Una partita di tennis? Sì, sembra essere
proprio una partita di tennis. Un doppio, per la precisione. Due coppie di
giocatori – i pantaloncini corti e attillati sopra le cosce muscolose e scattanti,
le polo bianche e senza scritte come negli anni cinquanta – due giovani coppie maschili si contrappongono agli estremi opposti del campo. Che però ha una
particolarità: non è in piano. E non di un soffio, appena appena. Questo campo
da tennis è incredibilmente ripido, l'angolo di pendenza di almeno trenta gradi,
forse qualcuno di più. Ma non è giusto, così la coppia a monte gode di un evidente vantaggio! Forse a compensazione dell’handicap, deve essere certamente per
tale motivo, il campo non è diviso da una sola rete posizionata alla metà esatta del lato più lungo, ma scopriamo con
una certa sorpesa la presenza di una seconda rete. E dunque un campo da tennis,
terra rossa o erba non è ancora chiaro, un campo da tennis costruito su un
pendio scosceso, con due reti disposte parallelamente in prossimità della linea ideale del centro, a circa un metro e
mezzo di distanza l’una dell’altra. La prima rete, quella a valle, è collocata a
un’altezza maggiore dell’altra di circa trenta centimetri, più alta anche
considerando la sfasatura causata dalla pendenza. In effetti non sono certo
che ciò si rifletta in un guadagno significativo per la coppia sottostante:
bisognerebbe fare degli studi sulle traiettorie arcuate delle palline, l'incidenza maliziosa della gravità, conoscendo le equazioni
matematiche della balistica, a elaborare modelli verificabili e certi. Ma così a
occhio sembra che la compensazione abbia un senso. E però quale senso... cosa
significa questo strano gioco… sarà forse una metafora? Già, deve trattarsi di
una metafora, che non risolve i nostri interrogativi. Una metafora di cosa, intanto? E chi è il soggetto della rappresentazione, cosa ci vuole comunicare, quali oscuri enigmi, simboli, allusioni cifrate si celano sotto agli astrusi congegni
geometrici che chiamiamo gioco? Ma soprattutto: come è finita la partita? Domande.
A cui purtroppo non so rispondere, mi dispiace. Solo il tempo di smorzare il cicalino incalzante della sveglia, stropicciarmi un poco gli occhi, gli arti anchilosati da stirare accompagnando il gesto con un lungo placido sbadiglio. Quindi appuntare il nuovo sogno sul taccuino.domenica 23 agosto 2015
Una partita di tennis
Una partita di tennis? Sì, sembra essere
proprio una partita di tennis. Un doppio, per la precisione. Due coppie di
giocatori – i pantaloncini corti e attillati sopra le cosce muscolose e scattanti,
le polo bianche e senza scritte come negli anni cinquanta – due giovani coppie maschili si contrappongono agli estremi opposti del campo. Che però ha una
particolarità: non è in piano. E non di un soffio, appena appena. Questo campo
da tennis è incredibilmente ripido, l'angolo di pendenza di almeno trenta gradi,
forse qualcuno di più. Ma non è giusto, così la coppia a monte gode di un evidente vantaggio! Forse a compensazione dell’handicap, deve essere certamente per
tale motivo, il campo non è diviso da una sola rete posizionata alla metà esatta del lato più lungo, ma scopriamo con
una certa sorpesa la presenza di una seconda rete. E dunque un campo da tennis,
terra rossa o erba non è ancora chiaro, un campo da tennis costruito su un
pendio scosceso, con due reti disposte parallelamente in prossimità della linea ideale del centro, a circa un metro e
mezzo di distanza l’una dell’altra. La prima rete, quella a valle, è collocata a
un’altezza maggiore dell’altra di circa trenta centimetri, più alta anche
considerando la sfasatura causata dalla pendenza. In effetti non sono certo
che ciò si rifletta in un guadagno significativo per la coppia sottostante:
bisognerebbe fare degli studi sulle traiettorie arcuate delle palline, l'incidenza maliziosa della gravità, conoscendo le equazioni
matematiche della balistica, a elaborare modelli verificabili e certi. Ma così a
occhio sembra che la compensazione abbia un senso. E però quale senso... cosa
significa questo strano gioco… sarà forse una metafora? Già, deve trattarsi di
una metafora, che non risolve i nostri interrogativi. Una metafora di cosa, intanto? E chi è il soggetto della rappresentazione, cosa ci vuole comunicare, quali oscuri enigmi, simboli, allusioni cifrate si celano sotto agli astrusi congegni
geometrici che chiamiamo gioco? Ma soprattutto: come è finita la partita? Domande.
