mercoledì 3 maggio 2017

Una di queste persone qui, mettiamo, o sull'eterna disputa tra saperi umanistici e tecnici



Un ricercatore di chimica molecolare, mettiamo, oppure un ingegnere nautico, una di queste persone qui. Si occupano di teoria di repulsione delle coppie elettroniche dello strato di valenza, oppure formulano i calcoli idrostatici che stanno alla base del modellamento della carene semidislocanti, specie quelle più recenti che prevedono una zona prodiera maggiormente stellata, insomma una di queste persone qui, mettiamo...
Ma cos'è quella faccia, non mi direte che non conoscete la carena semidislocante a proda stellata, o la teoria chimica che passa sotto l’acronimo VSEPR?!
E certo che non le conoscete, come non le conosco io: sono appena andato su internet a curiosare, copiando, un po’ a casaccio, parole che mi suonano come arabo.
Se però, mettiamo sempre, vi trovaste a conversare con lo stesso ricercatore di chimica molecolare, oppure con quell'ingegnere nautico che progetta le carene semidislocanti, insomma una di queste persone qui: sarebbe disposta a introdurvi con pazienza al suo sapere, io penso, magari con un pizzico di legittimo e compiaciuto orgoglio, quello non possiamo negarglielo.
Di più, il nostro interlocutore si stupirebbe del contrario - che chi non ha fatto studi ingegneristici conosca le carene semidislocanti -, e perciò non vi guarderebbe dall'alto in basso come fa l'Alano col Chihuahua.
Ma mettiamo che vi imbatteste invece in una giovane assistente di letterature comparate, meglio ancora gender studies, va bene anche un laureato in storia e critica del cinema o un traduttore letterario - i traduttori mi ero dimenticato dei traduttori, i traduttori sono i più tremendi di tutti! -, e che iniziaste a parlare con una di queste persone qui. Persone che sembrano volerti pisciare in testa, non so perché ma l'impressione è sempre quella: incontinenza urinaria da assunzione massiccia di conoscenze intellettuali.
E lo farebbe forse veramente, una di queste persone qui, ti piscerebbe in testa se si accorgesse che non hai mai letto La jeune Parque di Valery, o se non sai della lampadina che Hitchcock aveva infilato nel bicchiere di latte portato da Cary Grant a una Joan Fontaine più splendida che malata, per non dire se tu facessi un po' di confusione nella traduzione di un vocabolo inglese.
Oggi, su Facebook, ad esempio, una mia conoscente traduttrice ironizzava su tutti quei disgraziati che ancora si ostinano a tradurre yard con cortile - "compiangiamoli" sembrava essere il sotto testo alle sue parole, che suscitavano grande ilarità e assenso tra i suoi contatti, tra i molti almeno sopraggiunti a dar man forte allo sbrago. Intanto, leggendola, io mi sentivo ancora più piccolo e scemo, rispecchiandomi nell'immagine di quello scemo che ho scoperto in quel momento di essere.
Ma cosa cavolo dovrei tradurre allora, pensavo in castigo dietro alla lavagna del disprezzo, in ginocchio sui ceci, cosa dovrei dire io che non sono mai stato negli Stati Uniti, e aprendo a capo chino il Concise Oxford Paravia leggevo come prima voce: yard, noun, it. cortile...
Provate quindi a immaginare ancora il nostro ingegnere nautico, a immaginarlo mentre posta su Facebook un intervento in cui si burla di chi non conosce la carena semidislocante, è giù risate anche su tutti gli ignoranti che non sanno come è fatta una zona prodiera stellata, ma roba da matti, come si fa a non sapere una cosa del genere, anche mio figlio di quattro anni lo sa!
Non vi torna, vero? E perché allora dovrebbe essere la norma per un traduttore letterario, un filosofo continentale, un cazzo di intellettuale qualunque che si dà di gomito con la sua cricca a una vostra qualsiasi incertezza in un sapere settoriale, il loro sapere. Suscitando, tra parentesi, la gioia speculare della contro-cricca dei qualunquisti in salsa padana, che così possono concludere che la cultura non serve a nulla, chiamando radical chic tutto ciò che si discosta da una brugola del dodici. 
Certo, si potrebbe obiettare - e infatti c'è chi lo fa - che i saperi artistici e letterari possiedono un valore universale e dunque diffuso (Shakespeare e Michelangelo sono di tutti, i motoscafi con carena semidislocante solo di qualche bauscia coi quattrini), e dunque una loro lacuna rappresenterebbe un vizio ben più grave.
Ma grave per chi, perché ti preoccupi della mia salute, non saranno cazzi miei? E se invece non avesse avuto ragione Rino Gaetano, quando cantava "mio fratello è figlio unico perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent'anni..." Inoltre, a me sembra che sia altrettanto universale il teorema di Pitagora, o sbaglio?
Ma alla fine quello che volevo dire e adesso finalmente lo dico, era solamente un dubbio, un sospetto antropologico che riguarda tutte queste persone qui, e così può forse essere sintetizzato: perché gli studi scientifici rendono le persone tolleranti e disposte, mentre, mettiamo per l'ultima volta, quelli umanistici ne favoriscono il definitivo approdo nel girone degli stronzi?

