Mi ricordo dei miei compagni alle scuole elementari di via Vanoni, se le parole fossero più aderenti alle cose potrei perfino restituirne l’odore – la pelle di Corrado Lapsus possedeva sentori metallici e talcati, somigliava all’Iris fiorentino quando sboccia nei tardi giorni di aprile. Sul grembiule di Assunta si impregnavano invece gli aromi delle pietanze meridionali cucinate dalla madre (peperonate, ragù, melanzane soffritte con molto aglio), e posso avvertire il respiro di conifere che si diffondeva nell’atrio perlinato del condominio di Federico. Al termine l’ascensore dalle ante verde scuro, sulla bottoniera pigiare terzo piano, campanello, e quando Federico veniva ad aprirmi in pantofole potevamo iniziare a giocare a Subbuteo.
Questi i loro nomi, che ho trascritto senza alcun
tentennamento; mi manca il cognome di Gianni, ma si era unito a noi solo
in quinta elementare. Proveniva da una grande città del Nord, probabilmente Milano, poi il padre fu inviato a Sondrio quale dirigente del colorificio Fossati. Anche Gianni aveva toni da dirigente, una miniatura disincantata e allegra del potere: sosteneva che gli UFO esistono e prima o
poi si sarebbero manifestati per risolvere al nostro posto le tabelline. Questi i loro nomi:
Federico De Giobbi; Pietro del Maffeo; Andrea
Balsarini; Corrado Lapsus; Giuliana Brisa; Rita De Giglio; Claudio Bossi;
Silvia De Marzi; Ginevra Bucassi; Isacco Carrara; Giovanna Fabbri; Carlo
Bordoni; Cinzia Besseghini; Franca Botta (il mio primo innamoramento, se
escludiamo Raffaella Carrà); Giovanni Perregrini; Assunta Di Paola; Gianni (?); Guido Bussoli, che poi sarei io prima di assumere l'indeterminatezza genealogica di Kaspar Hauser.
Tra i compagni delle medie ho invece le prime falle di
memoria, ma con un'unica eccezione – ricordo però il nome di battesimo –
sono in grado di risalire a tutti i cognomi; anche perché è con quelli che ci
si era iniziati a chiamare, seguendo il modello dei professori nelle temute
convocazioni alla cattedra: "Bussoli, interrogato." Ahia... E poi il
cognome è il sigillo della funzione sociale che cominciava a profilarsi:
Fabrizio Mascarini; Enzo Orvieto; Stefania De Luis; Roberta
Longhi; Renata Martelli; Enrica Corradini; Luca Berti; Daniele Selva; Santino
Della Maddalena; Eliana Fiore; (?) Fiori; (?) Gugiatti; (?) Sceresini; Bettina
Fascendini; Simona Acquistapace; Ezio Tavelli; Raffaella Brunalli; Patrizia
Brunalli; Sabrina Tarabini; Silvia De Marzi (è la stessa Silvia De Marzi con
cui ho frequentato le elementari); (?) Paganoni; Mario Rigamonti; (?) Zani;
Mirco (?).
Con le superiori la memoria comincia ad andare in pappa. Dell’Istituto Tecnico Commerciale A. De Simoni di Sondrio ecco chi è
rimasto nello sgangherato setaccio del tempo:
Mauro Franchetti; Stefano Zanardini; le gemelle Sprengher (una sveniva spesso durante le lezioni, anticipando il tonfo con la teatrale dichiarazione: "Svengo, svengo... Oddio svengo!"); Antonio Famlonga detto Tonno; Gianluca Bonazzi; Davide Casalino; Monica Noli; (?) Costenaro; Diego Salinetti; (?) Voltan; (?) Trutalli… E poi molti volti a cui non riesco ad assegnare un suono di parole. Fantasmi.
Ancora peggio va con la classe del collegio di Celana,
dove ho frequentato solo pochi mesi. Raffaella Panzeri; Marco
Viganò; Stefania Antolini; (?) Tomasoni; Gigi Fasoli. Anche questi sono fantasmi avvolti in una nebbia a loro congeniale – in realtà si trattava nuvole: si
insinuavano negli alti porticati dei chiostri, prima di noi li aveva traversati
Giovanni Roncalli quando non era ancora il Papa buono.
Per finire gli anni dell’università, da principio a Pavia e
poi a Milano e Torino. Qui ricordo solamente un mio compagno di corso, veniva a
lezione con una bicicletta nera, ogni tanto andavo assieme alle proiezioni di
un cinema d’essai. Era svizzero, se la tirava molto con la cultura. Al termine
della Messa è finita di Nanni Moretti aveva detto: “Non avrei mai pensato che un italiano
potesse fare un film così…”
Così come?
Non glielo chiesi, tanto sapevo che avrebbe sciorinato i più vieti stereotipi sugli italiani, del tipo pizza spaghetti e mandolino. Non
molto diversi dai miei sugli svizzeri, confesso, ma se non altro non dissi mai
dove potevano cacciarsi il Toblerone. Un giorno però ci fu uno scazzo tra noi,
il motivo è del tutto irrilevante. Non così irrilevante, però, da non meritare
una punizione. Gli sgonfiai così le gomme della bicicletta parcheggiata nella
rastrelliera su Strada Nuova. Lui deve avere intuito che ero stato io. Non ci
vedemmo più. L’oblio è un destino che talvolta può essere dolce, ma una primavera supplementare mi consentirebbe di annusare ancora l'iris possente nella carnagione di Corrado Lapsus. Poi l'inverno potrebbe definitivamente calare.
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