A cui purtroppo non so rispondere, mi dispiace. Solo il tempo di smorzare il cicalino incalzante della sveglia, stropicciarmi un poco gli occhi, gli arti anchilosati da stirare accompagnando il gesto con un lungo placido sbadiglio. Quindi appuntare il nuovo sogno sul taccuino.venerdì 14 agosto 2015
Non gioco più, me ne vado, ovvero piccolo compendio morale per tempi orizzontali (e un poco scemi)
Nel mondo questo fenomeno ha preso il nome di
postmoderno, secondo la celebre definizione che nel 1979 diede Jean-François Lyotard in un suo celebre testo. Per il
grande filosofo francese l’evo postmoderno coincide con la fine delle tre
grandi narrazioni – illuminismo, idealismo, marxismo – che si sono susseguite in staffetta marcando le stazioni cronologiche della modernità. Prima l'Occidentale fu monopolizzato
per molti secoli dalla narrazione cattolica, frutto della sintesi tra cultura
greco-romana e visione messianica appresa dal giudaismo. Quindi più niente,
puff, dagli anni ottanta del Novecento il paesaggio storico è come se si
fosse fatto piano, privo di una vetta che ne delimiti l’orizzonte culturale.
“Mi capirete tra cinquant’anni” aveva scritto Nietzsche nel 1887, poco dopo aver profetizzato l'avvento del “più inquietante degli ospiti”. Di anni ne sono invece trascorsi quasi centocinquanta, ma il nichilismo, l'atteso ospite nietzschiano, era un palloncino che nel frattempo si stava gonfiando e prendendo forma piano piano, pompato dal gas dei numerosi affanni dei moderni. E ritroviamo così oggi la trasvalutazione prevista di tutti i valori, la caduta di ogni ordine religioso, etico, intellettuale e di conseguenza, come esito di tale mutazione nella sovrastruttura ideale – dunque una rivincita di Hegel su Marx – anche di ogni normatività sociale che faccia da argine al soggettivismo più estremo, aprendo il campo tanto alla blatera quando al proliferare creativo e vitale dei punti di vista personali. Un fenomeno che, sempre in filosofia, è stato chiamato ermeneutica, a sigillare linguisticamente il libero gioco delle interpretazioni.
“Mi capirete tra cinquant’anni” aveva scritto Nietzsche nel 1887, poco dopo aver profetizzato l'avvento del “più inquietante degli ospiti”. Di anni ne sono invece trascorsi quasi centocinquanta, ma il nichilismo, l'atteso ospite nietzschiano, era un palloncino che nel frattempo si stava gonfiando e prendendo forma piano piano, pompato dal gas dei numerosi affanni dei moderni. E ritroviamo così oggi la trasvalutazione prevista di tutti i valori, la caduta di ogni ordine religioso, etico, intellettuale e di conseguenza, come esito di tale mutazione nella sovrastruttura ideale – dunque una rivincita di Hegel su Marx – anche di ogni normatività sociale che faccia da argine al soggettivismo più estremo, aprendo il campo tanto alla blatera quando al proliferare creativo e vitale dei punti di vista personali. Un fenomeno che, sempre in filosofia, è stato chiamato ermeneutica, a sigillare linguisticamente il libero gioco delle interpretazioni.
Ma c’è appunto qualcosa che non torna, almeno per me.
Me ne sono accorto quando ha fatto il suo esordio nel 1982, quindi tre anni dopo l'uscita de La Condition postmoderne di Lyotard e riprendendone in pieno lo spirito, una
trasmissione televisiva. Il Maurizio Costanzo Show. Me ne sono accorto senza concepirlo intellettualmente, intendo. Probabilmente allo stesso modo di quell’autentico segugio
mediatico di Costanzo che, suppongo senza conoscere la filosofia francese, già aveva intuito l'equivalenza metaforica tra il presente e un palco
senza più alcuna regola: non più un tempo lineare e tripartito, come nella scrittura
scenica classica, ma nemmeno una prossemica, che sono le prime leggi non scritte
del teatro. E allora tutti assieme appassionatamente, tutti sullo stesso piano
e nello stesso mentre, allo stesso livello, con il conduttore romano che si trascinava
pesantemente da un divanetto all’altro, appollaiandosi come un corvo alle
spalle dei numerosi e spesso eccentrici ospiti. Questa orizzontalità drammaturgica, di certo prevista dallo stesso Costanzo, ha finito col condurre a una orizzontalità anche nel valore
assunto dalle diverse opinioni, di seguito imitata da quasi tutti i talk show
successivi e riassumibile nello schema: A = B = C.
Potevamo così trovare l’accademico che per tutta la
vita ha studiato e approfondito un campo circoscritto e documentato del sapere
affiancato – di lato, sempre tutto
avviene nella nostra epoca di lato – da Alba Parietti o Melchiorre Gerbino
o Sonia Cassiani o Jennifer e Joe Schittino, che al termine del suo discorso
avevano l'occasione di affermare serafici: “Non sono d’accordo”. E attenzione, non non sono d’accordo
per questo motivo o per quest’altro, ma semplicemente non sono d’accordo. Punto.
