domenica 1 novembre 2026

Madonne con bambini (mi ricordo 94)

Mi ricordo montagne verdi, recitava una famosa canzone. La canticchiava sempre la Pelosa mentre, dall’altro lato del bancone, rovistava nel contenitore trasparente delle gomme americane sfuse, piccoli parallelepipedi rosa ricoperti dall'incarto.

Io e Federico le chiedevamo quelle che stavano al fondo, convinti che al loro interno si nascondesse un foglietto con la scritta HAI VINTO! Non migliaia di euro, come nel gratta e vinci, ma una nuova gomma americana, allo stesso modo dei boeri; che però la Pelosa si rifiutava di venderci perché contenevano il rum.

All’uscita dal bar il motivetto ci era rimasto in testa, e, dopo avere controllato se avevamo vinto, ne replicavamo la melodia modificando il testo, che diventava mi ricordo mutande verdi, e poi qualcosa che ho scordato. Una pratica di cantautorato spontaneo piuttosto diffusa all’epoca.

La canzone più nota apparteneva alla colonna sonora dello sceneggiato televisivo Sandokan. Nella versione riveduta e corretta diventava: Sale e scende la marea, / Sandokan c'ha la diarrea. / Poveretto, poveretto, / tutto il giorno al gabinetto! / E Marianna con piacere / gli pulisce il suo sedere.

Da principio mi faceva molto ridere, la cantavo con Federico al ritorno da scuola. Poi cominciai a provare una sensazione simile al pensiero delle bestemmie – alla colonia di Triangia ne avevo imparato di bellissime – dette nei giorni precedenti al gesto di don Remigio, che mi posava il corpo di Cristo sulla lingua.

“Madonnina, Madonnina, ti prometto che non bestemmierò mai più”, sussurravo rivolto a una nicchia laterale della chiesa, dove stava, con gli occhi bassi come se sapesse cosa andavo in giro a dire sul suo conto, la mamma di Gesù. Ma quando tornavo alla colonia di Triangia ricominciavo.

Con la canzone di Sandokan però era scattato qualcosa. L’inizio ancora ancora, ma al verso su Marianna mi bloccavo. Già immaginarla pulire il culo a Sandokan mi veniva da vomitare, ma trovavo inconcepibile che provasse piacere. Una ragazza così, così, così… “Così come?” mi incalzò Federico.

Non riuscivo a terminare la frase. Marianna, la perla di Labuan, i capelli biondi raccolti in una crocchia che spuntava dal cappellino, gli incisivi leggermente pronunciati sotto labbra carnose. Marianna…

Mentre cercavo di rimettere in accordo i pensieri con la pancia, Federico aveva ripreso a camminare verso casa; la cartella gli oscillava sulle spalle, poco male se non facevo più da coro. La sua voce acuta e non proprio intonata bastava per completare la canzone.

Non contento della scena del bidet, si era inventato sul momento un nuovo verso, in cui faceva rimare Marianna con putanna. Fu al suono di quella parola che gli rifilai un cazzotto sulla scapola destra. Aggiungendo: “Non dirlo mai più!”

Federico si girò più stupito che dolorante. Non era la prima volta che litigavamo, ma di solito iniziava lui, con uno sputo. Io ero più muscoloso e a questo modo si garantiva la distanza per la fuga. E poi colpire alle spalle, da vigliacchi.

“Che cacchio fai?”

“Boh…” risposi io.

“Che cacchio fai?!” ripeté Federico con un tono ancora più acuto della voce.

“…”

Mi sputò allora sulla K-Way azzurra, che era come dire adesso siamo pari. “Ok, siamo pari” pensai, ripulendo con la stessa mano del pugno la saliva che aveva raggiunto la fettuccina arcobaleno su cui scorreva la cerniera. Poi iniziammo a ricapitolare tutte le bestemmie che avevamo imparato a Triangia. Anche di quelle era prevista una versione canora.

Con sorpresa, mi ero accorto che aveva smesso di importarmi se la Madonna soffriva o meno, più le strofe erano sgangherate e più noi ridevamo, cantavamo e ridevamo e alla fine ci siamo salutati, arrivati davanti del bar della Pelosa. Tanto io avevo trovato una nuova Madonna, peccato solo che abitasse a Mompracen.

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