mercoledì 27 marzo 2019

Mamme che rubano, a true story

Oggi ho scoperto che mia mamma, ottantuno anni compiuti, ottantadue alla fine di settembre (è nata lo stesso giorno di Bruce Springsteen), ho scoperto che ruba.
Non spesso e non si tratta forse di furti in senso tecnico, ma, ogni volta che beve un caffè in un bar, si infila in borsa le bustine dello zucchero.
Lo bevo amaro, mi ha risposto per giustificare la quantità di zucchero di cui è ormai colma la dispensa.
Ma quante bustine prendi?
Non mi ha risposto.
Una non è certamente furto. Nemmeno due o tre, già che ci sono persone che bevono il caffè con tre bustine dentro. Poi gli viene il diabete, ma questa è un'altra storia.
Si tratta insomma di una semplice dilazione temporale, mi sono detto per assolvere, innanzitutto ai miei occhi, l'inatteso comportamento di mia madre.
È come la doggie bag, ecco. Basta chiedere al cameriere. Quindi, al ristorante, gli avanzi nel piatto vengono impacchettati con cura, e li puoi portare a casa e mangiare il giorno dopo. La destinazione canina, si sa, è solo un velo pietoso.
In ogni caso è tutta roba già pagata, come le bustine di zucchero che mia madre infila in borsa, aspetta che il barista sia girato verso la macchina del caffè e poi... zac!
Ma se mia madre trattenesse quattro bustine...?
In tal caso, la quarta bustina non sarebbe inclusa nel prezzo del caffè. Quello è proprio un furto bello e buono! E dal momento che il furto è un reato penale, il Codice prevedrà sicuramente un corrispettivo in anni di detenzione.
Dovrei chiedere a un avvocato: mamme che rubano lo zucchero al bar, quanto fa?
Di certo, a San Vittore, non le porterei lo zucchero, in quei pomeriggi piovosi in cui andrei a trovarla. Lei che compare dietro le sbarre con un camicione a strisce; le righe orizzontali ingrassano, sono convinto che così commenterebbe la situazione. Non potresti farmene avere uno zebrato?
E stiamo sempre parlando di mia mamma.
Ma qualcosa mi dice che la sua carriera criminale non sarebbe finita lì...
Secondo me, riuscirebbe a sgraffignare pure qualche arancia, giustificandosi col secondino: Ne ho prese due, sì, confesso. Ma solo perché la mia compagna di cella è allergica, e non le mangia.

martedì 26 marzo 2019

Can che abbaia non morde, ma uomo che abbaia non fa

Ieri pomeriggio ho assistito a una feroce zuffa tra cani. Per essere più precisi, si trattava dell'epilogo e un solo cane, un Rottweiler, aveva aggredito l'altro, un cucciolone di Labrador che stava ora rincucciato a ridosso di una recinzione divelta, a poche decine di metri dalla stazione ferroviaria di Bovisa, a Milano.
Quando sono arrivato erano già presenti larghe chiazze di sangue sul marciapiede, e, china sul corpo tremante dell'animale, la giovane proprietaria cercava di tranquillizzarlo, apparendo però la più scioccata tra i due. Intanto, gli studenti del Politecnico sciamavano su via Andreoli con le felpe annodate in vita, sbocconcellando pizzette e merendine. 
A offrire un qualche aiuto c'era solo un trentenne con una barbetta rada e scura, la faccia tonda e gli abiti del colore della barba. Accostatomi e provando a rendermi utile anch’io – possiedo un cane, so cosa si prova in quei momenti –, ho cominciato a cercare i riferimenti di veterinari in zona, mentre lui tranquillizzava la ragazza. Ho visto tutto, le diceva con voce ferma, posso testimoniare. Abito qui dietro e so chi è il proprietario del Rottweiler, che nel frattempo se l'era svignata. Vedrai che andrà tutto bene, ha aggiunto sovrastato dal guaito del Labrador, che continuava a leccarsi una profonda ferita sulla zampa anteriore. 
Finalmente, con lo smartphone, ho trovato uno studio veterinario a poche centinaia di metri di distanza, l'orario di apertura era imminente. Le cose sembravano recuperare un qualche ordine, certo imperfetto, quel che si dice metterci una pezza, quando è arrivato un altro uomo. L’abbigliamento casual ma curato, occhialini dalla montatura in metallo sottile, da cui saettavano occhi azzurrissimi che rimandavano però a un altro senso: l'olfatto. Quello di un aftershave alla lavanda, con cui doveva essersi cosparso senza fare economia. 
Evitando di chiedere informazioni, l'uomo, intuito l'accaduto e come preso dalla smania di imprimere il suo sigillo, ha telefonato alla polizia, perché è la polizia che in questi casi va chiamata. E che cavolo: la legge prima di tutto!
Questi non devono però avergli dato molte soddisfazioni, e così ha iniziato a inveire. Dapprima, genericamente, contro i cani liberi e feroci ("è uno scandalo, se ci fosse stato nei paraggi un bambino!") e quindi anche contro di me e il ragazzo con la barba, che stava ancora offrendo il suo conforto, per quanto con mezzi limitati e senza proclami universali. Ma in alcuni casi, basta la presenza.
Nella sua prospettiva dovevamo però apparire troppo tiepidi, forse addirittura complici: ci mancava il sacro fuoco di Giustizia e Verità, e ciò faceva automaticamente di noi dei disertori dall'esercito del Bene, di cui lui era come minimo capitano, non mi stupirei perfino colonnello.
Fortunatamente tutto si è poi risolto. L'emorragia del cane si è arrestata, ma è stato comunque portato dal veterinario, dove avrà ricevuto le cure del caso, come concludono i loro articoli i cronisti di nera. Anche il proprietario del Rottweiler è stato ritrovato, e, con intonazione da legal thriller, ha dichiarato subito: "Ho l'assicurazione, tranquilli, il cane è assicurato!"
Ritornando a Sondrio in auto ripensavo all'accaduto, in particolare all'uomo dagli occhi azzurri, che mi sembrava di conoscere da sempre. Magari con altre facce, altri travestimenti, ma c'è ogni volta qualcuno che se la prende con chi prova a fare, non importa cosa: quel gesto sarà sempre inadeguato, grossolano. Mentre la soluzione, offerta in forma rigorosamente teorica, assertiva, è tanto più incontestabile quando restituita nella dimensione geometrica e rarefatta dell'idea. L'importante non è infatti il risultato, ma avere ragione. Quella particolare forma di ragione che consiste nel sentirsi dalla parte giusta della storia.

(Ps - Qualcuno si ricorda di un certo Bertinotti? Ecco, avessi assistito prima alla zuffa dei cani, avrei compreso la sua politica. E magari evitato di votarlo.)

