizionari d'inglese. A me invece sono antipatici questi ragazzetti con lo stesso taglio di capelli dei calciatori, lo smartphone in pugno su cui scorrono svelte le dita, il passo strascicato e l'assenza di qualsiasi traccia di vitalità dentro lo sguardo; troppo sbattimento anche dare gli esami per la patente del motorino, che poi tocca andare da qualche parte.

Luoghi comuni? Sì, certo. Ma rimpiango i tempi in cui i luoghi comuni prendevano la forma di giovani canaglie con la faccia da schiaffi, come si diceva delle teppe: i Franti, i Lucignolo, i Giamburrasca o Noodles o Gigetto, un mio compagno di scuola che rubava la stilografica al preside, quando ce lo mandavano con una nota sul registro. Sì, meglio Gigetto che questo corteo funebre di zombie 2.0. Sempre coglione era, eravamo, ma almeno mettevamo allegria a noi stessi, ogni volta che passavamo davanti a uno specchio. A cui alle volte, per dire quanto coglione ero, chiedevo che ore sono?

(Ps - Aggiungo o, meglio, ribadisco di essermi attenuto a una fenomenologia tipo, che lambisce se non proprio celebra lo stereotipo, di cui esistono infinite e forse più realistiche manifestazioni. Ma confermo che a quel livello lì, di una superficie oltre la quale poco mi interessa avventurarmi, i sedicenni di oggi non mi sono simpatici. Ma niente niente, se non si fosse capito.)


sabato 24 aprile 2021

Preghiera, o sul perché, da laico, prego con Papa Fracesco

 


Io ho due passioni: le arti marziali miste o MMA, uno sport da combattimento dove gli atleti si scannano all’interno di un ring ottagonale perimetrato da una gabbia, con l'unico limite di non mordersi o cavarsi occhi e genitali, e la teologia.

Una volta mi piaceva molto anche sostare dietro ai distributori in compagnia di giovani prostitute slave, nelle narici odore di preservativi sottomarca, profumi ugualmente sottomarca misto a sudore di ascelle, pube e altri parti anatomiche, infine idrocarburi, quelli finalmente di pregiatissimi marchi: Agip, Esso, IP.  Ma come recita Qoèlet, c'è un tempo per ogni cosa, e quel tempo è ora trascorso. Con esso anche quello di infilarmi in una gabbia a petto nudo per vedere se sopravvivo a un essere umano simile a me – simile anche nel terrore che precede l'ingresso –, già che come sostiene l'antropologo e fighter Daniele Bolelli, "compito di ogni uomo è diventare un eroe". Mi rimane dunque solo la teologia.

Forse a qualcuno è sfuggito, ma Papa Francesco ha inaugurato una maratona vaticana di preghiera, con cui si propone di contrastare gli effetti della pandemia, diciamo pure sconfiggerla. Gli ha risposto dalle pagine di la Repubblica Vito Mancuso, per cui l'iniziativa rappresenta una forma regressiva di spiritualità, basata su una visione superstiziosa e clericale del divino, intrisa di elementi magici e neo pagani. Io non sono d'accordo.

La questione è più complessa e delicata, toccando aspetti essenziali non solo del cattolicesimo romano, ma anche della radice giudica da cui diparte. Sergio Quinzio, ex ufficiale della Guardia di Finanza e raffinatissimo pensatore, aveva portato il problema al suo intrinseco paradosso: onnipotente e misericordioso, quando siano aggettivi ricondotti a Dio o, anche solo, a un dio, si escludono reciprocamente, come la vicenda storica testimonia - stupri, guerre, terremoti, ma anche bimbi soggetti a scandalo, violenza. Dov'era Dio in quei momenti? Dunque se Dio è impotente è inutile pregarlo, ma anche se è un po' stronzo.

Papa Bergoglio mostra al contrario fiducia nelle possibilità di convivenza tra gli attribuiti divini, con ciò iscrivendo il proprio pontificato dentro l'ortodossia cattolica, di cui in fin dei conti è legittimo rappresentante. Negare che la preghiera possa influire sull'ordine del mondo, o, più radicalmente, neppure a Dio sia concessa la ricreazione del creato, significherebbe condurre il pensiero oltre il limes della tradizione fondata sui testi: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto" (Luca 11, 9-10).

L’obiezione di Vito Mancuso si colloca così in un orizzonte post cattolico, come da lui rivendicato da tempo, bisogna dire con qualche buona ragione. La prima mi appare la soluzione escogitata già da Leibniz per rispondere all'annoso problema della presenza del male, tradotto con il termine teodicea: Dio si fa piccino piccino per rendere liberi gli uomini, estremo gesto d'amore che limita lo slancio amoroso di un suo futuro soccorso, ad esempio nel caso di una pandemia.