Bracardi in frak rosa che intona al piano il refrain del programma, applausi, passerella,
il resto è vita… E ciò perché davvero sul palco del Parioli l’opinione del
primo babbeo valeva il pensiero dello studioso preparato e
competente: orizzontalità, mancanza di gerarchia di senso, vanità di ogni preteso realismo
conoscitivo. In altre parole, sempre e ancora postmoderno.
Era dunque l’assunzione, definitiva e su larga scala nello Strapaese,
degli argomenti filosofici dell’ermeneutica: non esiste sapere ma solo
interpretazioni equipollenti, fondate su premesse unicamente storico-biografiche. Al
limite possiamo ravvisare una pseudo-verità formale, e cioè un potere,
verificabile nei dati d’ascolto, nel calamitare l’attenzione del pubblico. Non stupisce che il
fenomeno mediatico di Vittorio Sgarbi sia nato nella stessa
trasmissione, facendo continuo riferimento a questa sorta di tautologia espressiva: forma e contenuto coincidono sostenuti da una vis espositiva sempre più rabbiosa, per quanto arguta e seducente. Ed è l’inveramento tardivo di un'altra celebre
ma molto più antica corrente filosofica. La Sofistica.
Sarà dunque utile ricordare quale fu la principale
obiezione di Socrate ai sofisti. Prima ancora di Platone, che affermò l’esistenza
di una verità esterna e soprasensibile, l’iperuranico mondo delle idee, ritroviamo
infatti la fiducia di Socrate in una verità ben diversa. Non già data e definita
esternamente, quale è piuttosto la realtà, tangibile e disponibile all'interrogazione dei sensi, bensì intima per quanto dotata di una qualche
incorruttibile universalità, che è proprio ciò che manca ai sofisti. Possiamo in effetti chiamarla verità solo in quanto
non contraddice l’ordine razionale del discorso, ma anzi ad esso consegue
mostrandosi per mezzo di un processo non agonistico e collaborativo, sul modello della pratica con cui la levatrice conduce le fasi parto: la maieutica, e non a caso il grande ateniese così battezza anche il processo conoscitivo. Ogni affermazione umana deve dunque essere cavata e ricondotta a tale scaturigine interna, attraverso un percorso che è sia intuitivo (il “daimon”) sia
razionale e dialogico. Ed è proprio la fede socratica nelle disinteressate profondità dell’umano a farmi pensare alla disposizione postmoderna, in cui tutto avviene al contrario in superficie e secondo tracciati orizzontali, come a
una qualche forma inganno. Ma sarà più utile intenderci con un esempio.
Se Messi gioca a calcio con un bambino di 10 anni,
Messi può fingere di essere al livello del bambino. Egli è cioè in grado di semplificare
i suoi dribbling, allentare la corsa, simulare distrazione e farsi di tanto in
tanto portare via il pallone. Avendo la facoltà di abbassare le proprie straordinarie doti calcistiche a
quelle del bambino, Messi si trova dunque nella medesima condizione di Socrate:
la condizione di chi sa fare qualcosa che esorbita la competenza comune, sapendola
però solo dopo averla compiuta e grazie al confronto con gli altri. Socrate scopre infatti di "non sapere" conversando con chi meno di lui ancora sa, mentre Messi incontra il suo talento giocando, praticando in una squadra e contro un'altra squadra, non pensandolo autonomamente e per astrazione. Ma anche il bambino, sfidando
Messi, ha l’occasione di crescere e apprendere qualcosa di sé, verificando la misura dei propri
limiti e intravedendo i talenti ancora potenziali. Soprattutto, il bambino potrà riflettersi nello specchio di Messi quando quest'ultimo esegua un colpo
da vero Messi, non quando bonariamente continui a compiacere le velleità del cucciolo (essere allo stesso livello del campione).
L’obiezione postmoderna sarà allora da
ricercare proprio nel rapporto asimmetrico tra gli attori della relazione, di qualsiasi
tipo essa sia, e nel conseguente pensiero che da qui si sviluppa. In questo ci è nuovamente d'aiuto la lingua di Socrate, nella cui sottigliezza erano contenuti due termini, alternativi ma non sinonimi, per esprimere il pensiero giudicante. Il primo è doxa, proprio come la popolare agenzia dei sondaggi, che infatti con tale scelta vuol richiamare il pensiero comune: una sorta giudizio orizzontale e non verificato sulle cose, mappato e circoscritto attraverso le numerose inchieste statistiche. Stiamo insomma parlando dell'opinione, che è poi il significato del termine. Ma l'altra parola del vocabolario greco, già a partire dalla sua formazione lessicale, ci richiama a un punto di vista come sollevato di grado, un luogo di osservazione più alto, che sta sopra. Ed epistème, da cui epistemologia, la dottrina che si occupa del sapere scientifico, significa appunto ciò che su (epi-) sta (histemi). Esisteva dunque per i nostri prozii greci un pensiero accessibile a tutti tramite lo sguardo diretto e orizzontale sul mondo. Ma esisteva anche un altro pensiero, più limitato e non opinabile come è appunto l'opinione, che si fa sapere in quanto vede le cose come dall'alto, vede più lontano e soprattutto vede ciò che sta sotto, senza ad esso conformarsi.