domenica 24 marzo 2019

La risacca dell'onda, o su come cambiano, nel tempo, uomini e donne

Uomini e donne. Se questo è il mare e limitandosi alla schiuma dell'onda, la premessa è doverosa, alla schiuma e alla leggera risacca che ogni vita compie allo scavallare della sua pienezza, sarebbe interessante surfare sulla superficie biografica senza alcuna rivendicazione o giudizio. Proviamoci, allora. 
Ad esempio registrando l'evoluzione pubblica della personalità, il modo, nel tempo, in cui generi diversi cambiano atteggiamento, perfino come si guida l'auto nel traffico dell'ora di punta (corna dal finestrino, strombazzate), e dall'insieme di questi tasselli ricomporre un puzzle che vede gli uomini partire malissimo, ma un poco recuperare nella fase declinante della vita; dai cinquant'anni in poi, via.
Per le donne, ma lo dico sottovoce e con mille cautele, ho il sospetto che avvenga invece una torsione di segno opposto: da agnello a lupo, e con tutti i limiti e l'ironia delle generalizzazioni sommarie, in effetti molto sommarie. 
Eppure è esperienza comune quella del ventenne che impenna e poi ti taglia la strada con lo scooter – io almeno l'ho fatto, a suo tempo – o che assume pose un po' smargiasse; una volta erano le Marlboro avvoltolate nella spallina della t-shirt, ora il rapper che si sfiora insistentemente il pacco. Ma se ti soffiano il posto in coda all'Esselunga, difficile sia una ragazzina e con maggior probabilità una donna matura, a volte anche un uomo, certo, ma più spesso una donna che con occhi affilati risponde al tuo sguardo di rimprovero: "Embè?"
Riflettendoci, mi è venuto il dubbio che a metterci lo zampino sia la biologia...
Non che sia un esperto della materia, ma, nella competizione riproduttiva, l'aggressività è funzionale al genere maschile, serve a sconfiggere gli avversari e guadagnare lo scettro di maschio alpha. Ci pensa allora il sistema endocrino, spillando testosterone a getto continuo. A giochi fatti, può però stemperarsi in placido rincoglionimento, con cui guardare agli operai intenti a sistemare un tombino che gorgoglia, gli occhi umidi e spalancati del bimbo di fronte alle evoluzioni dei trapezisti. 
Resta da capire in che modo vecchi signori con la panciera del Dr. Gibaud,
 sempre più docili e miti a ogni foglio di calendario che casca, trasferiscano i canini aguzzi alle coetanee, come la dentiera da Dracula che ci si passava a carnevale di bocca in bocca, e utilizzata al rientro da scuola per spaventare la mamma. Buu!
Lei naturalmente non diceva nulla, fingeva persino trasalimento, in quegli infiniti pomeriggi era come le mamme della pubblicità, e ti perdonava con un sorriso. O forse eri tu a non vedere che già soffiava il posto alle altre mamme in coda...

martedì 19 marzo 2019

Sogno di notte n° 5

Ieri notte ho sognato che andavo dal dottore. Un dottore alto, atletico, più che un medico sembrava un giocatore di rugby, con un barbone scuro da hipster. Mi fa male la pancia, dottore.
Insieme a me c'era anche mio padre, ma ancora giovane e scattante. Era invece vecchio l'ospedale in cui stavamo. Ricordava quello in cui King Vidor ambienta le scene della convalescenza in Addio alle armi; dal finestrone in fondo non si intravedevano però le guglie del Duomo, ma un lembo di mare in tempesta.
Mmm ha bofonchiato il rugbista dopo avermi tastato con attenzione, il suo è un caso davvero interessante. Un caso interessante...? ho risposto io con un filo di voce. La prego dottore, si spieghi!
Ma, invece di parlare, lui ha fatto un cenno all'infermiera, che è corsa a preparare un letto. Da sopra la struttura in tubi di metallo lucido, appeso a un filo, no, guardo meglio, è un tubicino di plastica trasparente, pendeva qualcosa.
Non ci ho messo molto a capire che si trattava della mascherina per l’ossigeno, ma a me continuava a sembrare uno di quei leoncini di peluche che vendono negli Autogrill, addobbati con la divisa delle squadre di calcio. Mi sono sempre chiesto chi fosse ad acquistarli per poi appenderli allo specchietto retrovisore dell'auto... Il vento che filtrava dalla finestra socchiusa faceva oscillare dolcemente il leoncino, portando sentori salmastri.
Manca poco, ha detto finalmente l'uomo. Se in quei momenti dovesse sentire mancare le forze, respiri lì dentro, respiri come se i suoi polmoni fossero un palloncino da gonfiare. L'aiuterà. Guardi come fa la donna alle sue spalle.
Mi sono girato. I
l locale era molto grande e con il soffitto a volta, ma i letti erano radi e disposti senza un ordine comprensibile, restituendo un senso di disordine e precarietà. Distesa su uno di questi, alla distanza a cui si tiene il cane dal gregge, una figurina esile si contorceva squassata dagli spasimi. Per calmarla, una diversa infermiera le carezzava i lunghi capelli sciolti sul cuscino, offrendole un fazzoletto attorcigliato. Morda pure, quando aumentano le contrazioni.
Ma quella donna sta... 
Sì, sta partorendo. Mi stupisco di lei: non l'aveva ancora capito? Non è frequente, ma ogni tanto succede anche agli uomini. Solo che, per noi, è come fare la cacca. 
Poi non so come va finire, perché mi sono svegliato.

domenica 17 marzo 2019

Hateresse

Una breve riflessione sul fenomeno degli hater, o, meglio, delle “hateresse”, se mi si passa il neologismo maccheronico.
Ma scriviamo solo di cose che si sono sperimentate, come suggeriva Hemingway. Ieri, nello spazio dei commenti al post di un mio contatto Facebook, una donna di una cinquantina di anni circa, forse qualcuno in più, mi ha dedicato quanto segue:
”Guido Hauser, ma allora non era un episodio isolato il tuo (in passato già ci eravamo presi male), sei davvero un complessato, un morto di figa e a quanto mi dicono anche un morto di fame. Invece di sfarinare i coglioni su fb con le tue tendenze suicide, perché non passi direttamente ai fatti?”
Prima di ragionarci sopra, però una premessa: non cerco solidarietà, e devo confessare che le sue parole seguono alla mia dichiarazione – per altro ampiamente confermata da questa digrignante invettiva – che la suddetta fosse una cretina.
Ora che una cretina, toccata nel vivo della sua specializzazione cognitiva, per così dire, risponda scompostamente, ci sta. Con i suoi limitati mezzi linguistici e intellettuali prova quindi a ribaltare la prospettiva, come si faceva da bambini quando, a un'offesa, si rispondeva: specchio riflesso, oppure chi lo dice sa di esserlo.
Ciò che mi interessa è dunque un’altra cosa. Perché una donna, non dico tutte le donne ma davvero molte tra quelle che ho conosciuto, quando vuol ferire un uomo si aggrappa agli argomenti del più vieto maschilismo, addirittura del machismo?
Ma proviamo a collaudare il mio dubbio direttamente sul testo. “Morto di figa”, a presupposizione che un uomo di valore, un maschio alpha, abbia risorse femminili in abbondanza. Curioso, poi, che ne deduca in me l'assenza dal fatto che la tratti per la scema che in effetti è; evidentemente, la mia tecnica seduttiva consisterebbe nell'insultare le donne che voglio portarmi a letto. Una strategia non proprio furba…
Almeno in questo c’è però coerenza: se invece che rose e serenate notturne offro epiteti offensivi, per forza che sono morto. Di figa.
Ma sarei morto anche di fame, a implicare, nuovamente, l’abbondanza quale valore maschile universalmente attestato; nel caso specifico, difetterei di risorse economiche, per non dire di oggetti di lusso quali orologi Rolex e auto Porche e vestiti firmati dal primo gonzo con gli occhi bistrati, purché molto costosi. Un morto di fame, insomma, ha già detto tutto lei.
Va quindi aggiunto il capolavoro di comicità involontaria, quel “mi dicono” che risuona come se avesse una gola profonda a tenerla informata su ogni mia mossa; e sia chiaro che nella vita privata non ci conosciamo, forse ha fatto addirittura mettere delle microspie, un detective mi pedina per poi relazionarla sui prelievi bancomat.
E per finire l’ultima delle tre morti che mi augura, quella per suicidio, che è forse l’unica parte autentica nel suo delirio, la mia effettiva fascinazione per il gesto ultimo e per chi lo compie. Ma anche qui, denotando una qualità tradizionalmente maschile: l’idea che le offese si lavino con il sangue, la nemesi deve essere quella della spada, anche quando auto inflitta.