Ps – Per la cronaca, io ho studiato filosofia, non sto tirando acqua al mio mulino.

martedì 2 maggio 2017

Madamina il catalogo è questo, o sui nuovi tipi umani al tempo di Facebook



Per una volta abbasso l’astrazione, fuori i nomi, vuotiamo una buona volta il sacco! E stiamo parlando di quell’immensa budella informatica che viene chiamata Facebook. Dopo qualche anno di utilizzo discontinuo, a me sembra che le figure umane che ne affollano le pagine si possano suddividere dentro un tradizionale decalogo. Un decalogo-catalogo in cui proverò a indicare, quando possibile, anche l’appartenenza tra i miei contatti. Premettendo che in ciò non vi è alcuna volontà di giudizio morale, ma sono solamente categorie funzionali all'uso che viene fatto del mezzo.

11)   Buon Pastore

La prima tipologia che vedo crescere di giorno in giorno, forse quella che ha più successo di lettura, e un seguito che rasenta il tifo da stadio, potrebbe prendere il nome evangelico di Buon Pastore.
E’ costituita infatti da persone che, per reale talento pedagogico o, più spesso, velleità predicatoria, sono convinte di avere un ruolo educativo nella vita degli altri. Ruolo che comunque si assegnano d’arbitrio, non essendoci sul web alcun filtro d’accesso.
I loro interventi sono improntati a un certo paternalistico sussiego, ma non privo, alle volte, di reale sottigliezza ed arguzia. Il tutto nel tentativo di cacciare dentro la zucca vuota delle loro conoscenze le nozioni elementari di una buona vita, nel segno di un moderno mood stoicista.
Lo sfondo evidentemente filosofico è però screziato da nozioni psicanalitiche, spiritualità orientale, ricami letterari e citazioni gnomiche. Pensando a un esempio alto, il primo nome che mi viene in mente è quello dell’editore, filosofo e regista Andrea Colamedici, che con piglio dotto e un pizzico di benevola ironia catechizza i suoi lettori.
Oltre a lui ricordo il mio amico Gianfranco Bertagni, anche egli è filosofo e studioso di religioni comparate, gestendo un sito e una scuola dove vengono insegnate le principali tecniche meditative.
Entrambi sono molto bravi, è utile sottolinearlo. Ma entrambi sono disposti  in una posizione asimmetrica, leggermente sopraelevata rispetto al numeroso pubblico che li gratifica. Come fare, altrimenti, a scorgere la pecorella che si è smarrita, per riportarla all’ovile prima che scenda la notte.
  