Ecco, nel nostro tempo è venuta meno tale disposizione a riconoscere dei pensieri più alti dei nostri, dei pensieri che sanno. Tutto ricade allora nel dominio dell'opinione, della doxa, che si fa metro di giudizio universale.
Eppure, se noi guardiamo a noi stessi e agli altri con molta onestà e partecipazione, a volte poteremmo accorgerci, anche in una semplice conversazione, di aver già percorso un determinato svincolo del pensiero, un’esperienza, maturandone una qualche forma di competenza oppure la percezione di una lacuna, una mancanza che ancora ci avvince e che nell'altro trova sviluppo. Sono allora mani da tendere o mani da reclamare, a seconda delle situazioni. E non facciamo i furbi: quando sei Messi lo sai di essere Messi, lo vedi che gli altri giocano alla moviola, mentre tu, con la palla al piede, fai quello che ti pare.
Ecco, nel nostro tempo è venuta meno tale disposizione a riconoscere dei pensieri più alti dei nostri, dei pensieri che sanno. Tutto ricade allora nel dominio dell'opinione, della doxa, che si fa metro di giudizio universale.
Eppure, se noi guardiamo a noi stessi e agli altri con molta onestà e partecipazione, a volte poteremmo accorgerci, anche in una semplice conversazione, di aver già percorso un determinato svincolo del pensiero, un’esperienza, maturandone una qualche forma di competenza oppure la percezione di una lacuna, una mancanza che ancora ci avvince e che nell'altro trova sviluppo. Sono allora mani da tendere o mani da reclamare, a seconda delle situazioni. E non facciamo i furbi: quando sei Messi lo sai di essere Messi, lo vedi che gli altri giocano alla moviola, mentre tu, con la palla al piede, fai quello che ti pare.
Il guaio – perché ovviamente c’è un guaio,
altrimenti non saremmo nel tempo del nichilismo post-tutto – è che quando invece
non sei Messi, quando sei una mezza sega da prima categoria, da eccellenza o se ti
va di culo da serie D, è più difficile riconoscere e stimare le abilità e
competenze di chi ti sta "sopra", allo stesso modo del bambino che crede di essere riuscito a soffiare la palla al grande giocatore. Ma tocca ricordare che esistono molti ambiti e infinite attitudini, non sempre direttamente comparabili. Ludwig Wittgenstein, dopo aver
drasticamente riveduto la sua precedente convinzione sul pensiero logico come
unico metro di misura del mondo, li chiamò giochi linguistici. Come a dire
che se a basket prendi la palla a calci, anche se ti chiami Messi, sei fuori
strada.
Morale, perché questa volta voglio davvero chiudere
con una morale, ossia con un pensiero pratico e praticabile, non astratto. Un pensiero in cui
per definizione ci deve allora essere un Io e un Tu, meglio ancora un noi, noi due, io e
te che forse per caso mi stai leggendo e che in qualche modo non devi esserti annoiato del tutto, se sei arrivato fino a qui. Certo, il rischio sta in un poco
di pedanteria, qualche rullo di tamburo di troppo e fanfare invece del solito pop leggero.
Che dici, ci proviamo?
E dunque, quando ti accorgi di essere il bambino al
cospetto di Messi, fotografa dal basso ogni suo gesto, esercita l’attenzione vigile,
pratica l’emulazione creativa, cerca di rubargli tutti i segreti e i colpi che
riesci a intuire. Ma senza offenderti se, all’improvviso e con un guizzo, ti fa tunnel e scappa
via verso la porta in cui insacca con apparente facilità. In fondo – ricordatelo sempre! – lui
rimane Messi e tu un bambino curioso, almeno fino a quando cresci e lui diventa
una vecchio che ripete sempre le stesse cose, come ho iniziato a fare io in questo
testo. Si chiama rapporto pedagogico: una parola che fa spesso venir voglia di
ribaltare le cattedre, prima ancora di averle costruite. Non funziona, per
inciso.