Ricapitolando. Abbiamo una donna quasi certamente in menopausa – condizione comune e naturale, lo dico senza alcun giudizio svalutativo – e sul cui aspetto fisico eviterò come giusto di esprimermi (in questo caso, il giudizio ci sarebbe…) che riversa tutta la sua bile nella celebrazione implicita di un maschio ricco, conquistatore, pieno di forza, salute e giovani e bellissime donne ai suoi piedi. L'equivalente astratto di Fabrizio Corona, in pratica. 
Ma in tutto ciò, mi chiedo, non sarà presente uno sfondo masochistico, anche se forse inconsapevole?
Quell’uomo da lei idealizzato, quel Fabrizio Corona di turno che ai suoi occhi io non sono (e ha probabilmente ragione, per inciso), non restituirà infatti mai attenzione a una donna con le sue caratteristiche, probabilmente e perfino se ne burlerebbe con gli amici, sfoderando termini di uguale volgarità.
Come nella canzone di De Andrè, sta allora onorando la madre ma soprattutto il padre, sta onorando il suo bastone, che solo illusoriamente abbatte su di me con strali scomposti: mi punisce per non essere abbastanza punitivo, oltre che cretina avrebbe forse voluto sentirsi dare altri titoli, magari a sfondo sessuale (puttana, troia etc.) che da donna la riportassero alla misura di femmina, in un percorso di perfetta normalizzazione a cui l'intera querelle in fondo allude. 
A prevalere è così un sentimento di squallore e tristezza, che mi deriva dal costatare come alcune donne continuino a essere le principali nemiche di sé stesse. Specie quando non troppo intelligenti, per usare quell’eufemismo che avrei forse dovuto utilizzare dall’inizio.

sabato 16 marzo 2019

Il re è nudo. O sulle risposte sbagliate alle domande giuste


Greta Thunberg. In suo nome, la scorsa settimana, Milano si è quasi fermata. Ma non è accaduto solo nella città in un cui risiedo, la sedicenne svedese sta monopolizzando l'attenzione del mondo intero.
C'è da dire che anche le sue parole in favore dell'ambiente, i gesti simbolici, la muta testimonianza di fronte Riksdag di Stoccolma, hanno il mondo quale interlocutore. Tutto il mondo. Lei gli si rivolge direttamente e senza alcuna soggezione – gli occhi negli occhi, ammesso che il mondo abbia occhi come quelli che Méliès disegnava alla luna –, richiamando alla mente Giobbe nelle sue conversazioni zuffa con Dio.
Più che lo specifico contenuto di ciò che dice, di cui ho una competenza troppo vaga per esprimere un giudizio, vorrei provare a sviluppare un breve ragionamento a partire dalle reazioni al suo appello. Sia sui media tradizionali sia sui social network, mi sembra che possano essere suddivise in due macro categorie:
1) gli entusiasti, che portano a sostegno il candore della giovane pasionaria ecologista, la persona insomma, o meglio ancora il personaggio quasi favolistico, una specie di elfo nordico o Giovanna d'Arco della biosfera, con un impermeabilino giallo come unica armatura;
2) i cinici detrattori, i quali usano invece logori slogan di discredito, del tipo:  “pura retorica terzomondista”; “una perorazione ingenua ed emotiva”; "i soliti discorsi buonisti". In tal mondo vengono però fatte le pulci alla forma (“ricattatoria”, viene aggiunto) con cui la sua voce si propaga ovunque con la forza di un vento di tramontana. Una critica stilistica, insomma, quasi letteraria.
In entrambi i casi, i commenti mi sembrano comunque possedere alcuni elementi di verità. E’ vero, Greta Thunberg ricorda un personaggio fiabesco, emoziona, accende gli animi, ma le sue analisi non possiedono, di necessità, il rigore analitico di uno studioso di scienze ambientali, e sono nel loro slancio etico un po' sommarie. Questa essenzialità sentimentale ne rappresenta però anche la forza espressiva, come il bambino quando afferma che il re è nudo, e poco importa se si trattava invece del principe ereditario o del gran ciambellano di corte. A una sedicenne si può perdonare di muoversi un poco a spanne. 
In ogni caso, entrambe le fazioni – parlo sempre di tendenze generali, non di casi specifici – mi sembra si stiano concentrando sul dito, non sulla luna da essa indicata, che è forse ancora quella con gli occhioni spalancati in cui il razzo di Méliès si infilava (perché le nostre schifezze, prima o poi, raggiungeranno anche la luna, la terra è ormai una cloaca troppo piccola per gli scarti che vi depositiamo).
E’ inoltre particolarmente odiosa la chiamata in causa di presunti problemi di salute della ragazza (la sindrome di Asperger, viene detto da più parti) con l’intento di screditarne l’argomentazione. E’ infatti questo il primo e più grave degli errori logici, già riconosciuto dagli antichi che lo chiamavano argumentum ad hominen fallaccia ad personam – invece di ribattere gli argomenti che non condivido con dei contro argomenti persuasivi, colpisco, quale scorciatoia vigliacca, direttamente chi li esprime. Ad esempio: La terra è rotonda. No, la terra è piatta e Colombo un cornuto.
A me sembrerebbe invece importante restare al livello, elementare, certo, dell'interrogazione civile della ragazza, lasciando in secondo piano tutti quegli elementi personali e narrativi che ne hanno decretato il successo; le treccine da Pippi Calzelunghe, l'aria imbronciata e severa con cui viene immortalata nei suoi solitari sit in, intrapresi ogni venerdì al posto di andare a scuola. Tanto per iniziare, rispondiamo a una semplice domanda: esistono i ricchi?
Sì, i ricchi esistono, e dunque esistono anche i poveri. Ma non sarà che questa biforcazione, sempre più larga, nelle risorse, sia da mettere in qualche modo in relazione al modo in cui l’ambiente è stato accostato, quindi spremuto dagli uomini nel corso dei secoli, che ora rischiano di diventare vittime del boomerang delle loro deiezioni?
La connessione tra sperequazione economica e danni ambientali (e ciò anche quando a inquinare maggiormente siano ora i paesi più poveri, per portarsi come si dice in pari), non era così ovvia e denota acutezza di osservazione e giudizio, andando a costituire il tema cruciale sollevato dalla giovane contestatrice.
E che sia tanto graziosa oppure malata, ingenua, terzomondista, buffa, naif, che sia quel che sia a me non frega nulla. Vorrei piuttosto che chi ha le competenze per farlo le rispondesse nel merito, o, per dirla con Popper, che ne falsificasse le affermazioni, invece di irriderle o celebrarle con uguale disinvoltura.
Ma per trovare risposte giuste bisogna prima concentrarsi sulle giuste domande, senza arrestarsi all'involucro. E dunque, per piacere, qualcuno risponda a Greta con la stessa serietà che essa manifesta, a partire dall'espressione del viso. Così, ridotta ai minimi termini, la domanda che rivolge al mondo diventa: chi è il re, e dove fa la cacca?
Saremo mica tutti noi i sovrani, perlomeno noi che abbiamo gli strumenti per leggerci e commentarci, litigare dal caldo di un appartamento con vista sul web, scannarci su giornali e social network senza accorgerci di essere nudi, mentre ci caghiamo in testa a vicenda?

