Sono in disaccordo con le recenti affermazioni di Erri De Luca su Gaza, ma le ho trovate preziose per una ragione che provo ad argomentare.
Quando dichiara a Israel Hayom, un quotidiano israeliano filogovernativo, che non è in corso un genocidio nei confronti del popolo palestinese, richiama, non so quanto volontariamente, una sottile distinzione tra etica dell'intenzione ed etica della responsabilità. La prima fa coincidere il male con la volontà di compierlo, e viene professata nella Chiesa a partire da Agostino. La seconda – il male sta negli effetti dei propri comportamenti – viene introdotta da Max Weber nel 1919.
Faccio un esempio non lontano dal vero. Se l'intenzione dell'IDF fosse di eliminare (termine edulcorato per dire uccidere) un capoccia di Hamas nascosto in ospedale, tale obiettivo non andrebbe esteso all'intero popolo palestinese, e in fondo nemmeno ai malati sotto al tetto del medesimo ospedale. Che però, almeno in buona parte, resterebbero vittime dell'azione da cui sono intenzionalmente esclusi.
Erri De Lucca, accordandosi al più disgustoso eufemismo bellico, lo rubrica implicitamente a danno collaterale, pur esprimendo il suo umano cordoglio per le sofferenze patite dai civili. Si colloca dunque in piena etica dell'intenzione. O per dirla con un altro slogan stracotto: à la guerre comme à la guerre.
In una guerra asimmetrica combattuta da Hamas nelle forme tipiche della guerriglia terroristica – tatticamente non hanno altre possibilità, per quanto l'ottusa ferocia dei loro gesti li esime da ogni sconto morale – mi chiedo così quanti danni collaterali, stragi all'interno dei campi profughi, bambini morti, affamati, non curati per assenza di medicinali vanno a configurare genocidio, secondo il moderno principio etico della responsabilità.
Una risposta non esiste, ma, continuando a pensarla diversamente, riconosco a Erri De Luca il merito di avere spostato un termine che rischiava di divenire un po' automatico, buono per dividersi tra Guelfi e Ghibellini sui social, ricollocandolo nel regno sdrucciolevole dei dilemmi filosofici e religiosi. Ha infatti una premessa proprio nei testi che De Luca conosce meglio, e cioè l'Antico Testamento ebraico.
Vediamo nel dettaglio. Genesi, capitolo 8, versetti 23-33. Quanti giusti devono esserci a Sodoma perché Dio non distrugga la città: cinquanta giusti... quarantacinque... quaranta... trenta... venti... dieci...?
A dieci giusti Abramo si ferma, smette di trattare con Dio e Sodoma viene distrutta. La domanda che vorrei allora girare a De Luca è proprio questa: davvero è convinto che, sotto un numero a sua discrezione di giusti, non si stia compiendo in Palestina un genocidio? E chi decide chi è un giusto, chi decide la Giustizia: di nuovo il Dio occhiuto e incazzoso di Israele? O, magari, con meno enfasi e più dubbi, il diritto internazionale.

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