2)   Legionario, o Rancoroso di ritorno

Il riferimento, qui, è al legionario romano che offrì al Cristo agonizzante dell’aceto misto a fiele. Allo stesso modo, molte persone utilizzano Facebook per distillare i loro malumori idiosincratici al mondo, in un gioco al massacro di pura e semplice provocazione.
Penso, tra i molti, a un altro mio amico scrittore, il “marchese” Fulvio Abbate. Anch’egli possiede un grande talento, che però, negli ultimi anni, si è un po’ avvitato sul fuso del rancore, come quel personaggio di un romanzo di Marco Lodoli che affonda maledicendo il mondo.
Restano a galla i suoi numerosi post iconoclasti, in cui, indifferentemente, fa strame di bersagli politici (Renzi e Veltroni), nemici personali (Concita De Gregorio) e icone pop (Patty Smith). E proprio su Patty Smith è memorabile l’intervento in cui la definì un “cesso inchiavabile”, aggiungendo che l’anziana cantante americana è sempre più simile a un Mocho Vileda.
Nemmeno a dire che, come egli aveva ben previsto, si sollevò un polverone di indignate proteste. Un tempo si sarebbe detto: épater le bourgeois…

3)   Impegnato

Si impegnano, come negli anni settanta. E si indignano come negli anni novanta. Ma anche, un poco, si divertono come negli anni ottanta, anche se non lo danno a vedere. Chi non ce l’ha, un amico così?
Uno che pubblica sulla tua bacheca l’ultima dichiarazione di un politico di cui nemmeno conoscevi l’esistenza, o che incalza i suoi (spesso immaginari) interlocutori sulla geopolitica internazionale, l’ambiente, l’economia.
Molti di loro simpatizzano con il Movimento 5 Stelle, è inutile negarlo. Ma altri sono del Pd, berlusconiani, l’intero scibile parlamentare è insomma rappresentato, per quanto l’Impegnato diffidi delle categorie politiche tradizionali. E’ simile, in questo, a quel personaggio cinematografico che faceva sbottare Nanni Moretti, mentre al bancone di un bar di periferia sentenziava che “rossi, neri, alla fine son tutti uguali…”
Un altro esempio alto, di cui ammiro la passione e l’impegno civile, è quello della scrittrice ebreo-polacco Helena Janeczek. E' nata in Germania ma vive in Italia da molti anni, scrivendo dei bellissimi romanzi nella nostra lingua.
Non tutti gli impegnati, va detto, posseggono la sua finezza di analisi, che si unisce alla grazia nominale. Ma l’imbuto in cui incanalano la loro passione è quello lì, che viene e porta al mondo. Non al loro ombelico come nel caso del Legionario e del Carodiarista, che vedremo in seguito.

4)   Paranoico Complottista, o Ossessivo
 
Rapimenti alieni, scie chimiche, lobby finanziarie, vaccini malefici, massoneria deviata e chi più ne ha più ne metta… Di quello solo parlano. Ma non ribattergli, non farlo: tanto lui ne saprebbe una più del diavolo e dieci più di te. Alla tua obiezione razionale risponderebbe infatti con un sorrisetto, aggiungendo serafico: “Ingenuo…”
Le paranoie possono a volte essere di tipo alimentare (veganesimo, dieta dei gruppi sanguinei) o mistiche, sportive, virando verso il versante ossessivo. Il ceppo di appartenenza è comunque il medesimo: persone talmente comprese nel loro mondo, non di rado illusorio, da farlo diventare tutto il mondo. 
Purtroppo in questo caso non ho da fare nomi, già che quando incappo in un Paranoico Complottista Ossessivo lo elimino all’istante dai miei contatti, lo elimino senza alcuna esitazione.
Eppure mi stanno simpatici, per qualche sfuggente motivo mi inducono perfino un sentimento di tenerezza. Forse è per quella loro cocciutissima convinzione che, dietro la parete che da bambini ne divideva la cameretta da quella dei genitori, il babbo stesse sgozzando la mamma, e non semplicemente facendo l’amore come tutti.