mercoledì 13 marzo 2019

Caramelle, o sui baci come collaudo e contabilità

Da qualche tempo mi è venuto il dubbio che le donne, specie quando ancora giovani e al netto dei sentimenti (i sentimenti arrivano dopo, in genere molto dopo), concedano i loro baci per pura curiosità.
Ma per addentrarsi nella macchina femminile – un motore in sé perfetto, che meccanici barbuti hanno cercato troppe volte di aggiustare – bisogna risalire il lungo fiume delle parole, come fanno i salmoni in Alaska. E dunque: curiosità, dal latino cura, a sua volta dalla radice ku-/kav, in probabile relazione con il sanscrito kavi, il cui significato è saggezza. Interessante, no?
I baci delle donne rappresenterebbero insomma una particolare forma di saggezza, che si traduce in uno stratagemma, decisamente empirico ma nondimeno efficace, per far esperienza dell'altro.
E sono appunto quei timidi bacetti alle prime uscite; in realtà dei sofisticatissimi collaudi degustativi, come i bambini piccoli quando assaggiano i giocattoli. Se Capitan America ha un buon sapore ci sta che poi ci gioco, altrimenti mi succhio un Lego. I più maliziosi aggiungerebbero che il bacio serve a testare la convertibilità del maschio in padre, quindi in patri-monio...
Chissà, forse avviene lo stesso anche all'altro lato della mela, ma, per i cuccioli d'uomo (e non di rado per vecchi leoni con la sciatica), il più delle volte tutto si riduce a una forma elementare di contabilità. Il libro mastro viene in seguito esibito tra simili, in quei proto consigli di amministrazione che sono gli spogliatoi: quella l'ho baciata dopo il concerto di Jovanotti, quell'altra pure, è stata la volta che pioveva è l'ho accompagnata a casa con la BMW di papà; mi manca però la sua amica, tu te la sei fatta?
È la differenza che passa tra assaggiare una caramella, rigirarla in bocca piano piano, gusto di menta e rabarbaro che si diffonde nel palato, o metterla in bocca con tutta la carta colorata sopra, per passare subito a un cioccolatino. Sempre e rigorosamente incartato!

lunedì 11 marzo 2019

Immagination

Sono sempre più frequenti le persone che, orgogliose, dichiarano di non leggere alcun giornale, o comunque tenersi informate su ciò che accade oltre la porta di casa; una bella porta blindata in rovere, con molteplici giri del chiavistello.
La realtà è infatti quella che lievita nel pensiero, ti dicono con un sorrisetto di superiorità stampato sulla bocca (loro sanno, tu ancora brancoli nel buio aggrappandoti alla candela che ti porge Bruno Vespa), pensiero che si manifesta poi in azioni e oggetti concreti.
Esercitare il proprio diritto alla disinformazione, se ho capito bene, sarebbe dunque un modo per non essere condizionati nel potere immaginale che essi si assegnano, in una sorta di mito platonico ribaltato: sono le ombre nella caverna del pensiero la vera realtà, non le sagome che si muovono incerte alla luce del sole (e ammesso e non concesso che Salvini e Di Maio rappresentino il sole…).
Ma se la fucina degli effetti, e non lo escludo, provo a ragionare per ipotesi, è quanto pensato prima che vissuto, perché non accendere il televisore o aprire un giornale con fiducia? Le notizie che ci troverai saranno il riflesso della tua gioiosa immaginazione, un motivo in più per compiacersi di quanto si è pensato bene.
Viene allora il dubbio che l’esercito degli ignoratori consapevoli e attivi, possegga, a scapito di quanto esibito, un doppio fondo colitico e oscuro, da cui la notte cacano i demoni che vanno a infettare il mondo. O detta in altre parole: persone di merda si meritano un mondo di merda. Anche se poi praticano l’arte dello struzzo, infilando la testa nella sabbia per non vedere.
 

sabato 2 marzo 2019

Perché non sono cattolico, o sulla rimozione dei traumi

Ogni volta che mi capita di parlare di cose ultime, per così dire, con un cattolico, ho sempre delle grandi difficoltà. Credo dipenda dal fatto che la religione cattolica non è propriamente una religione, ma, al suo meglio, tre cose distinte e un po’ forzosamente tenute assieme. Una fabula morale; un'esperienza estetica (molto simile a certi esiti truculenti delle performing art contemporanee) e infine una psicologia, che con grande anticipo sulla psicanalisi, oltre a maggiore sottigliezza, adombra la presenza dell’inconscio e pratiche efficaci per superare i traumi, ossia i peccati.
Ricordo lo stupore nella scoperta del lungo viaggio del concetto peccato. Prima dell'approdo linguistico attuale che discende dal latino peccatum, a indicare l'infrazione di una norma (lasciare l'auto in divieto di sosta è dunque un peccatum), la parola greca utilizzata nei vangeli è hamartia, il cui significato corrisponde a un errore nel tiro al bersaglio, mancato dalla freccia scoccata dall'arciere.
Se però risaliamo all'ebraico, con cui, come noto, sono scritti i testi veterotestamentari, con peccato è stato tradotto un termine, khedìe, il cui senso è proprio quello che nella psicologia moderna assegneremmo al trauma, ossia un blocco causato da gravi turbamenti. Il peccato sconta insomma una riconversione ideologica, non priva di una precisa strategia di controllo: dalla psiche alla legge.
Se volessimo sbloccare il trauma con cui le attuali traduzioni continuano a peccare di omissione, così riaccordandoci, chiedo perdono per la parolaccia, all'essenza ontologica nel Cattolicesimo Romano, più che alla teologia giudaica dovremmo guardare al pensiero antico, e in particolare a due filosofi: Platone e Aristotele.
Ma mentre la filosofia occidentale, da quel primo sfolgorante esordio, è proceduta per tentativi e generosi slanci del pensiero, i cattolici si sono aggrappati a una pietra angolare che più laica non poteva essere, dandogli forma di sentenza con cui nel medioevo tagliare la testa al toro: “ipse dixit”, l’ha detto Aristotele. Chiuso il discorso e non se ne parli più!
Molto più interessante sarà allora discutere di teologia con un ebreo, un induista, perfino un mussulmano; tutte religioni che, oltre a non avere mai avuto un’interpretazione ufficiale con cui rimuovere traumi per convertirli in peccati (il Sant Uffizio, poi divenuto, senza mutare nella sostanza, Congregazione per la Dottrina della Fede), hanno elaborato una visione del mondo originale e ricca; ma anche una visione dell’oltre mondo autenticamente metafisica, ossia ricavata dalle facoltà immaginative e non solo dalla ragione filosofica.
Discutere con i cattolici restituisce invece la sensazione, frustrante, di quanto da bambino parlavi con quelli che ripetevano a macchinetta: l’ha detto mio cugino…