Immaginare un pontefice romano post cattolico, è però chiedere un po' troppo all'immaginazione religiosa. Ma anche all'immaginazione laica e post cattolica, se non addirittura post cristiana, che dovrebbe essere possibilista verso le possibilità della preghiera, ad esempio mettendo seriamente a tema le acquisizioni della fisica delle particelle, meglio nota come meccanica quantistica.

Da Heisenberg in poi, è accertato l'assunto per cui non esiste un osservatore della realtà che sia realmente esterno, ma, perlomeno a livello infinitesimale, la dimensione puntiforme della materia è intrinsecamente legata allo sguardo che la interroga, e su di essa pone delle aspettative, più o meno consce. La preghiera è in buona sintesi proprio questo: una forma strutturata e spesso rituale di aspettativa sulla vita, che cerca di riconfigurarne il corso, o come direbbe un fisico far collassare la funzionane d'onda. In cui la realtà tangibile è come se evaporasse in assenza di un testimone, rendendo, almeno in potenza, il Figlio creatore quanto il Padre. E l'uomo demiurgo.

Certo, tra uomo e mondo, in un'ottica religiosa, si pone il tramite di una divinità separata, oltre che vagamente distratta. Una sorta di gioco di sponda che non ha finora offerto grandi prove di precisione, né di sollecitudine. Ed è appunto l'obiezione di Sergio Quinzio. Ma non possiamo liquidare la preghiera come un retaggio arcaico e superstizioso, e ciò sia a livello scientifico sia spirituale. Piuttosto, un modello compatibile per quanto non accertato né accertabile; compatibile con la tradizione, nel primo caso, e con le equazioni fisiche nel secondo.

Tra Vito Mancuso, che pure seguo e apprezzo, e Papa Bergoglio, nella circostanza mi sento dunque in sintonia con il secondo, più volte criticato per occuparsi troppo del mondo e poco di Dio. E invece no, per una volta assume radicalmente il suo ruolo di pontifex, ossia facitore di ponti tra il piano della materia e quello dello spirito. Da politico progressista, Francesco, torna così a essere sciamano. Quando il telefono rosso tra i due regni si chiama proprio preghiera.

Collaudi sentimentali

 


Dopo due settimane dall'inizio dalla mia iscrizione a Dating, l'agenzia di collocamento cuori gentilmente offerta da Mr. Zuckerberg, mi sento di confermare tutti gli stereotipi sull'umano, ma proprio tutti. Naturalmente è un'affermazione limitata a quel sottoinsieme antropologico che sono i rapporti erotici e sentimentali, quasi sempre – quasi sempre su Dating, per essere precisi – caratterizzati da un sottile gioco di potere attivo sotto traccia, in cui vince chi possiede un maggior capitale da far valere nella compravendita. Tradotto in sociologhese: uno status superiore, per quando l'orizzonte mercantile rende maggiormente l'idea, se non proprio la condizione di merci tra altre merci.

Le tre valute attualmente in corso su Dating, con cui realizzare i propri acquisti amorosi, sono bellezza, età e prestigio economico e sociale. Tre stereotipi appunto, coniugati diversamente, ma nemmeno troppo, tra i generi; in altre parole, anche le donne non di rado ricercano un compagno più giovane, oltre che bello e prestigioso. L'unica differenza sta forse nel fatto che gli uomini, avendo imparato l'arte povera di fare di necessità virtù, sono maggiormente disposti a mediare rispetto a un'asticella posta a vertiginose altezze, le donne no. Ma è solo un'ipotesi, non avendo potuto consultare i profili maschili.

La sensazione finale è comunque quella di avere scorso il soggetto di un film già visto troppe volte, su cui nessun produttore investirebbe un euro. Ma quel produttore sbaglierebbe, perché, volendo restituire l'attualità dell'immaginario umano, si deve tornare all'Ottocento, quando le donne spasimavano per gli ufficiali ussari e gli uomini per le giovani fanciulle in fiore. Ci si offre così senza realmente offrirsi a un altro composto di sangue e nervi e affanni, ma ricalcando un ideale utopico, fantasmatico, che possiamo ricondurre al vecchio Principe Azzurro. Chi si discosta da tale immaginario telematico, novissimo quanto arcaico, rappresenta merce di scarto, destinata a rimanere sugli scaffali di Dating. Essendo un prodotto soggetto a scadenza, io mi sono rimosso da solo.

venerdì 23 aprile 2021

Giovinezza, corso rapido di italiano per stranieri

 

A sedici anni mi trovavo all'isola d'Elba, da solo. Il termine solo, dopo mamma, pizza e vaffanculo, è uno dei primi a essere imparato dagli stranieri. In seguito ripetono le parole apprese ogni volta che incontrano un italiano, forse per mostrare amichevolezza o, meglio, quella complicità un po' ebbra da tavolata dell'Oktoberfest, anche quando si tratta dell'insulto. Un concetto apparentemente preciso – o sei con qualcuno o non lo sei – ma a ben vedere sfuggente, pieno di sfumature e slittamenti. Nel mio caso il significato era letterale: senza famiglia, amici, neppure conoscenti. Solo, alone, do you understand?