5)   Carodiarista

Parlano sempre e solo dei fatti propri, fedeli al monito cechoviano: “per essere universale scrivi unicamente del tuo particolare.”
Dunque un minimo orticello costituito, perlopiù, dai piccoli o grandi scazzi con il fidanzato (in genere sono donne, perciò coniugo al femminile), risposte buffe dei figli ancora in età prescolare, siparietti grotteschi in tram o sul lavoro. Oppure sono discorsi da pizzicagnolo in formato fotografico, anzi, meglio, di selfie in cui sono sempre al centro.
Alle volte gli interventi del Carodiarista sono gravati da una certa compiaciuta autoindulgenza, se non addirittura egocentrismo, per quanto va ricordato che il mezzo è nato con questa vocazione: mostrare le immagini del primo bagnetto del neonato, le spalle larghe del compagno che ti abbraccia in un esotico tramonto. 
Ma ci sono pure qui esempi virtuosi e non maldestri. Tra i miei contatti è il caso di Carlotta Giucastro, sempre affilata e sorniona, o più emotiva e appassionata Marina Testa. Entrambe pescano dai casi della vita oltre che dai propri sussulti ventricolari, riuscendo, quando non sopraffatte dal pungolo dell'urgenza - il Carodiarista patisce un poco la smania comunicativa -, a cavare dei bozzetti che non esiterei a chiamare letteratura, a volte anche buona letteratura.

6)   Disc-Jockey

Ma cosa fa, esattamente, un disc-jockey?
Se ci pensiamo bene, un disc-jockey non fa altro che afferrare un disco, o più in generale un’opera dell’arte e dell’ingegno umano, non l’ha fatta lui, e ricollocarla in un diverso contesto ricettivo. Ma nel ridirigere il lavoro concepito da altri, il disc-jockey, almeno in una certa misura, produce una novità. Egli inaugura infatti una nuova situazione, come avevano ben intuito i situazionisti parlando di détournement.
Il gesto del disc-jockey è dunque molto simile al gesto dell’artista concettuale, l’artista di quella particolare forma espressiva chiamata ready-made. In pratica non devi fare nulla: prendi, copi e metti da un'altra parte, incrociando le dita nella speranza che qualcuno se ne accorga.
Ma accidenti, non è ciò che fa la maggior parte delle persone su Facebook?!
Sì, proprio quello.
Gli esempi sono infiniti. Vengono postati i link delle canzoni di Pino Daniele su YouTube, citazioni dalle pagine di Massimo Gramellini e Fabio Volo, poesie di Alda Merini… Ma anche roba “più fine”, esclusiva, snob, come Jacques Tati in un’esilarante sequenza dalle Vacanze di Monsieur Hulot. La sostanza comunque non cambia: sempre disc-jockey sono, siamo.
Già, perché almeno una volta lo siamo stati tutti, dei disc-jockey. Le luci stroboscopiche, il ritmo incalzante della musica, il fumo denso di glicerolo che esce a fiotti dalla fog machine. E noi persi nell’infinita dolce convinzione che il mondo intero penda dalle nostre mani, il mondo appeso al disco che cala lieve sul piatto che gira, e gira gira… mentre la cubista con i capelli azzurri comincia a dimenare il culo.

7)   Laconico

“Che palle”.
E poi...
"Che palle", punto.
Come punto, è già finito il post?!
Finito.
All’inizio mi sorprendevo leggendo interventi del genere, e ancor più mi stupiva osservare la lunga colonna dei commenti, i like che cascavano a pioggia ad accompagnare questi semplici grugniti sintattici, nemmeno un verbo a indirizzare il timone che muove alla comprensione. Ma sono impazziti tutti oppure il matto sono io…?
In realtà, un po’ e un po’.
I brevi, brevissimi, i minuscoli post eruttati a pioggia dalla figura del Laconico, possiedono infatti un importante ruolo preverbale, ed è ciò che i linguisti chiamano funzione fàtica. In altre parole, le persone, comunicando, producono di tanto in tanto dei suoni (em, mmm, ah…) o delle interiezioni (cioè, come dire, ok…) che non hanno valore semantico ­­– non possiedono insomma alcun contenuto, non vogliono dire niente – e il loro scopo è piuttosto quello di mantenere attivo il canale comunicativo, o più in generale la relazione tra i parlanti. 
Chi si alza la mattina e corre su Facebook a postare un insignificante trisillabo, non vuole dunque solo informarci sul suo trascurabile umore, ma il vero e profondo significato sta nella volontà ristabilire il contatto dopo la pausa notturna, verificare che i suoi "amici" non si siano nel frattempo dimenticati di lui. "Amici" che infatti lo comprendono al volo, rispondendogli a tono: “Che palle, sì :-(” (Traduzione: anche io esisto, ricordati di me, pensami, metti un like che mi certifichi.)
Detto ciò, non mi convincerete mai che scrivere che palle su Facebook possa rendere la mia vita più interessante e degna. La maggior parte dei miei contatti la pensa però diversamente.