Ma ci saranno altri momenti in cui, magari in un campetto di periferia, non al Camp Nou di Barcellona, ti troverai
a essere finalmente Messi o a vestire il lungo e candido chitone di Socrate, mentre
dall’altra parte dell’agorà ci sta Alba Parietti o un altro ospite professionista dei talk show. Uno che per statuto deve sempre dire “non sono d’accordo”,
qualunque cosa tu abbia suggerito, fatto o semplicemente pensato lui non è d’accordo,
e non lo sarà mai per quanti sforzi tu faccia per chiarirti. C'è gente che pensa che questo atteggiamento idiosincratico – li riconosci dal fatto che dicono sempre Io Io Io – sia il solido basamento del monumento alla propria identità. Ecco, quello è il
momento di prendere il pallone sottobraccio e sussurrare non gioco più, è tardi, mi
aspettano a casa per pranzo. Inventati pure una scusa. Perché la postura orizzontale e postmoderna può
diventare la più tenace e ottusa delle gabbie: due teste che sbattono l'una contro l'altra,
non due pensieri che si incontrano per definirsi e precisarsi a vicenda.
Ed eccolo l’inghippo, il trucco che soffoca il
coniglio invece di farlo sgusciare arzillo dal cilindro, e chi se ne frega se era la
verità o solamente un'altra illusione, che però ci tiene in vita. E sono ancora i contemporanei di Socrate a venirci in soccorso con la loro magnifica lingua. Bastava a quel tempo una parolina piccola piccola, quasi un soffio: hybris. Un termine talmente remoto e desueto che temo di averne scordato il significato
esatto. Ma, più o meno, vuol dire che c’è chi gioca bene, c’è chi gioca male e
c’è chi gioca così così. Poi c’è chi gioca solo per allungare la gamba e
sgambettare chi è più bravo di lui. E in questo caso, il postmoderno si chiarisce come la licenza di espressione concessa a tutti ma proprio tutti gli scemi. O se preferisci e parafrasando Shiller: “Neanche gli Dei
possono nulla contro i macellai che si credono terzini”.
giovedì 13 agosto 2015
Emergenza profumi
Emergenza profumi. Lo leggo su una locandina affissa
all’uscita di un’edicola, è disposta proprio in fronte all’unico semaforo nel piazzale
della stazione. Rosso. Siamo Sondrio, io in automobile, il termometro segna 36 gradi
e l’auto dietro mi sta suonando. Così preso non mi ero accorto che il
semaforo era nel frattempo girato al verde. Emergenza profumi, boh. Raggiungo l'incrocio delle carceri ma un vago senso di imbarazzo mi stringe ancora lo
stomaco. Impugnando il volante con la sola mando destra, mi porto al naso la
parte superiore dell’avambraccio sinistro. E’ lì che ho spruzzato, non alla
base del polso come d’abitudine e per ben due volte, così da poterlo annusare
meglio, Cuir Pleine Fleur del grandissimo James Heeley. Un capolavoro! E sì che
fino a due mesi fa non sapevo nulla di profumi. Poi un’amica, reduce da un
corso a Grasse, mi ha regalato una decina di sample. Profumi a me, e che
me ne faccio? Mai messo un profumo in vita mia. Roba da femmine, le ho riposto. Nella migliore delle ipotesi da femmine, o, peggio, ma questo non gliel'ho detto... Emergenza
profumi, stava scritto proprio così. Al terzo campioncino ero ormai diventato
dipendente, al decimo l’acquisto del libro di Luca Turin: Perfumes: The A-ZGuide. Solo pochi mesi di festa ed è già emergenza profumi - cosa diavolo è successo?! Sarà un effetto della svalutazione dello Yuan, penso, oppure della
politica espansionista di Putin, l’estate troppo calda in Provenza... In ogni
caso, qui tocca correre ai ripari! Stoccare le riserve di Eau Sauvage in cantina, ecco, tanto per cominciare, e poi ridurre e
contingentare le aspersioni di Habit Rouge, acquistare tutti i flaconi rimasti
di Knize e di Antaeus, il profumo amato dal Cavaliere, come ai tempi della
guerra fredda quando si stipavano i bunker atomici di ogni bendidio, i salami come bandierine appese a memoria di un tempo remoto e lieto. Seguendo il tortuoso percorso dei sensi unici che fa da perfetto
correlativo ai pensieri, sempre più agitati, ritorno al semaforo. Affianco. Metto
le quattro frecce e scendo. Emergenza profughi sta scritto in Times New Roman
grassettato sulla locandina. Non profumi, profughi. Ah. Torno in auto e metto
in moto e riparto, dopo un'ultima sniffatina all'avambraccio. mercoledì 29 luglio 2015
Montanari vs Genna, o sul crocevia milanese della letteratura italiana

Milano è il nuovo crocevia della letteratura
italiana. E non solo in un senso molto concreto e fattivo, seguendo le vie tortuose e gerarchiche dei sui domini editoriali, ma da
qualche anno a questa parte anche nell’immaginario sotteso alla creazione,
quindi nelle pratiche compositive degli autori. Ciò non significa che a Milano vengano
concepite e realizzate le opere più significative, e forse nemmeno le più
belle. Ad esempio, io amo molto la linea letteraria emiliano-romagnola: sia
quella più stralunata e onirica che va da Zavattini, Guareschi e Tonino Guerra,
passando da Celati e Cavazzoni per approdare a Nori, Benati,
Colagrande e molti altri, sia quella epica incarnata e teorizzata dai Wu
Ming, tra cui ricordo solo l’ottimo Cacucci. Ma anche nelle altre regioni
stanno maturando voci nuove e meno nuove, voci importanti,
che ci consentono di affermare con ragionevole sicurezza che se pure il cinema è in crisi,
la cultura è quella che è e Dio è morto, la letteratura italiana gode invece di
ottima salute. Milano è semplicemente e come ho scritto il crocevia. Provo a
spiegarmi.