sabato 23 febbraio 2019

C'era una volta la zitella, o sull'amore surrogato

Un tempo esisteva una parola bruttissima per dirlo. Zitella. Lo stereotipo popolare la voleva già anziana e col barboncino, su cui riversare i bisbigli amorosi o le cure materne (il pelo, ricciuto e vaporoso, tosato nelle forme più bizzarre, le mille sollecitudini), non avendo relazioni umane con cui ingaggiare le stesse emozioni.
Di alcune si narra fossero state lasciate alla soglia dell'altare; altre si percepivano troppo preziose per un uomo comune; altre ancora avevano patito l'ostracismo maschile, vissuto come la colpa più infamante: non essere abbastanza belle. Ma alla fine, la condizione di zitella ne faceva un unico popolo con un'unica legge. Quella del desiderio – negato.
Un tipo umano che, prima che nel cinema e nella letteratura, l'esperienza ripresentava puntualmente. Eppure ho sempre trovato qualcosa di meschino e di liquidatorio: non tanto nel fenomeno in sé (e le zitelle sono sempre esistite, è inutile nasconderlo) ma nel giudizio implicito che ne veniva dato, a far coincidere la zitella con una condizione imperfetta.
Come se esistesse una forma giusta per il sentimento, e questa rettitudine affettiva dovesse scorrere dentro gli argini di una famiglia e di un uomo solo; meglio se accolto con un bacio, odore di bergamotto e lavanda del dopobarba, la camicia azzurra in popeline, bacio da scoccare sopra a uno zerbino con la scritta welcome.
Tutto ciò che si discostava dal modello era motivo di riprovazione, come "l'arte degradata" di cui berciano i regimi totalitari.
Lo stesso spregio giudicante lo trovo ora nei confronti delle relazioni virtuali. È vero, c'è molto di immaginario e fantasmatico nei rapporti che si stabiliscono sul web tra sconosciuti, non di rado effimero, ma le emozioni che stanno dietro io le trovo autentiche. Di più: vere, come è vero l'abbraccio della zitella al suo barboncino.
In fondo già Freud aveva intuito, dietro l'amore, la perversione di un istinto naturale, che nel genere in cui apparteniamo prende la forma storicizzata della pulsione. Non una direttiva meccanica ma un'inclinazione a cui possiamo aderire oppure no, ma sempre in forma obliqua, unica, discreta, allo stesso modo della lingua con la metonimia.
Più che un'eresia sociale e più ancora dell'omosessualità, che pure rappresenta una delle numerose digressioni pulsionali, io guardo dunque alla zitella come all'inveramento della nostra natura, non a un suo errore. E gli amori sul web saranno allora una nuova forma di nubilato, potremmo chiamarla zitella 2.0.
In questi, quanto in quella, è infatti sintetizzata la disposizione infinitamente umana alla surroga; al mondo si consumano molte più uova di lompo che caviale, musica dallo smartphone che concerti. E così anche amori, amori surrogati o dipinti sul velo dell'immaginazione, amori in chat o su Facebook, amori irreali, almeno per chi ancora si ostini a considerare la realtà una materia che si tocca, e non questa mimetica evaporazione della cosa in segno, di cui facciamo esperienza quotidiana.
Ma la pienezza del sentimento sta proprio in tale mobilità del suo oggetto che, ridotto a un'essenza rarefatta, da sempre ci sfugge, rendendoci simili a un gatto che insegue la propria ombra. Prima ancora della psicanalisi l'aveva compreso Lorenzo Da Ponte, il quale, nei pochi versi di una della più belle opere di Mozart, ha scritto quella che potrebbe essere considerata l'epigrafe del genere umano.
Dovrebbero mandarla insieme ai dischi dei Beatles e il teorema di Gödel tra le galassie, alla ricerca di un orecchio alieno o anche solo di un barboncino, a cui sussurrare mentre lo pettiniamo amorevolmente:

Ricerco un bene
fuori di me
non so chi il tiene,
non so cos'è.

giovedì 14 febbraio 2019

Burattini, o sul passo breve tra Bar Piero e politica internazionale


Nel paesotto dove sono nato e cresciuto io, a pochi passi dalla Svizzera, incastrato tra due file aguzze di montagne, proprio di fronte all'ingresso della chiesa ci sta un bar piccino piccino. Sta scritto sull'insegna, miniaturizzata come tutto il resto: Bar Piero.
Quando mi capita di essere qui ci vado per l'aperitivo, contendendomi i pochi centimetri del bancone con quelli che, con un certo slancio iperbolico, potrei chiamare amici. I miei amici del Bar Piero, ecco.
Tra questi c'è un uomo, avrà circa la mia età ma le fattezze sono ancora da ragazzo, i capelli folti e scuri e un sorrisetto perennemente stampato sulla bocca, da cui spicca un dente d'oro, come certi pugili con cui non condivide altro. Lo chiamano Siro.
Se incontro Siro con un prosecchino in mano al Bar Piero, grandi pacche sulle spalle, come va e come non va, e poi subito vuole parlare di filosofia. Di filosofia?! Proprio così, avete letto bene: Platone, Schopenhauer, Nietzsche, mentre gli altri clienti si scannano sull'ultimo rigore concesso o negato alla Juventus.
Tutto pare abbia avuto inizio una trentina di anni fa, quando, dopo aver assistito a una puntata del Maurizio Costanzo Show in cui era ospite Umberto Galimberti, Siro si convinse di avere la passione per la filosofia. Non che sia andato molto oltre, ma gli piace pensarlo. Intuendo in me un possibile sparring partner, mi ingaggia allora in interminabili dispute filosofiche, i cui dubbi vengono risolti con un categorico: "L'ha detto Galimberti da Costanzo."
Il problema è quando ci spostiamo all'esterno del bar. In quelle occasioni, ogni volta che Siro vede una donna – basta sia giovane, se è carina tanto meglio, ma non è essenziale – perde il filo del discorso. Anche dando le spalle alla piazza, posso indovinarne la presenza dal fatto che Siro smette di ascoltarmi, ripete le stesse cose, si impappina. A quel punto mi giro e, puntualmente, vedo i suoi occhi convergere su un sedere femminile.
La vera passione di Siro sono insomma le donne, non la filosofia. Ma, per qualche ragione che mi sfugge, ha iniziato a costruire questa inverosimile immagine di sé, arrivando al punto di crederci. E fin qui niente di male, intendiamoci. Il guaio è che ora vorrebbe che tutti lo chiamassero filosofo...
Pensavo a Siro seguendo le polemiche che hanno accompagnato la presenza del Presidente del Consiglio italiano al Parlamento europeo di Strasburgo, con 
Guy Verhofstadt che gli ha dato del burattino. Titolo per il quale, prima ancora che offeso, Conte si è stupido. Io un burattino – e perché mai?!
Il fatto è che lui davvero si percepisce come un politico autonomo, addirittura un europeista, come traspare dal suo discorso di fronte all'assemblea parlamentare, e non si capacita delle critiche. Ma su scala più ampia, anche le perplessità degli europei giungono agli italiani con sorpresa. Noi razzisti, noi intolleranti, noi velleitari e populisti?
Macché. Siamo semplicemente un popolo a cui piace tanto la filosofia, come a Siro. E se poi per strada passa una donna, che ci volete fare, l'occhio casca. Per questo non riusciamo più a vedere oltre i confini di un baretto di periferia, mentre il mare si fa color del vino.