8)   Lo Scemo del Villaggio

Come ogni villaggio, anche il Villaggio Globale prevede la figura dello scemo, che il più delle volte si declina al plurale. Da cosa si riconosce lo Scemo su Facebook?
Beh, facile, dal tautologico dato che sia scemo, che scriva cose sceme, intervenga a sproposito per commentare i vostri post con delle scemenze – l’incongruenza è uno dei segnali più certi della mancanza di cervello –, e che lo faccia introducendo un mucchio di faccine, punti esclamativi o di sospensione.
Occhio dunque, perché esiste un calcolo matematico che stabilisce l’indice di scemenza con esattezza. Il risultato è dato dalla relazione proporzionale agli emoticon utilizzati e al numero di segni di interpunzione gettati a casaccio sulla pagina. Più ne mettete – “abbondandis abbondandum”, come diceva Totò – più siete scemi.
Se vi riconoscete in chi scrive Ciaooooo!!!!!!! ;-) :-)))…. non avete bisogno di fare tanta fatica per scoprire chi è lo Scemo del Villaggio. Lo Scemo, infatti, siete voi.  

9)   Il Seduttore\Seduttrice, o Calboni e la signorina Silvani

La prima immagine che mi viene alla mente è quella di Calboni. Mi riferisco al geometra collega di Fantozzi, magistralmente interpretato da Giuseppe Anatrelli, che gli contende le attenzioni della signorina Silvani – modi affettati e galanti, voce flautata, luoghi comuni a cascata. Lei, invece, la Silvani, è quella che i francesi chiamerebbero un'allumeuse: donne che cercano di accendere con ogni mezzo il desiderio nei maschi, ma per poi negarsi come Circe, dopo averli tramutati in maiali.
Non ho mai svolto lavoro continuativo in un ufficio, ma pare che, in ciascun luogo di lavoro collettivo, sia presente almeno una coppia di tali esemplari, come mufloni allo zoo. La grandezza di Paolo Villaggio sta anche nell’averci restituito con tale precisione queste due figure emblematiche della modernità: il Seduttore e la Seduttrice.
Non fa eccezione quel grande ufficio di collocamento verbale che è Facebook, dove il Seduttore e la Seduttrice si possono riconoscere dagli stessi tratti: affettazione, galanteria, invadenza, esibizionismo erotico (quelle foto in costume sulla battigia con gli addominali ritratti, già avrebbero dovuto mettervi in sospetto, o l'incalzare dei selfie in cui si intravede sempre la linea interna del seno...).
Gli infiniti Calboni e signorine Silvani telematici, in fondo, non sono però creature malvage. Nella peggiore delle ipotesi possono scrivervi in privato per invitarvi a trascorrere il fine settimana in Liguria, dove conoscono un “posticino”, così lo chiamano, “un posticino delizioso…” Niente di male anche se accettate. Ma, beninteso, ricordate che a pagare sarete voi.