Pochi mesi prima avevo abbandonato la scuola, era stato un inverno burrascoso culminato con la fuga da casa. Soliti turbamenti da adolescenza in provincia e, in fondo, faceva premio con le ragazze atteggiarmi a James Dean; alla domanda dove abiti rispondevo dopo aver ravvivato il ciuffo: "Everywhere."

E in effetti così era stato, almeno per un paio di settimane in cui avevo mendicato asilo nelle soffitte di ragazzi a malapena conosciuti, a loro volta gratificati dall'ebbrezza malavitosa di ospitare un fuggitivo. Poi ero tornato a casa con la coda tra le gambe e una ferita che non rimarginava sul palmo della mano sinistra.

A una festa privata non si trovava l'apribottglia, quando si dice essere al posto sbagliato nel momento sbagliato. Con convinzione drammaturgica  – Stanislavsky sarebbe stato fiero di me  – avevo gridato: "Ci penso io!" Quindi avevo provato a infrangere il collo di una Ceres alla maniera dei pirati, per poi berla a garganella. Risultato: le stimmate. Se spalancavo la mano per salutare dalla poppavia del traghetto che era salpato da Piombino alla volta di Portoferraio, il taglio riprendeva a sanguinare.

Alla fine tutto si era sistemato. Quasi tutto. Grazie a un lontano parente che lì possedeva un campeggio, ero riuscito a trovare lavoro come aiuto bagnino a Lacona, dove si tramanda che Napoleone amasse fermarsi per un pisolino, stendendosi all'ombra di un enorme pino marittimo al limitare della spiaggia. Ancora adesso lo si può ammirare, è dietro i bagni dell’albergo Lacona, il luogo in cui lavoravo io. Svetta tra le Mercedes e le Toyota nel parcheggio, ma tace i sogni del piccolo corso, rimasti impigliati ai suoi aghi.

Ero arrivato ai primi di giugno, e una sera dello stesso mese decisi di avventurarmi a Marina di Campo in autostop; avevo sentito di una discoteca da quelle parti, il suo nome era Tamarea. Trovare un passaggio per Marina di Campo non fu difficile, ma la discoteca non stava proprio lì, e piuttosto sul promontorio roccioso di Capo di Fonza, tra fichi d'india e rosmarino selvatico. A piedi dal paese, un'ora circa.

Mi avviai con l'intento di riprendere a fare autostop, ma il traffico nella stradina che avevo imboccato era ridotto ai minimi termini. Dopo un quarto d'ora in cui camminavo al buio, quelle quattro lettere che si ripresentavano a ogni passo, solo, solo, solo, si udì finalmente il rumore di un’auto. No, era una moto, me lo confermava l'unica luce proiettata dal fanale anteriore. Luce, un'altra bella parola da insegnare a uno straniero.

Allungai il braccio e quindi il pollice, replicando l'ago di una bussola che punta sempre al nord della folla, il polo magnetico del branco, dove cercare i miei coetanei che certamente stavano già ballando al Tamarea, dimenando i Roy Roger's che avevano preso il posto dei jeans Carrera. I nostri padri ancora non si erano fatti una ragione che bisognava spendere il doppio per avere lo stesso, e continuavano a indossare abiti che avevano una marca (Lebole, Marzotto, nomi che solo a pronunciarli ci facevano ridere) e non un marchio. Come se bastasse battezzare un vitello e non imprimergli il destino con il ferro rovente.

Distinguere un giovane da un vecchio, anche di spalle, era dunque semplice: bastava leggere l'etichetta sui pantaloni. Per il resto, la serena fiducia che il peggio fosse passato e il meglio sul punto di dischiudersi, fiorire in una nuova primavera, era la stessa, le generazioni si rinsaldavano attraverso una cornucopia che eruttava Girelle Motta, villette geometrili e nuovi canali sul televisore al centro del soggiorno; la mamma ne aveva uno più piccolo in cucina, da cui fuoriusciva musica sempre più leggera e venditori di materassi a molle. 