Il cappello di Bastianich, o sulla rivincita della realtà sull'immaginario

Sanremo è tante cose assieme – musica, show, pettegolezzo, intrattenimento leggero e non di rado noia – ma soprattutto il sintomo di qualcosa che sentiamo premere da sotto, come un foruncolo che vorrebbe esplodere. C’è ma non sappiamo esattamente dove.
Nella sua sessantanovesima edizione un barlume di senso, se non ancora il bandolo della matassa, a me è parso di coglierlo proprio all’inizio dell’ultima serata, quando Claudio Bisio ha presentato la giuria di qualità.
Tra gli altri vi era il noto chef Joe Bastianich, che, oltre a degli occhiali da sole decisamente incongrui, sfoggiava un cappellaccio nero dalle larghe tese; un indumento considerato a teatro assoluto tabù, impendendo la vista a chi succede.
Seduta dietro di lui si contorceva infatti una donna, prima allungava il collo a destra, poi a sinistra, nella speranza di scorgere qualcosa al di là di quella cortina di feltro calata tra lei il mondo, o perlomeno il surrogato di mondo per cui aveva pagato un biglietto che si può immaginare salato.
Potremmo liquidare il tutto come l’atteggiamento scortese di un personaggio pubblico un po’ pieno di sé, ma non credo sia solo questo. Nella trascurabile e stonata frazione di uno spettacolo nel complesso coerente, visualizziamo piuttosto il mattoncino metaforico da cui ogni opera prova a elevarsi, poco importa se poi si concluda in cattedrale o macerie.
Lo intuiamo dalla professione di Bastianich, che è appunto quella di cuoco, e lasciando provvisoriamente da parte le numerose stelle di cui si ammanta la sua cucina. In sintesi: un cuoco è una persona che produce cibo; il cibo dà piacere alla gola, al palato, al corpo; il piacere del corpo ha da alcuni anni invaso i palinsesti televisivi e il costume degli italiani.
Un’epoca all’insegna del piacere, dunque. O ancora più precisamente del godimento, come lo chiamava Lacan attraverso un sinonimo che ci avvicina al codice segreto di questa edizione di Sanremo. Già, perché il godimento, per il grande psicanalista francese, più che un’esperienza tangibile – il corpo è solo una delle tante maschere, una stazione di passaggio ma non di approdo – sta nel regime immaginario delle attese, che fa da velo alla realtà concreta quanto a quella simbolica, a concludere la tripartizione con cui egli divideva l’esperienza psichica.
Ma non è proprio ciò a cui abbiamo appena assistito?
Un cuoco, e cioè un artefice del godimento immaginario e, di conseguenza, illimitato da qualsiasi vincolo, con il suo cappello oscura lo sguardo di chi sta seduto alle sue spalle, ponendosi quale unico oggetto della rappresentazione. Una dinamica, su scala più ampia, a cui stiamo assistendo da diversi anni, in televisione come nella vita di tutti i giorni: l’immaginario che si prende tutta la scena, confinando la realtà a sintomo e delegittimando il simbolo da ogni autorità. Tra cui quella paterna.
Poi però succede qualcosa, probabilmente imprevista…
Succede che vince una canzone trascurata anche dai bookmaker, forse imperfetta, grezza come tutte le cose vere, in cui la realtà squarcia la tela immaginaria, senza che Penelope riesca a metterci una pezza.
No, non si tratta del ritorno di Ulisse ma di suo figlio Telemaco, che ha le fattezze di un bel ragazzone italo-egiziano di nome Mahmood. Con il ritmo rappato e un po’ stereotipo dei nostri giorni, si rivolge a un padre defilato, forse fuggito, certamente assente: Papà, dove sei, dove sei stato in tutti questi anni, anche tu a inseguire il godimento corpo e i fantasmi della mente (“champagne sotto Ramadan, alla TV danno Jackie Chan”), oppure i soldi, soldi, soldi, per pagarti le cenette al ristornate di Bastianich?
Io, tuo figlio, chiedo però che i padri tornino a fare i padri, si assumano la responsabilità di gesti che siano simbolici e non solo immaginari, togliendosi il cappello come si conviene davanti a una donna, e a maggior ragione quando stia dietro.
Ma questo compito i padri occidentali non sono più in grado di assolverlo, Bisio l’ha ammesso chiaramente nel suo monologo, tanto meno la madri o le nonne, che hanno la chioma fluente e blu della Bertè. Solo un figlio poteva allora perforare questa grande finzione immaginaria che è Sanremo, far volare la toque blanche a tutti gli chef stellati che ci assillano, facendo per una volta vincere la realtà. E chissà che non sia l’inizio della riscossa...

sabato 2 febbraio 2019

Studia l'arte e mettiti da parte, o sulla bellezza dell'inutile

Lo dico senza ironia né, tanto meno, spirito di provocazione, ma a me sembra una bellissima notizia che non esista più alcuna scuola ad assicurare il lavoro ai ragazzi, e sono pochissime anche le università che raggiungono lo scopo; forse solo Medicina e, in parte, Ingegneria, mentre tra gli istituti secondari mi viene in mente l'Alberghiera, o ancora più precisamente l'indirizzo per diventare cuochi. Che per fare il cameriere, almeno nei ristoranti che frequento io, bastano un paio di scarpe nere e una camicia bianca. E se ci scappa una macchia di sugo non ci scandalizziamo mica.  
Quando ero ragazzo si diceva: fai Ragionieria e ti assumono in banca, vai tranquillo, ci mette una buona parola l'amico dell'amico di papà, o se preferisci Geometra e un posto al Catasto non te lo leva nessuno. Negli anni successivi, a spanne dai Novanta in poi, sono venuti di moda gli studi in informatica e turismo, quindi è stata la volta di web design, marketing, comunicazioni, per non dire delle scuole steineriane frequentate anche dai figli del Grande Capo.
Tutte esche su cui i ragazzi privi di un'autentica vocazione (e forse anche desideri) si buttavano come pescetti in banchi compatti, le reti venivano disposte da istituti perlopiù privati e molto costosi. Il sotto testo era: vieni da noi e un posticino, da qualche parte, vedrai che salta fuori. Magari un'attività dove non ci si spacchi la schiena e sia bella da pronunciare quando all'happy hour ti domandano: Che lavoro fai? Websticazziqualcosa, e ci fai pure la tua porca figura. 
Non che adesso questi tentativi di seduzione siano cessati, ma mi sembra che i giovani, non so se più cinici o rassegnati, non se li bevano più. È in questa chiave che leggo il recentissimo boom di iscrizioni ai licei, che nel frattempo hanno moltiplicato le sigle 
(classico, scientifico, linguistico, artistico, socio-psico-pedagogico e ora mi dicono anche musicale) ma si propongono comunque tutti come studi rivolti alla formazione della persona, più che catene di montaggio per piccoli Stachanov.
Si dirà: ma che te ne fai della conoscenza della filosofia, di Dante, Michelangelo, per non dire del greco e del latino, quando già sai che non ti serviranno a nulla, non concretamente almeno? E mai come ora mi sembra tornata attuale la risposta di Aristotele: la filosofia non serve perché non è serva di nessuno.
Che è solo un modo per rimandare il problema del lavoro 
 "chi ti dà i soldi per l'affitto, e per questa sigaretta qui?" chiedeva Nanni Moretti in una celebre sequenza di Ecce Bombo, rivolgendosi a un'amica che dichiarava di "fare cose e vedere gente" , ma per adesso incassiamo un po' di cose inutili e belle. È dunque questa la buona notizia, non certo la penuria di lavoro (per giunta mal pagato). 
Ci sono addirittura alcuni studi che dimostrerebbero come una testa agganciata a una tradizione che ha sé stessa quale oggetto, un sapere ineffettuale, come si dice, giri meglio anche quando mortificata con le professioni del presente; un po' come le Ferrari vendute negli Stati Uniti, la cui potenza, successivamente, viene limitata per non superare un centinaio di miglia. 
Se poi avete un figlio che si ostina a voler studiare marketing o turismo o, peggio, si iscrive a una fashion look academy, fatevene una ragione. Nella migliore delle ipotesi è gay, e nella seconda non è figlio vostro ma dello spirito dei tempi, che da sempre detiene un'ipoteca paterna sui più giovani. D'altronde lo stesso Socrate non ha mai capito cosa frullasse nella zucca dei suoi quattro figli un poco grulli, per non dire della moglie...