Un crocevia, letteralmente, è una via disposta a
croce, in pratica un incrocio, o se preferite un piano cartesiano. Dove, come
noto, si incontrato ortogonalmente due rette: un asse orizzontale, detto
ascisse, e uno verticale che chiamiamo ordinate. Bene, a me sembra di poter
riconoscere nella letteratura italiana contemporanea, per quanto articolata in
molteplici e molto distanti manifestazioni, anche nel valore, una tendenza a collocarsi comunque su tale piano, con cui converrà
cominciare a familiarizzare. Per farlo ho individuato due autori – milanesi
appunto, di nascita o adozione – che incarnano in forme riconoscibili e
nette le due line di tendenza maggiori, a definire le coordinate di piano del nostro
crocevia.
Partiamo dunque dall’asse delle ascisse, da quella
linea orizzontale che si allunga fin dentro la letteratura di RaulMontanari, bergamasco di nascita ma da molti anni attivo nel capoluogo lombardo. Oltre ad aver pubblicato numerosi romanzi e
racconti, con riconoscimento di critica e lettori, Montanari insegna scrittura
di finzione; “creative writing”, come dicono gli anglosassoni. Durante i suoi
corsi, che per inciso io ho frequentato, egli insiste molto su tale elemento
orizzontale dello scrivere. E cioè sullo sviluppo di una trama, che è
essenzialmente un fatto di tempo, di conflitto e di risoluzione. In estrema
sintesi, la letteratura può essere ricondotta al passaggio di qualcosa (un
personaggio, in genere, ma anche un luogo, un sentimento, un elemento testuale)
da un punto che chiameremo A a un indefinito altro, che sarà dunque e semplicemente “non A”.
Il transito narrativo avviene anche quando il testo abbia una conclusione in qualche modo scontata, andando cioè a coincidere con quanto previsto al suo esordio, come ad esempio avviene nei Promessi sposi di Manzoni. E difatti anche se tutto va “come deve andare” – gli sposi promessi alla fine coronano il loro sogno –, il percorso sulla linea orizzontale del tempo e degli avvenimenti che in essi si realizzano, descritti dal narratore con una tecnica a incastro di estrema modernità, ci conduce in un luogo sempre diverso. Un luogo a cui daremo il nome di esperienza, o se preferite di consapevolezza – ma attenzione: l’estensione della consapevolezza dovrebbe avvenire nel lettore, e non sempre, non necessariamente, nel personaggio. Lucia, al termine del romanzo, in ogni caso non è più la Lucia inizialmente promessa in sposa a Renzo; ammesso che per lo stesso Renzo si possa parlare della medesima persona. Anche egli è infatti cambiato, ha percorso il cammino che va da A a non A, sempre in precario equilibrio sul filo teso sopra il burrone del non senso. Un modo non certo inedito di concepire la letteratura, al punto che uno come Robert Luis Stevenson, oltre un secolo fa, a domanda già così poteva rispondere: “A cosa serve la letteratura? Semplice, a rendere più chiare la lezioni della vita”.