Tutte considerazioni postume in quel momento, in cui l'unica urgenza era sbarazzarmi del termine che mi assillava, insegnarlo a un olandese, passarlo a un crucco come si faceva ogni volta che si incrociava una suora: solo, tuo!

Intanto il rombo del motore si avvicinava. Di più, mi aveva superato. Si trattava di un uomo. A guardare meglio compresi che era un ragazzo come me, i suoi indumenti erano pieni di etichette alla moda, non poteva essere un adulto. Che gran bastardo! Nemmeno mi aveva degnato di uno sguardo, era sfrecciato davanti al mio pollice sulla sua moto da cross. È allora che sfoderai la terza delle parole italiane che imparano gli stranieri appena mettono piede in Italia, la cacciai dalla gola dopo aver richiamato dai polmoni tutto il fiato che avevo. Mi piacerebbe restituirgli un’eco, ma fu solo uno schiocco isolato nella notte, come una scoreggia sfuggita nella sala d’attesa di un proctologo.

Si accese a quel punto la lucina rossa del freno, la moto si fermò, invertì la direzione di marcia e in un attimo fu davanti a me, con il faro che mi sparava dritto negli occhi. "Sei tu che mi hai gridato vaffanculo?"

"Vedi molte altre persone in giro?"

L'incipit del dialogo è da film di Sergio Leone, ma soprattutto il silenzio che seguì. Io sono alto un metro e ottantatre, allora ero robusto, sportivo, a braccio di ferro il secondo più forte del bar paninoteca Number One; venivo dopo uno che giocava nella nazionale juniores di rugby, un Marcantonio che metteva paura solo a vederlo. Pensieri che mi ronzavano in testa, se fosse un fumetto starebbero nella nuvoletta. Stavo cercando di caricarmi.

E però, accidenti, anche lui non sembrava messo male… Sotto la t-shirt a bande orizzontali bianche e blu, da marinaio, ma con l'acquilotto di Armani ben in vista, si intuivano spalle forti e braccia che già immaginavo intente alla lotta. Un bookmaker inglese ci avrebbe dato cinquanta e cinquanta. Una stima a cui doveva essere arrivato anche il mio avversario, che dopo avermi fissato a lungo – io ovviamente non avevo abbassato lo sguardo – mi dice: "Che facciamo?"

Mi guardai in giro. A destra c'era un fosso a cui seguiva un canneto. A sinistra un prato arso, con un olivo solitario al centro. Sopra, stelle a profusione e un minimo spicchio di luna. Con in sottofondo la risacca del mare e, più lontano e attutito, il tum tum delle basi elettroniche, mescolate al vociare che proveniva dal Tamarea. 

Non male come location per una pubblicità del cornetto Algida. Mancavano solo le ragazzine con gli zainetti Naj Oleari, di fronte a cui far bella figura, tenere la parte, mostrarsi il maschio alfa. Ma senza nessuno a guardare mentre ci prendevamo a pugni, anche se avessi vinto cosa potevo guadagnarci? E poi è quasi sicuro che avrei rovinato il mio giubbino Stone Island, mi era costato una settimana di lavoro, dieci ore al giorno di pedalò da trascinare sulla risacca per fünftausend lire, fünftausend eine stunde. Il mio tedesco si fermava lì, l'equivalente di mamma pizza vaffanculo.

"Non so..." dico allora con un tono più conciliante. E lui: "Vabbè, dai, salta su! Ti porto al Tamarea."

Ciò che seguì è pura archeologia dagli anni Ottanta: raffiche di Gin Fizz, luci stroboscopiche, capelli con la sfumatura alta e la Gommina e, finalmente, a tutto volume, le note di One Night in Bangkok e Fade to Grey, con True degli Spandau Ballet partiva lo strusciarsi dei corpi abbronzati nei lenti. Nella cornice di quella Polaroid dai colori già un poco stinti, a restituire, per paradosso, una sensazione ancora più realistica e quasi commossa, da lapide funeraria, io e il mio nuovo amico (amico, friend, prietene, amigo, quale meravigliosa parola, comunque tu la traduca!), io e il mio ex nemico che ridiamo e diciamo sciocchezze a ragazze sfiorate a bordo pista; a volte ricambiavano, più spesso no. Curiosamente, chi accoglieva l'abboccamento non capiva la nostra lingua, solo il movimento delle labbra. Somigliava al bacio di un pesce rosso nell'acquario dei ricordi.

Se dovessi spiegare a una di quelle ragazze ormai divenute donne, qualcuna già anche nonna, il termine italiano giovinezza, gli racconterei allora questa storia. In una delle infinite lingue del mondo, o probabilmente nell’unica che io davvero conosca.