mercoledì 30 gennaio 2019

Pulsazione, o sulla poesia e il mondo

La poesia. Semplificando, a me ricorda una specie di enorme animale, e come tutte le creature vive possiede una pulsazione cardiaca: sistole, diastole, soprattutto diastole ai suoi primi passi nella storia, con il sangue del poeta a rifluire verso il mondo; ne ritornava immagini, parole, oggetti concreti che si fissavano prima sulla retina e poi sulla lingua, magari trasfigurati dalla meraviglia per la scoperta, rendendo il "mare color del vino".
A questa prima fase espansiva è seguita la contrazione, il moto centripeto di chi insegue la perfetta misura del proprio centro, come la O di Giotto con cui concludere il pronome io. Quell’onda di curiosità che aveva invaso il mondo ha così cominciato a ritrarsi, una risacca o, meglio ancora, una sacca come quella in cui viene racchiuso il sangue per le trasfusioni; il poeta moderno si vampirizza da solo, cercando di vendere i residui del banchetto sotto forma di collana di sanguinacci. Tra una salsiccia e l'altra si va capo, ma tutto quel che ci sta dentro proviene dal corpo del poeta, che si offre al lettore in eucarestia: prendete e leggetemi tutti, questi sono i cazzi miei offerti in sacrificio per voi. 
Ma proprio prima dell'inevitabile infarto, che ha coinciso col tardo Ottocento, primi del Novecento, qualcosa è cambiato, certo non tutto ma un timido spiraglio ha iniziato a fare irruzione nella casa della poesia, come lame di luce dalle persiane ancora chiuse. Bisognerà aspettare Francis Ponge, col suo Partito preso delle cose, o l’arte di “paesaggire” praticata da Zanzotto (presagire il futuro osservando il paesaggio) perché le gelosie si spalanchino definitivamente, consentendo allo sguardo del poeta di rimirar le stelle come un tempo, e non solo troppo umani inferni.
A questo contro movimento della poesia che torna a occuparsi della realtà esterna al soggetto, nel presente credo abbia contribuito in modo decisivo il fenomeno dei social network, dove con molta più efficacia, oltre che consenso, una personalità smaniosa di sé può fare incetta e quindi pubblica ostensione del proprio intimo, guadagnandone una pronta verifica: sono bravo, sono bello, sono io? Vai tranquillo, gli rispondono i pollicioni blu che si ergono a ogni nuovo indumento che casca al suolo.
Ma uno streptease, anche se virtuale e astratto, per essere efficace deve avere i suoi tempi, i suoi studiati rituali. Prima vengono così i lunghi guanti di velluto nero, giù la spallina e poi, ma piano, piano... a calare è il reggipudore di pizzo, che come il bouquet della sposa viene lanciato al pubblico che lo reclama – "facce vedè er Super Io, faccelo toccà..." – fino ad addentrarsi nei più contorti nodi viscerali. E per finire la mossa, olè! 
Questa surroga della poesia romantica attraverso le piattaforme digitali, per quanto spesso buffa, naif, a me però non imbarazza, e sembra al contrario un'ottima notizia. Magari non sarà appassionante leggere di Tizia che ha appena lasciato il fidanzato (ma ora lo rimpiange) o di Caio che mostra orgoglioso il nuovo tatuaggio in selfie, Sempronio ci parla invece della pupù del nuovo cucciolo di Labrador depositata sul kilim persiano, ma non dimentichiamo che questo cimento privato è stato per molti secoli l'orizzonte della poesia, magari con parole solo un poco più accurate.
Benvenuto dunque Facebook, a salvare la poesia dai poeti che avevano finito col ridurla a esercizio di onfaloscopia, come nei ritiri spirituali ancora praticati nei monasteri ortodossi. Ma benvenuto soprattutto mondo, ad abitare nuovamente le parole della poesia, anche se tali parole, di necessità, non saranno più scudo, vela, biancospino, ma Dixan, Coca-Cola, Ciccio Bello.

NO!

Mio padre mi ricorda spesso che la prima parola che ho pronunciato non è stata mamma, pappa, bua, gne gne, tata o comunque una di quelle poco più che confuse lallazioni a far gonfiare il petto dei genitori e inumidire la cataratta ai nonni, no, la mia prima parola è stata proprio questa. No.
E pare fosse un no bello secco, scandito e categorico, col musetto imbronciato a sottolineare il disappunto. Non ne ho ovviamente memoria, ma potrei giurarci che stavano cercando di ingozzarmi come un’anatra da patè, il solito trucchetto del cucchiaio che diventa un aeroplano, sta arrivano un aeroplano carico di, guarda l'aeroplano, bruuumm... Brum un cazzo, devo aver pensato io.
Un atteggiamento che mi è poi rimasto tutta la vita: appena mi accorgo che qualcuno vuole ottenere qualcosa da me in forma più o meno subdola, come prima reazione, spesso meccanica (dunque pure se da quella cosa traessi vantaggio) io rispondo no. Formazione reattiva, credo la chiamino gli psicologi.
La dinamica mentale sottostante, non di rado ingenua, consiste nell'invertire di segno le richieste, come quando si porta una cifra dal lato opposto di un’equazione: il più diventa meno e il meno diventa più, non è difficile. Guido, Andiamo in montagna? No, al mare. Usciamo a farci una pizza? No, un minestrone. Ottima idea, un bel minestrone Findus, volevo dirlo io, mi hai rubato le parole di bocca. Ho cambiato idea, usciamo a farci una pizza.
In fondo è semplice fregare i reattivamente formati come me, basta proporgli il contrario di ciò che realmente si desidera. Ad esempio, inviargli un messaggio in cui si dica che Tal dei Tali ti chiede di dire quanto fa schifo la sua pagina Facebook. Vacci pure giù pesante amico, tanto lo so da me che fa cagare. Ti invito solo ad aggiungerti al coro in cui viene strillato al vasto mondo.
A quel punto, forse (ma forse…), potrei anche buttare lì un like alla tua stramaledetta pagina personale, come la monetina che si allunga al posteggiatore abusivo che spergiura di sorvegliarti l'automobile. Ma come in quel caso gli offri il denaro per semplice pena o, più cinicamente, per non farti rigare la carrozzeria, anche le attestazioni di piacere mendicate su Facebook sono del tutto pretestuose. E’ tanto difficile da capire?
Eppure nei film tutti ridono quando qualcuno supplica un altro di amarlo – amami, amami ti prego! – ben sapendo che il verbo amare non ha mai retto l’imperativo. E allo stesso modo nel caso del piacere, che può solo essere espresso – mai richiesto.
Ma evidentemente ci sono degli ego che, dove li metti li metti, iniziano a dimenare il culo irrequieti, si fanno largo; a me ricordano chi in una spiaggia affollata cerchi di spostare il telo da bagno sempre più in là, per guadagnare spazio e pubblica evidenza; poco importa se possiedono i tatuaggi di Corona, le cosce lunghe di Belen o sono flaccidi e pieni di cellulite: l’importante è ritagliarsi un coriandolo nella pupilla del dio delle folle.
Ma finché continueranno a giungermi richieste di gradimento da questa particolare categoria di bagnanti digitali – i più paraculi sono quelli che allungano la manina per incassare l’obolo dopo pochi secondi dall’avvenuta conferma di “amicizia” – l’unico risultato sarà quello di imprimere una torsione alla mia faccia, oltre che alle mie budella.
Uno spettacolo non diverso da quello a cui devono avere assistito i miei genitori, nonni, zii, perfino la vicina di casa, la dolcissima Marietta, doveva essere presente quel giorno anche lei, mi immagino un intero anfiteatro di rompicoglioni raccolto attorno al mio seggiolone la volta che cercarono di travestire un omogenizzato Plasmon da bombardiere Junkers Ju 87, detto confidenzialmente Stuka, e per la prima volta dalle mie labbra proferirono due irrevocabili lettere: NO!