Il transito narrativo avviene anche quando il testo abbia una conclusione in qualche modo scontata, andando cioè a coincidere con quanto previsto al suo esordio, come ad esempio avviene nei Promessi sposi di Manzoni. E difatti anche se tutto va “come deve andare” – gli sposi promessi alla fine coronano il loro sogno –, il percorso sulla linea orizzontale del tempo e degli avvenimenti che in essi si realizzano, descritti dal narratore con una tecnica a incastro di estrema modernità, ci conduce in un luogo sempre diverso. Un luogo a cui daremo il nome di esperienza, o se preferite di consapevolezza – ma attenzione: l’estensione della consapevolezza dovrebbe avvenire nel lettore, e non sempre, non necessariamente, nel personaggio. Lucia, al termine del romanzo, in ogni caso non è più la Lucia inizialmente promessa in sposa a Renzo; ammesso che per lo stesso Renzo si possa parlare della medesima persona. Anche egli è infatti cambiato, ha percorso il cammino che va da A a non A, sempre in precario equilibrio sul filo teso sopra il burrone del non senso. Un modo non certo inedito di concepire la letteratura, al punto che uno come Robert Luis Stevenson, oltre un secolo fa, a domanda già così poteva rispondere: “A cosa serve la letteratura? Semplice, a rendere più chiare la lezioni della vita”.
Il quasi milanese Raul Montanari è lo Stevenson
italiano. In tutti i suoi romanzi, e in particolare nell’ultimo che raccomando
(Il regno degli amici, Einaudi, 2015), facciamo infatti una duplice
esperienza: del nostro essere nel tempo e da esso trasformati, innanzitutto, ma
in forma più sottile dell’essere nient’altro che tempo, come
direbbe Martin Heidegger. Raul Montanari scrive dunque per rendere più chiare le lezioni della vita, che possono essere
apprese solo seguendo la sua linea orizzontale: quella cronologica, che è anche
la linea della comunicazione, della relazione tra uguale e diverso, tra io e
altro, in uno scambio che non è gerarchico ma avviene appunto su di un medesimo
piano, per quanto spesso conflittuale. La vita è questo piano, è questo tempo e
questo conflitto: tutto è già qui, ma disponibile solo un poco per volta. La
letteratura diviene allora il modo in cui ordiniamo il Tutto in lunghe sequenze
temporali, per poterne capitalizzare l’esperienza.
No, non è tutto qui, la vita è altrove, almeno quella autentica, la "vita vera", sembra ribattere GiuseppeGenna dal capo opposto della città di Milano, che è anche il punto estremo della linea alternativa e verticale del nostro piano, l’asse delle ordinate. Ed è così che, negando la gestazione della coscienza umana nel tempo e nella storia, quindi anche il valore diacronico di ogni forma d’esperienza, Giuseppe Genna concepisce una visione della letteratura tutt’all'opposto di quella di Raul Montanari. La coscienza “è”, non diviene, sembra infatti dirci e anzi ce lo dice proprio Giuseppe Genna in un suo recente saggio, in eclettico e virtuoso equilibrio tra psicologia, letteratura e filosofia (“Io sono. Studi,pratiche e terapia della coscienza”, Il Saggiatore, 2015). Da qui una pratica di scrittura che tende all’inaudito e all’inespresso, sovente anche all’inesprimibile, alla poetica dell’accenno – “il Dio non dice, accenna”, affermava Eraclito nel V secolo avanti Cristo. Il Dio della letteratura, almeno di quella che discende dall'asse delle ordinate atemporali, è questo continuo e balbettante ammiccare.
Il tema è complesso, sfumato e Genna, che pure ha
vocazione a scivolare dalla complessità alla complicazione, potrebbe correggerci
di continuo. Mi limiterò dunque a rubricare tale oggetto vocazionale della
letteratura, così come intesa da Giuseppe Genna da Calvairate, con un termine ripreso dalla
tradizione filosofica: numinoso, a qualificare ciò che si oppone al dominio concreto dei fenomeni, di cui abbiamo esperienza sensibile e diffusa. La
linea verticale della letteratura ricerca dunque lo stra-ordinario, di cui è per definizione impossibile tracciare linguisticamente i confini – per comodità e approssimazione parleremo di coscienza
destoricizzata, di simbolismo perenne occultato sotto la scorza del quotidiano, a cui accedere tramite un
processo che sostituisce l’evocazione al dire, la visione alla metafora (un mostrarsi senza apparentemente riferirsi) e la compressione poetica alla referenzialità esplicita.
A differenza di Montanari, Genna non potrebbe allora insegnare alcunché, e quando ci prova su Facebook, dove risulta particolarmente attivo, finisce con l'essere spesso urtante, scostante e sentenzioso. Effetto che ottiene attraverso la dilatazione del pensiero in interminabili thread, oppure, all'opposto, sciogliendo e coagulando la semantica in un impulso verbale che vorrebbe forse tendere all’alchemico, ma conduce purtroppo alla noia del lettore. Non perché egli non possieda qualità – tutt'altro – ma in quanto quelle stesse qualità sono di carattere rabdomantico, non comunicativo. E ciò appunto perché risulta impossibile comunicare un oggetto di cui non si abbia esperienza diretta, mentre le intuizioni viaggiano sull'ascensore di una soggettività che continuamente si inciela, forse per poter cogliere nello spazio dell'ulteriore i propri frutti maturi. Che in ogni caso verranno consegnati come la mela di Newton: piovendo dall'alto, senza che se ne possa dibatterne sulla base dell'esperienza storica e il dato di realtà. E sono così pensieri e parole suggestivi, ossia non verificabili, consegnati per via di una lingua altrettanto priva di verifica.