10) Il Frustrato

Questo tipo umano lo conosco particolarmente bene, incrociandolo la mattina ancor prima di accendere il pc, mentre mi lavo i denti davanti allo specchio del bagno. Già, il Frustrato c’est moi.
Ciò che distingue il frustrato è il suo utilizzo di Facebook, a cui egli si accosta come se non fosse Facebook, come se fosse un mezzo come un altro e McLhuan non avesse mai tagliato le gambe alle sue ambizioni intellettuali: the medium is the message. Bum, per il Frustrato questa frase è peggio di una bomba sotto la sedia, e non sorprende che non la voglia sentire, si tappi le orecchie, salmodiando qualche musichetta diversiva.
Il Frustrato, a differenza del Seduttore o del Buon Pastore, che conoscono i loro polli e le loro pecorelle, si aggira così sulle bacheche Facebook come se ancora fosse il vecchio ambiente comunicativo, in cui riversare nozioni e pienezza di significato, forma e sostanza. Si sforza, insomma, si dà da fare per offrire il suo meglio, eccedendo spesso in misura. "Ma quand'è che il mondo si accorgerà di me?" sembra intanto pensare. 
Si tratta di persone che, in un altro tempo o se le cose fossero andate diversamente, farebbero i sociologi, i giornalisti, i narratori. A volte queste professioni le fanno per davvero, ma senza il riscontro che avrebbero desiderato. Purtroppo qualcosa si è però inceppato nelle loro vite, non per un difetto capacitivo, non sempre almeno, ma perché le cose sono andate a questo modo, vai te a sapere il motivo...
E dunque eccolo lì, il Frustrato: scrive, briga, analizza e collega fatti con puntiglio e generosità verbale, cercando di restituire al mondo la monetina che il mondo gli ha infilato in tasca alla partenza. Ma l’albero del talento non fruttifica su Facebook, e il Frustrato resta frustrato.