lunedì 28 gennaio 2019

Salvini come Mike Bongiorno, o sull'arte degli specchi


Alessandro Bertante, in un suo recentissimo post su Facebook, ricorda come "Salvini usi sempre termini denigratori quali professoroniintellettualoni, come se una comunicazione verbale infantile, fintamente bonaria, lo mettesse sullo stesso piano della sua gente. È una strategia grossolana" aggiunge lo scrittore di Alessandria, "che fino a oggi ha funzionato ma che parte dal totale e consapevole disprezzo per il proprio elettorato e della sue capacità di comprensione."
Io sono completamente d'accordo con la prima parte della sua analisi – anche perché è verificabile, è un fatto – ma non del tutto con la seconda. Più che un atteggiamento spregiativo credo infatti che egli stia mettendo in atto quella tecnica che nella programmazione neuro linguistica viene chiamata mirroring (rispecchiare i gesti e le frasi chiave dell'interlocutore, per condurlo successivamente in una direzione favorevole ai propri scopi), e prima che in politica è stata a lungo collaudata nello show business.
Ad accorgersene con intuito preveggente fu un ancor giovane Umberto Eco, che nella Fenomenologia di Mike Bongiorno attribuiva il successo del presentatore alla sua assoluta medietà. Ciò a cui anche lui faceva da specchio era un'italietta mediamente ignorante, mediamente pettegola, mediamente tutto, che dai propri tinelli maron, per usare la bella immagine di una canzone di Paolo Conte, lo osservava senza provare alcuna soggezione. Era a tutti gli effetti uno di loro, che beveva la grappa Bocchino e diceva allegria!
Ma quella fase storica possedeva delle profonde differenze col presente. Dai politici, gli stessi telespettatori al momento di trasformarsi in elettori (ma come si capirà con Berlusconi l'assonanza tra i due termini non è per nulla casuale), dai politici veniva reclamata un'autorevolezza del tutto assente in Mike Bongiorno, e che ha tenuto la scena fino alle monetine scagliate a Bettino Craxi di fronte al Raphael. È quello il momento in cui il vecchio Laio viene decapitato. 
Spostando così il ragionamento su un piano psicologico, potremmo ipotizzare che nel corso del Novecento il politico fosse percepito come un surrogato paterno - colui che sorveglia i confini della Legge -, mentre il presentatore televisivo fosse il fratello maggiore scanzonato e boccalone, del tutto privo di ogni carattere autoritativo. O ancora più radicalmente: il politico era colui che faceva da argine al godimento illimitato, mentre il presentatore, uomo di spettacolo, di distrazione e intrattenimento, lo promuoveva. 
L'elemento di novità non mi sembra dunque consistere in una comunicazione pubblica dalla natura simmetrica, ma nel fatto che a metterla in atto siano ora i politici, i politici in generale, non è una caratteristica che limiterei al Ministro degli Interni. E ciò mi sembra l'ennesima conferma dell'estensione dei codici dello spettacolo a ogni aspetto della scena pubblica, che possiede quale effetto principale la caduta di ogni principio di autorità, a favore di un'orizzontalità fraterna e semplificata.
Se prima stavamo insomma a scuola, dentro una piramide con alla sommità un preside, quindi gli insegnanti, i bidelli e infine gli alunni che si zittivano all'ingresso di quel padre simbolico che gli consegnava i codici di accesso al sistema sotto forma di sapere, ora siamo cascati in una sorta di limbo, che ha la forma di un chiassoso e perenne intervallo. 
Se ne ricava che i professori non possano che diventare la loro caricatura, "professoroni", allo stesso modo di quegli altri guardiani della soglia che furono un tempo gli intellettuali, ora sfigurati nella maschera carnevalesca di "intellettualoni". Salvini, come Mike Bongiorno, ha insomma capito tutto con anticipo, cavalcando con astuzia strategica lo spirito del proprio tempo.
Un tempo altro, nuovo, diverso. Quello in cui anche i politici si ingozzano di merendine, e ringhiando (un po' davvero e un po' per celia, per non morire) si tirano l'uno all'altro il cancellino.

domenica 27 gennaio 2019

Facebook come il Bar Piero, o sul (presunto) ritorno della politica

Prima l'Aquarius, poi la Diciotti e adesso la Sea Watch. Lo zampino è sempre quello del ministro dell'interno Matteo Salvini, a vietare a tutte le navi delle ONG di sbarcare sul suolo italiano, da cui la recente notifica di reato per sequestro di persona, consegnata allo stesso Salvini per conto dei procuratori di Agrigento. Fatti che hanno monopolizzato l'informazione negli ultimi tempi, ma, mi sono accorto, anche una buona parte dei post scritti dai miei contatti Facebook, con giudizi come prevedibile divergenti. Opposte tifoserie, insomma. Ma anche analisi puntuali e articolate.
Ciò su cui adesso mi interessa concentrarmi non sono però le specifiche vicende e neppure il loro merito – su cui ovviamente ho le mie opinioni, i miei sentimenti reattivi –, ma l'impressionante ricorrenza della dimensione politica sui social network, che mi porta a rivedere la diffusa considerazione sugli anni che stiamo vivendo, perlopiù liquidati come fortemente individualistici; ipotesi che sembra per altro confermata dal progressivo calo di partecipazione nelle consultazioni elettorali.
Eppure anche la conclusione di segno opposto, che vede il ritorno in forza dell’impegno politico, mi sembra affrettata e fuori fuoco. Non è un caso che al sostantivo politica venga accoppiato da sempre il verbo fare; la politica si fa, si agisce, coordinando mezzi, persone, idee, risorse economiche attraverso contenitori istituzionali (partiti) o para istituzionali (movimenti) nell’intento di raggiungere una finalità pienamente umana, che perlopiù coincide con una sorta di redenzione del presente. Ma come nel gioco delle freccette, rarissimamente si centra il cuore rosso del bersaglio e ci si deve accontentare di qualche punto, già che la politica è anche, se non soprattutto, compromesso.
Mi chiedo dunque quale bersaglio concreto si celi dietro ai centinaia di post politici che leggo su Facebook, oltre ai migliaia, forse perfino milioni che non ho letto né leggerò. Più che a un'estensione con altri mezzi del dominio della lotta, per parafrasare il titolo del primo romanzo di Houellebecq, mi viene allora da sospettare che l'elemento davvero centrale nelle nostre vite non sia tanto la politica in senso proprio, ma l'espressione politica, il suo semplice dire.
Potremmo forse sbarazzarci a questo punto anche dell'attributo politico, e concludere che è l'espressione tout court ad aver guadagnato il centro della scena pubblica; i più cinici potrebbero chiamarla blatera, per quanto io continuo a ritrovare lampi di acutezza, confusi in un effluvio di parole a ruota libera. D’altronde neppure scriverei queste parole se non avessi la convinzione che il mezzo, talvolta, possa essere trasceso dal significato, con buona pace di McLuhan.
Mi torna in mente un uomo un po’ brillo – di professione faceva il maggiordomo, giuro! – che declamava a memoria lunghi passi della Commedia, addirittura interi canti senza sbagliare un accento o una sineresi, stavamo appoggiati col gomito al bancone del Bar Piero a sorseggiare il solito pessimo bianco di Custoza. Dante, al Bar Piero?!
Sì, è accaduto anche questo. E noi che pensavamo che, col progressivo estenuarsi degli infiniti Bar Piero della provincia italiana, riconvertiti in luoghi fighetti dalle sigle anglofone dove darsi appuntamento all'happy hour, noi che ci illudevamo fosse cessato anche quell’opinionismo disinvolto con la Marlboro in bocca un po’ di sguincio, al quarto Custoza non erano rare conclusioni del tipo "rossi, neri, tutti uguali", come nella memorabile sequenza di un film di Nanni Moretti, il quale ribatteva con la sua vocetta chioccia: "Ve lo meritate Alberto Sordi, ve lo meritate..."
E invece il Bar Piero è ancora vivo e vegeto e lotta insieme a noi, il Bar Piero è noi, anzi, c'est nous. C’è solo da sperare che, su quell'enorme astrazione del Bar Piero a nome Facebook, tra tante opinioni politiche senza alcun fare e dunque neppure ricaduta nel reale, oltre all'attenuante di un bianchino di troppo, ci sia ancora qualche maggiordomo a ricordarci di Paolo e Francesca…