A differenza di Montanari, Genna non potrebbe allora insegnare alcunché, e quando ci prova su Facebook, dove risulta particolarmente attivo, finisce con l'essere spesso urtante, scostante e sentenzioso. Effetto che ottiene attraverso la dilatazione del pensiero in interminabili thread, oppure, all'opposto, sciogliendo e coagulando la semantica in un impulso verbale che vorrebbe forse tendere all’alchemico, ma conduce purtroppo alla noia del lettore. Non perché egli non possieda qualità – tutt'altro – ma in quanto quelle stesse qualità sono di carattere rabdomantico, non comunicativo. E ciò appunto perché risulta impossibile comunicare un oggetto di cui non si abbia esperienza diretta, mentre le intuizioni viaggiano sull'ascensore di una soggettività che continuamente si inciela, forse per poter cogliere nello spazio dell'ulteriore i propri frutti maturi. Che in ogni caso verranno consegnati come la mela di Newton: piovendo dall'alto, senza che se ne possa dibatterne sulla base dell'esperienza storica e il dato di realtà. E sono così pensieri e parole suggestivi, ossia non verificabili, consegnati per via di una lingua altrettanto priva di verifica.
Eppure, il medesimo approccio verticale all’interno
dei romanzi di Giuseppe Genna è spesso efficace, l’allusione spalanca varchi intuitivi, il
ritmo invade lo spazio del senso e si sovrappone a quello dello stile, mentre
il narratore indossa i paramenti di un sacerdote laico e il sussiego ieratico
degli illuminati (“Ho visto la luce, ho visto la luce!” sembra ripeterci come
John Belushi nei Blues Brothers). Ecco, per quanto estremo sia il caso Genna, o, se
preferite e parafrasando Gianfranco Contini, la funzione Genna, rappresenta il compendio di una tendenza significativa e perfino feconda della letteratura
italiana contemporanea. Una linea che potremmo provvisoriamente chiamare
orfica, assegnando un altro termine antico a un fenomeno per molti aspetti
nuovo. E se una funzione funge appunto alla realizzazione di una qualche utilità, la funzione dell'orfismo letterario ("New Italian Orphism") serve a ricordarci che c'è altro, che questo mondo non è tutto, di questo "altro" fornendoci anche delle possibili prefigurazioni. Mentre la funzione Montanari, più che un semplice ritorno in forza del realismo
– fenomeno che pure e per molti versi è in corso –, mi piace guardare come forma letteraria della dialettica: l’oggetto prezioso offerto dall’esperienza
è sempre l’esito processuale di un cammino, e la dinamica oppositiva la sua
porta di accesso.
Per concludere, a me sembra che l’elemento di novità
più interessante degli ultimi anni, forse non solamente in Italia, consiste
nello spostarsi del focus della letteratura dalla tensione sperimentale verso
la forma (ormai sepolta nelle remote esperienze avanguardistiche) a una
tensione speculare verso il contenuto, o detta più tecnicamente nella direzione della
fabula, del narrato. Ma il contenuto narrativo solo in prima battuta può esser
fatto coincidere con la vicenda e con l’intrattenimento che da essa se ne
ricava, già che la materia accostata in parole – pianamente o tortuosamente, per lampi irrelati, a sviluppare o involvere l’intreccio – diviene l’adito privilegiato per essere
ammessi alla verità. Sì, la letteratura, almeno quella non di consumo, ha
recuperato fiducia nei suoi mezzi espressivi, con i quali è ricominciata la
caccia grossa alla verità.
Con la variabile che c’è chi crede che la verità sia
molteplice e parziale, e che dunque vada ricercata qui e ora, anzi meglio nella
successione delle ore, nel tempo come ventre gestatorio della coscienza,
mentre altri pensano che coscienza e verità siano qualcosa di assoluto e
pregresso. Ed è ancora una volta una questione di tempo, i cui rapporti sono però da
leggere con segno inverso: non è il tempo a consentire lo sviluppo della
coscienza, ma, come già aveva intuito Agostino, è proprio la coscienza il cuore
occulto e sorgivo dell’esperienza temporale. In ogni caso, qui ci asterremo dal
prendere parte alla querelle filosofica di più lunga data. Limitandoci a
ricordare che, per sua natura, chi percorre la via orizzontale del tempo
comunica qualcosa, mentre chi si cala dalla verticale dello spirito semplicemente esprime ciò che è ancora in uno stato di potenza.
La verità…?
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