domenica 30 aprile 2017

Freedom & Cola, o sul godimento senza cimento



Il 28 ottobre del 1886 possiamo immaginare che a New York fossero già arrivati i primi freddi. Riusciamo perfino a sentire il vento che soffia, e si infrange su uno scoglio, o poco più, che affiora dalla corrente gelata del fiume Hudson, al centro della baia di Manhattan. Intanto, dalla costa, la folla intirizzita osserva nella stessa direzione, mentre il grande telo finalmente libera la sagoma ricoperta da giorni. Nessuno l'aveva ancora vista prima d'ora: un'enorme trionfale supposta, che leva al cielo il braccio a contenere una supposta più piccina. La Statua della Libertà. L’evo contemporaneo, si dice, inizia in quel preciso momento. "Miiinchia!" devono aver sussurrato i guaglioni, i giovani carpentieri siciliani a quell'apparizione.
Pochi però sanno che nello stesso anno, ad Atlanta, Georgia, il farmacista statunitense John Stith Pemberton mette a punto la ricetta di un efficace rimedio digestivo. La Coca-Cola.
Se colleghiamo come in un arco voltaico i due fatti, possiamo vedere la scintilla, la miccia che ha illuminato il secolo e mezzo appena trascorso, e che così potremmo forse sintetizzare: la libertà, o meglio una nuova e diffusa licenza. Quella di mangiare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, inaugurando l’epoca della digestione infinita.
Pensiamo ai ricordi infantili in cui sempre più spesso ci rifugiamo. Abbiamo tra le mani un dolcetto, un ghiacciolo rosso, una focaccia. Ma è anche l'interminabile canicola del meriggio estivo, i nostri genitori ancora giovani, oscenamente giovani mentre sonnecchiano o fanno le parole crociate sotto l'ombra verticale dell'ombrellone, quasi fosse il perimetro di un sogno. Un sogno all'interno del quale anche noi siamo confinati, chiusi, imprigionati in quello che ci sembrava l'anticamera rovente della vita; dai nonna, almeno tu dammi il permesso... Niente da fare: dall'una alle quattro, nel periodo della digestione, era assolutamente vietato fare il bagno. La digestione, prima di tutto viene la digestione!
E così in automobile, o in pullman, nelle gite della parrocchia al Sacro Monte di Arona, per risalire in piccoli gruppi dentro le viscere metalliche del Sancarlone, anche lì c’era sempre qualcuno che prima diventava bianco, poi  giallo e quindi iniziava a vomitare sul sedile del bambino davanti. Perché non aveva digerito, si diceva.
La digestione è insomma stato uno dei temi principali del secolo appena trascorso, o perlomeno della sua seconda metà. Con Nicola Arigliano che faceva capolino dal Carosello del digestivo Antonetto, e schiacciando l'occhio aggiungeva: "Lo potete prendere anche in tram."
Una circostanza che può essere vista, metaforicamente, come lo sforzo nell’elaborazione del dissimile, a cui ci si era iniziati ad accostare per la contrazione geografica che segue all'espansione tecnica (i confini nazionali si fanno sempre più piccoli e angusti, e con quelli le certezze culturali) o per semplice curiosità. Poi però più nulla, negli anni recenti nessuno sta più male in auto, il bagno si fa a qualsiasi ora. E' come se lo scibile fosse divenuto immediatamente assimilabile, predigerito.
Negli scorsi giorni cercavo il Diger Selz nel supermarket sotto casa mia. “Mah, prova a guardare nel reparto delle bibite…” mi dice la cassiera col nasino all’insù e le cosce che gonfiano jeans troppo attillati. “No no, cerca vicino alla maionese”, mi dice un altro. Macché, neppure lì, non si trovava questo stramaledetto digestivo. “E’ che ne vendiamo talmente pochi”, ammette mestamente il direttore che era stato nel frattempo consultato.
Ma se tutto è diventato digeribile, se la digestione non rappresenta più un problema, tocca concludere che non c’è nemmeno più nulla di indigesto, ogni cosa è diventata compatibile con la nostra arcaica biologia.
E invece non è così.
Nello stesso supermarket facevo caso al fiorire di scomparti con il cartello gluten free, le mozzarelle vengono suddivise tra normali, scremate e senza lattosio, i dolci sono presenti anche nella versione senza zucchero, dolcificati con l’aspartame. Perfino la Coca-Cola si separa in classica, verde, dietetica e oro, che significa senza caffeina. 
L'universo alimentare è come se avesse subito un impulso centrifugo, un big bang da cui si protende e frantuma in infinite sottocategorie, a cui minuscoli comparti umani sono rispettivamente attratti oppure avversi. 
A me sembra dunque che ciò che è avvenuto nell’ultima manciata di anni sia essenzialmente questo. E’ stato progressivamente rimosso l’attrito con le cose, la fatica, lo sforzo per la loro assimilazione. Ciò che non è a immediata portata dei nostri enzimi, dei nostri sensi, delle capacità di elaborazione critica e gastronomica, viene preventivamente rigettato. Un pasto senza la fatica della digestione, esperienza al netto del preambolo dell'inesperienza, con l'apprendistato che ne consegue. E in qualche modo anche la diversità – la cucina etnica, ad esempio – viene ricomposta dentro la figura dello stereotipo, che attenua la novità dentro la salsa dell’ovvio.
Ed è così che i ristoranti giapponesi sono gestiti da cinesi (tanto hanno sempre gli occhi a mandorla), mentre i giovani filosofi vengono chiamati in tivù solo se abbronzati e in completo Hugo Boss, e poco male se stigmatizzano sdegnati la globalizzazione turbocapitalista. Gioco delle parti, si potrebbe chiamare. Ma lo show è sempre quello.
Ciò che risulta è un mondo più facile e leggero, anzi light. Che non significa liquido, come ha suggerito qualcuno, al contrario: la realtà viene compartimentata in scaffali incomunicanti e sempre più specializzati nell’offerta, che in ultima analisi si risolve in una soltanto. Il godimento senza cimento.
Io mi limito ad acquistare una bottiglia di Fernet Branca, va bene così, non importa se non si trova il Diger Selz, grazie lo stesso. La cassiera con il nasino e le cosce grosse mi sorride quasi a volersi scusare. In un’altra occasione, un altro mondo, a un'altra età, l’avrei probabilmente invitata e bere un goccetto di Fernet assieme a me. Ma mi accorgo di aver fatto il mio tempo, quello della digestione.